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ARTICOLI & PENSIERI > 1985-1995
GOFFREDO PARISE: IL POETA DELLA VITA SENZA ILLUSIONI
(del 25.09.1986)
A cinquantasette anni, stroncato da un’ischemia cerebrale, si spegne Goffredo Parise, una delle voci più vivaci del nostro Novecento.
Rispecchiando l’infaticabile sua ricerca di una risposta vera ai grandi quesiti dell’umanità; traducendo nelle sue chiare pagine un neorealismo sui generis, condito di fantasia e di paradosso; gridando, da ogni riga dei suoi capolavori, la sua personalissima filosofia di fideistica sfiducia nell’eternità, egli ha donato all’universo letterario contemporaneo un’originale produzione di enorme valore, poetico ed umano, ed ha rivestito di un fascino affatto peculiare il nuovo realismo che ha interessato l’arte nella prima metà del nostro secolo. Il fascino dell’inferno che l’uomo si porta dentro, macabro questa volta, distante e vicino al contempo dall’inferno della triste realtà economico-sociale dipinta dal Moravia de La Ciociara, così come cinematograficamente interpretata dal Rossellini di Roma Città Aperta e dal De Sica regista di Sciuscià e di Ladri di Biciclette.
Nel 1951, non ancora diciottenne, Parise scrive il suo primo romanzo, Il Ragazzo Morto e le Comete, da cui balza, già vivace e ben nitido, il suo inquietante segnale nichilista, il richiamo dell’aldilà, dell’inferno che il quotidiano rispecchia in noi sotto le forme del fantastico e del simbolico. Così pure ne La grande vacanza, del 1953, come ne Il Prete Bello, del 1956, egli si abbandona ad un pessimismo moderato, ma già formato, incidente sul tessuto narrativo come una lama invisibile.
Tuttavia la sua non è l’arte di un uomo ripiegato su se stesso a cantare i dolori di un’esistenza di cui non riesce a non vedere che una fine destinata all’oblio ed al nulla. E’, al contrario, l’arte di chi, pur fedele alla propria visione apocalittica dell’esistenza, ama sperimentare nuovi sentimenti e nuove realtà. L’ansiosa sua sete di conoscere e di guardare alle altre sue sfaccettature che il fenomenico, impudente ed invitante, gli mostra di avere, lo tira via, dunque, dalle posizioni adolescenziali, conchiuse e ribadite nelle prime opere, e lo conduce ad ampliare la sua preparazione attraverso lo studio delle rivoluzionarie concezioni evoluzionistiche darwiniane e dell’analisi freudiana.
Frutto di questa sua nuova e matura stagione narrativa, incentrata sul rapporto oppresso-oppressore -di prima derivazione psicanalitica nell’indagine sull’uomo, sui suoi bisogni, sui suoi rapporti sociali- sono Il Padrone, del 1965, L’Assoluto Naturale, del 1967, ed Il Crematorio di Vienna, del 1969.
In seguito, affievolendo notevolmente l’analisi sociale ed acuendo proporzionalmente l’introspezione psicologica, raccoglie i racconti pubblicati su Il Corriere della Sera in quelli che diventano i suoi due capolavori, Sillabario n. 1, del 1972, e Sillabario n. 2, del 1982, che gli è valso anche un premio Strega.
In questi due originalissimi libri, Parise elabora un sistema analitico psicologico stravagante ed eccentrico, disponendo i sentimenti in ordine alfabetico e riservando un racconto a ciascuno.
Ma non di solo inchiostro narrativo vive la sua affascinante esistenza letteraria. Egli conduce, infatti, una carriera di giornalista che lo vede inviato speciale de Il Corriere della Sera e protagonista di straordinarie quanto avventurose esperienze umane, di pace e di guerra. Soprattutto di guerra. Nessuno, credo, può facilmente dimenticare Due, Tre Cose sul Vietnam, del 1967, un libro che non si può leggere senza rabbrividire e non si può “vivere” senza soffrire; un libro dalla magica intensità.
Ad ulteriore testimonianza di questa sua energica attività giornalistica, altri sei libri, tra cui ricordiamo Cara Cina, del 1966, Biafra, del 1968, e New York, del 1977.
Ora è morto. Ma di lui non rimane, certo, un labile segno che il tempo possa presto cancellare, come il suo radicato pessimismo avrebbe voluto. Egli immaginava l’uomo nella sua fugacità, divorato da quell’universo che, presto o tardi, sarebbe tornato ad essere il nulla che era. Dichiarava fittizia ed ingannevole l’ancora di salvezza umana chiamata “eternità” e dispiegata in un altro mondo od anche solo nella gloria delle opere d’arte affidate ai posteri.
Ma se al suo animo di sensibile filosofo e puro pessimista dobbiamo la realizzazione dei suoi capolavori, lode letteraria italiana, fortunatamente non è ad esso che abbandoniamo i suoi scritti, cui mai nessun oblio riuscirà a sottrarre fascino.
A questo grande scrittore ed acuto osservatore dell’uomo, dunque, nessun “addio”, ma un solo, semplice “arrivederci tra le pagine dei suoi scritti”.
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