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ARTICOLI & PENSIERI > 1985-1995
MIGUEL DE UNAMUNO: IL CAMMINO DI UN ATEO VERSO DIO
(del 17.11.1985)
“E’ la mano di Zeus su di me, / visibile, viene: io tremo” dice il Prometeo di Eschilo, ma per Miguel De Unamuno, illustre grecista, docente all’Università di Salamanca, oltre che filosofo e scrittore, non vi può essere fuga dinanzi alla mano di Dio, bensì accettazione di una realtà nuova ed inquietante, soprattutto agli occhi del suo razionalismo, che si trasforma in Cristianesimo sui generis; il Cristianesimo di chi è rimasto fuori dalla porta della Chiesa, come acutamente rileva il Castelli.
Nato a Bilbao nel 1864, si spegne a Salamanca nel 1936. Oggi, a cinquant’anni dalla scomparsa, si riscopre in lui il grande pensatore ed il rivoluzionario di quella generazione del ’98 che denuncia la decadenza della società e della cultura spagnola.
La crisi esistenziale che lo coglie trentatreenne, nel 1897, vede la destabilizzazione di tutti i suoi ideali, genuflettendolo dinanzi al Cristo amico e sereno fratello, risorto non già dal sonno della morte, ma dal suo animo e dall’animo di ogni “uomo nuovo”. Il Cristo del Diario Intimo, opera pubblicata postuma, ove si riscontra la cupezza ossessiva di una morte incomprensibile ed inevitabile, che la speranza, sempre più forte, ed il volere deviano verso la figura di Figlio e di Padre.
L’uomo abbandona il terrore ed il dolore della problematica spinoziana e trova Dio, personificazione dell’anelito universale alla perpetuazione della coscienza nella sua volontà di credere che esista. Il Dio de L’Agonia del Cristianesimo (1931), in cui la salvezza del mondo è riposta nella volontà di credere; in cui è combattuta ogni forma di morale utilitaristica e si esalta l’angoscia dell’uomo che vuole prevalere contro le leggi naturali. Trova Maria, fiore imperscrutabile, avvolta nell’affascinante, antitetico mistero della sua feconda verginità. Trova una fede. E non muore.
Temi, questi del sentimento tragico della vita, dell’ansia di eternità, del rapporto tra Dio e l’uomo, ripresi ed ampliati anche in alcune sue opere teatrali, tra cui le famese Sombras de sueno e Todo un hombre.
La vita, dunque, diviene, per Miguel, non più la corsa contro il nulla che il razionalismo esasperato voleva fosse, bensì ansia di immortalità e viaggio verso l’infinito.
Un razionalismo velato da un ombra neppure troppo invisibile di nichilismo, del quale non riesce mai a distaccarsi completamente, tanto che la fede nel suo Dio, se vogliamo un po’ romantico e sentimentale, buono perché l’uomo ha bisogno che sia buono, non può essere la fede tout court: egli, infatti, non accetterà mai in toto il dogma cristiano e continuerà fino all’ultimo a rifiutare i sacramenti e tutta la struttura confessionale della Chiesa Cattolica.
“Tra un anno o sarò cattolico o diventerò pazzo” si legge nel Diario. Pazzo non diviene ed, a quanto ne so, neppure cattolico, anche se non cesserà un attimo di trasformare la sua penna nella spada del suo Cristo, che è, poi, il Cristo celato, spesso sotto altre spoglie e sotto altro nome, in ogni uomo, nell’ateo come nel religioso, i quali non possono fare a meno, ognuno per aspetti diversi di eguale motivazione, di temere la morte e tentare di sconfiggerla con gli artifizi della mente e dell’animo.
Di sicuro la religione non è un artifizio. Ma quale sia la meta cui la fede conduce o quale fede sia quella destinata alla meta migliore nessuno lo sa. Fede è credere in ciò che non si vede, che non si conosce e, soprattutto, che non si può conoscere. Sono credente. Fermamente. A volte mi chiedo, però, cosa accadrebbe se l’uomo si accorgesse di essere solo al mondo; davvero solo; avvolto in una solitudine estranea persino agli atei, che, quanto meno, credono all’uomo come fonte di un’energia che si trasforma e dunque prosegue sotto altre forme. Cosa accadrebbe, sì, se a sorreggere l’uomo non vi fosse più neppure la speranza di un qualunque dopo, di un prosieguo che lo strappi dal nulla ovattato di una morte che è oblio di se stessi -e mi tornano alla mente le anime parlanti del Ruysch leopardiano-?
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