Menu principale:
ARTICOLI & PENSIERI > IL CORRIERE DI ROMA (2008-2009)
AMICO MIO TI SCRIVO: BREVE ITINERARIO D'EPISTOLE E D'AFFETTI
(30.05.2009)
“Cara Raffaella, ho ricevuto ieri la tua lettera. Ciò dovrebbe essere sufficiente, se davvero mi conosci, più di mille parole. E’ bastato saggiarne la consistenza, aprirne i bordi, sfiorare le linee dei segni, immaginarne il senso, per segnarmi. Repentini tuffi al cuore, evoluzioni dell’animo, acrobazie dei sensi” inizia così uno dei miei più cari ricordi epistolari. Una lettera di vent’anni fa, scritta dalla mano di un giovane allievo ufficiale di complemento, un incantevole amico di allora e di oggi, raffinato esteta della pagina scritta, nonostante la sua deplorevole dedizione alla professione forense!
Ho voluto esordire con questo incipit non solo per un giusto tributo alla fortuna che una donna ha quando sia destinataria di simile eleganza e di cotanto stile, ma per ragionare su quanto ci perdiamo oggi, nelle frettolose comunicazioni via e-mail o, peggio, via sms, delle emozioni di cui una lettera è foriera, già solo nell’attesa che genera, gustosa attesa, nella calligrafia, che dal suo etimo ricava il senso della bellezza, e nella consapevolezza, poi, di leggere le parole di una persona che si è fermata un poco a riflettere, a pensare, a dedicare del tempo al suo assente interlocutore, a creare un contatto con quella pagina, un tramite ideale con la mano del destinatario. Mi sovvengono le donnine di Vermeer in trepidante attesa di un foglio di carta che porti loro notizie lontane di animi sempre presenti; fanciulle timide, ritratte in un raggio di luce, assorte nel leggere e rileggere parole evocatrici di sensazioni desiderate. Od, ancora, penso all’elegante giovinetta dipinta da Raimundo de Madrazo y Garreta ne La Lettera d’Amore: delicatamente appoggiata sullo schienale della sua poltrona, sembra sognare guardando la lettera che stringe tra le mani, una lettera ancora chiusa dal sigillo in ceralacca. Il solo riceverla, dunque, il solo toccarla, come diceva il mio amico che mi scriveva nei suoi giorni d’Accademia, è fonte d’emozione.
Scrivere una lettera, in qualche modo, significa aprire la propria anima, commuovendo a distanza, donando il senso della persistenza di sé oltre ogni limite che lo spazio impone: “comprendendo subito, dal titolo, che era tua, ho incominciato a leggerla con tanta più passione quanto più grande è l’affetto che mi stringe al suo autore; e l’ho fatto per potermi consolare, ora che ti ho perduto, almeno con le tue parole, come se fossero l’immagine di te” scrive Eloisa ad Abelardo, in uno dei più noti epistolari medievali.
Quel foglio, quella pergamena delicata dai colori tenui, quella carta fine, lieve come i pensieri che è destinata a raccogliere, a volte profumata, tenuemente colorata, si rende tramite d’un dono che non può essere trasmesso se non con le parole: la descrizione di un sentimento, piena di certezze a cancellare i dubbi, piena di affermazioni a cancellare le negazioni della lontananza: “Sempre e tutto tuo” scriveva Byron a conclusione di una breve lettera d’amore diretta alla contessa Teresa Guiccioli. La pienezza di questa frase è sorprendente. Non ammette tentennamenti, non apre il cuore a timori. Poco importa l’evanescenza di quei sentimenti. Esprime eternità e completezza, le uniche caratteristiche che si richiedano all’Amore. Le stesse di una lettera, mezzo che assume la forma del contenuto. Verba volant, scripta manent, dicevano i latini. Niente di più vero.
Le lettere rimangono, accedono direttamente al bagaglio dei ricordi. Possono essere lette, rilette, conservate, rievocate. Possono accompagnarci chiuse in un libro, a segnare pagine con la loro intima presenza, con un’essenza densa di parole dirette al cuore. Sempre con noi: fogli su cui riflettere, su cui investire ricordi, su cui versare, forse, le lacrime più disparate che toccano gioia e dolore, rimpianto, affetto, nostalgia, rancore.
A volte, sotto l’influsso dell’impulso, scriviamo parole che seguono le involuzioni di uno stato d’animo alterato di cui potremmo pentirci: “felice di non averLe mandato la prima lettera, che era un po’ dura come il mio stato d’animo di ieri. Ora […] nella mia anima si è fatta luce e così dovrebbe avvenire anche nella Sua” scrive Sabina Spielrein a Jung nel corso della loro lunga, tormentata, segreta passione. Non credo che il suo sollievo per non aver inviato la prima lettera risiedesse nel timore della reazione, comunque scongiurabile con un chiarimento, bensì nell’idea che, anche dopo anni, l’acrimonia, la durezza della prima missiva sarebbero rimaste vive, leggibili, imperiture dimostrazioni di un momento di sfiducia, di sconforto, di un torto, di uno schiaffo vergato con le parole dure di un cuore disingannato. La chiamo immortalità epistolare, io: le lettere esistono anche quando ce ne dimentichiamo, quando le ritroviamo in fondo a qualche cassetto e le rileggiamo, fronteggiando il nostro io di ieri ed il bagaglio di sentimenti che ci ha condotti ad essere ciò che oggi siamo.
"Ed eccomi attorniato dai ricordi a scriverti un’epistola che spero leggerai con piacere. Carissima amica mia, il tempo passa incessante, ma ritengo che i nostri animi siano sempre fondamentalmente gli stessi” mi scrisse un giorno un altro mio caro amico dei tempi dell’università, come me “giurista per caso” e ricercato cultore di versi e prose; un mio ricordo che, tuttavia, parla di ricordi e ben traccia le linee di quel filo interrotto nel silenzio che in una lettera si ricongiunge, torna ad esistere, o, meglio, dimostra a se stesso di non aver mai cessato d’essere. Le lettere sono anche questo: un ponte sul fiume del distacco che, a volte, capita di attraversare. Parole scritte che giungono a dire, senza imbarazzo, senza l’oppressione d’una puntuale e puntigliosa spiegazione, semplicemente: eccomi, son tornato, sono sempre tuo amico.
Scrivere non è solo scrivere, ma aprire uno spiraglio del sé che solo le parole possono svelare. “Caro padre” scrive Chopin, “mi sarebbe forse più facile manifestare i miei sentimenti se potessi esprimerli con i toni musicali, ma poiché, anche il concerto migliore non riuscirebbe a contenere tutto il mio affetto per te, devo usare le più semplici espressioni del mio cuore”, le parole. Non so davvero se il suono struggente di un pianoforte che corra lungo la partitura di un Notturno sia inadeguato ad esprimere sentimenti; ad essere sincera sono convinta del contrario. Ma ciò che importa è quanto il grande musicista rivela, una facile e complessa verità: le parole esprimono al meglio i sentimenti perché possono permettersi il lusso d’essere semplici, proprio come quelle che tessiamo nelle lettere, latrici d’ogni nostra emozione.
Esse sono fonte inesauribile di bene, di ricchezza interiore, di aurea intimità. “Colle tue lettere” scrive Goethe alla Brentano, sua eterna innamorata “hai riversato sopra di me una vera cornucopia, o cara Bettina”. Né minore importanza al dono dell’amore tributa l’anziano Henry Miller nelle sue lettere alla giovane e bella Brenda Venus; lettere che Moravia descrisse come un documento penoso di una senilità impotente, ma, comunque, simbolo del dialogo senza fine tra il maschio incalzante e la dea dell’amore: “Ed eccomi qui, follemente innamorato di una giovane donna che mi scrive le lettere più straordinarie, che mi ama da morire, che mi tiene in vita ed in amore, un amore per la prima volta perfetto”; egli si chiede se sia meritevole degli elogi che riceve ed, infine, li accetta come un mistero meraviglioso, amando Brenda ogni istante di più. Se sia stato davvero amore, il loro, non so. So che, da parte di Miller, riconoscere la propria fortuna nell’essere amato da una giovane e bella donna in grado di comunicare con tanta eleganza e passione i propri sentimenti, è stato sintomo di vera intelligenza ed immensa saggezza, oltre che di quella sagacia che, sola, consente di godere appieno la vita!
Che siano lunghe o brevi, molte lettere, nella linearità delle parole del cuore, esprimono una commovente abbondanza emotiva: “Ad una persona fuori dal comune, che mi ha voluto bene ancor prima che io venissi al mondo, al solo pensiero di me”, mi hanno scritto i genitori di un bimbo incantevole, Federico, poco dopo la sua nascita, parlando per lui ed instaurando, dunque, un dialogo impossibile tra lui e me, una fictio comunicativa, in cui è il pathos di una creazione artistica ed, al contempo, di un dire intimo, personale, chiuso inevitabilmente nelle pareti del mio e del loro cuore.
L’universo dei sentimenti conosce anche la notte, però. E le parole che compongono una lettera ne seguono il presagio oscuro. Sono tempestose, a volte; sono dense di un magma incandescente di dolore e di desiderio di ferire; sono rassegnate, passive, oppure violente e taglienti. Quando due persone si lasciano senza ragione alcuna di prolungare il cordone argenteo del loro legame, non v’è motivo di scriversi. La lettera d’addio, invero, quand’anche aspra e forte, non rappresenta mai l’Addio, ma un’immagine romantica di esso; si fa garante di un disagio ed, al contempo, di un rimorso e, soprattutto, di una certezza, quella dell’imperituro ricordo: “Io e te ci siamo amati come non era possibile amarsi di più, come nessuno potrà mai amare di più”, scrive la Aleramo a Dino Campana, in uno dei tanti addii della loro turbolenta relazione. Le lettere si trasformano nell’icona di un lutto, dunque, di un plateale e pur intimo strappo sul cuore, esprimono un latente pentimento che il tempo non è in grado di cancellare. “Addio creatura mia” scrive de Musset all’amata George Sand. Quanta tenerezza e quanta drammaticità in questo incipit!
Ebbene, vogliamo paragonare il peso di queste parole, della carezza delicata di un’espressione che in sé rivela quanto l’amore più che l’amato sia una creatura dell’altro, una sua idealizzazione, una sublimazione incantevole; vogliamo paragonare tutto ciò all’aridità di un sms telefonico? Perché oggi gli sms hanno quasi del tutto sostituito le lettere. Viviamo nell’era dei computer, è vero, ma il senso della bellezza e della poesia ha un limite che la tecnologia non può e non dovrebbe varcare. Che dire, invece, dei messaggi degli adolescenti che, cercando di contenere i costi della bolletta, affastellano lettere, numeri e parole straniere in un solo sms?
Sicuramente i nuovi sistemi comunicativi, cellulare e computer, sono ben compatibili con la ricostruzione identitaria di chi, per la giovane età, oscilla tra la tradizione espressiva e l’accattivante novità dei segni convenzionali, pur lontani anni luce dalla affascinante complessità alfanumerica dei sistemi crittografici del passato. Il fonosimbolismo gergale degli sms contiene elementi pittografici -smiles disegnati con parentesi, trattini e simboli di interpunzione-, singole lettere che dalla loro pronuncia ricavano la vocale che manca, numeri che debbono essere letti come parole o parte di esse, la X che sostituisce il per, la K il ch e la doppia NN che contiene, invisibile, la vocale idonea a pronunciare una negazione.
Il plurilinguismo dei messaggi telefonici, dunque, non offre spazio alcuno ad eleganza stilistica, né a contenuti particolarmente raffinati. Altro che languide e romantiche lettere d’amore, dove trionfa l’iperbole! Un innamorato, oggi, al massimo scrive: “Aminfi 6 la +. Sono strac8. Tat+. Ba&Ab” (Amore infinito sei la migliore. Sono stracotto. Ti amo tantissimo. Baci ed abbracci). Commovente poesia!
In questo breve viaggio nell’universo epistolare, si potrebbe pensare di aver toccato il fondo, parlando di simili sms, ma non è così. L’aspetto peggiore di questa forma di comunicazione è che ad usarla non sono solo i giovani. Certo, gli adulti evitano le abbreviazioni, solitamente, ma non sdegnano di trasformare il proprio telefono in una protesi comunicativa che evita loro il confronto a voce, od, ancor più, quello vis-a-vis, con il destinatario. E’ accettabile se il messaggio rappresenta la conferma ad un appuntamento od altra breve comunicazione. Che dire, però, di chi corteggia una donna con i messaggini telefonici? Di chi la invita a cena, o le dice che è bella e desiderabile? Che dire, poi, di chi litiga, di chi, addirittura, si lascia in sms? Le lettere d’addio, pur palesando asprezza, lasciano spazio ad un fuoco passionale mai condannabile. Uno short message di chiusura, invece, è una mano ritratta dopo aver lanciato un sasso; è una manifestazione di cattiveria e scarsa intelligenza, di insicurezza, di paura, di impotenza. Mi getta nello sconforto constatare il difetto, in costoro, di raffinatezza linguistica, di sensibilità, intelletto, saggezza e senso del rispetto. Come mi ripeteva sempre mio nonno, chi non è in grado di comunicare con gli altri, non sa comunicare neppure con se stesso; è un codardo, un fuggiasco, un imboscato nella guerra della vita ed offre la più triste immagine di sé, quella di chi invecchia senza crescere! Sembra impossibile che esistano persone simili, eppure ce ne sono. Io ne conosco alcune, ma devono essercene sicuramente delle altre, anche perché mi rifiuto di pensare che gli unici esemplari si siano dati tutti appuntamento nei luoghi che frequento io!
Come difendersi? Personalmente ho trovato qualche escamotage: tengo aperto il cellulare poche ore al giorno e solo per comunicazioni di lavoro, scoraggio messaggi personali che ho sentore implichino un aspro ingaggio di risposte e contro risposte, e, soprattutto, ho preso a dar credito solo a uomini che siano dotati di stile; uomini che corteggino mandando fiori veri e non virtuali, che ti invitino ad una mostra d’arte invece di inviarti un pps sul Louvre e che sappiano parlare guardando negli occhi il proprio interlocutore senza schermarsi dietro un telefono in preda a patetici cyber-dialoghi. Se, poi, scrivono anche delle belle lettere d’amore, allora si può pensare d’aver rasentato la perfezione!
Menu di sezione: