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ARTICOLI & PENSIERI > 1985-1995
MICHELANGIOLO BUONARROTI: LA VOCE DI UN ANIMO RIBELLE
(del 20.11.1988)
L’immaginario collettivo di ogni tempo ha tratto dai dipinti e dalle sculture di Michelagnolo Buonarroti alcune tra le principali tipizzazioni figurative: il volto di Dio nella Creazione resta un’icona della divinità per eccellenza; né diversa sorte tocca all’espressione del peccato, disegnata sui corpi e sui volti dei dannati nel Giudizio Universale; la manifestazione, infine, del dolore composto, profondo, inesplicabile di una madre che stringe a sé il corpo esanime del figlio, raggiunge, nella Pietà, vette sublimi, così come è per l’immagine del coraggio disperato trasposto nella potenza inerziale e senza limiti che domina il David.
Esiste anche un altro Michelagnolo, però, non poco espressivo, benché decisamente meno conosciuto dalla critica e dal pubblico; un Michelagnolo che parla attraverso le Lettere e le Rime, abbandonandosi ad un’intimità ora delicatamente sofferta ed ora vissuta con tutta la violenza espressiva del suo animo, che descrive, narra, plasma con le parole altrettante figure forti e vere, carnali come quelle delle sue opere figurative.
Vale la pena incontrarlo, dunque, volando, come lo spazio tiranno di un giornale impone, sulla sua meno nota produzione, sfiorando tutto senza toccare nulla, ma restando, comunque, incantati per le delicate sensazioni che quel lieve lambire l’arte inevitabilmente produce, immanente nelle sue più diverse ed vigorose manifestazioni. Brividi. Stupore. Intense emozioni.
Enfant prodige della cultura fiorentina, si forma a Palazzo Medici, nella cerchia degli Umanisti più colti del tempo riuniti da Lorenzo il Magnifico, mecenate illuminato ed egli stesso poeta. In una Firenze ove si respirano ancora gli echi danteschi; in una città di antiche memorie, non ancora ornata dal fasto delle opere rinascimentali, ma ugualmente intrisa del fascino indiscreto di una tradizione da scoprire in ogni vicolo, nel profumo della farina effuso dai vecchi forni, nei bugnati umidi delle case affacciate sul Lungarno e nella luce fioca delle torce appese fuori dalle botteghe artigiane; lì Michelagnolo muove i primi passi di artista.
La novità che il XVI secolo porta seco risiede nella cesura tra l’arte come espressione di catarsi, di specchio dell’osservato, di fasto rappresentato come elemento purificatore, di interpretazione estetica della natura, di composizione di ogni conflitto nel più puro ed incantevole rigore stilistico, tipica del Quattrocento, e l’allontanamento d’ogni gentile e cortigiana rappresentazione della realtà per fare spazio ad una sua trasposizione più intima, tipica del Cinquecento, secolo che si apre ad un’arte sofferta ed inquieta, pregna di potenzialità infinite, perché colte non solo nel dato esteriore, ma nell’intimità di un animo ricco di domande e foriero di poche, confuse risposte.
Ed è esattamente nella dolorante intimità dell’opera michelagnolesca che ritroviamo il tema conduttore dell’intera sua produzione artistica, che lo rende, senza dubbio, figlio del Cinquecento ed, al contempo, straniero di questo secolo, quasi egli stesso ne segni, sul nascere, il preludio del finire, rendendosi antesignano del manierismo, se di “maniera” non parliamo con Vasari quanto piuttosto con quella parte della dottrina contemporanea che vi riconduce l’atteggiamento di chi rappresenta la realtà secondo ciò che sente e non secondo ciò che vede.
Nel Maestro Buonarroti il retaggio classico rinascimentale, infatti, si fonde con il desiderio di una nuova interiorità, risultante di un intimo conflitto che, dalla drammaticità delle forme possenti e sofferenti delle sue opere figurative, passa, grazie alla versatilità sua amica, all’introflessione, all’insicurezza, alla penombra delle sue liriche, ove dominano i contrari, il conflitto costante tra Bene e Male, Luce ed Ombra, Amore e Morte: “Amor non già, ma gli occhi miei son quegli / che ne’ tuo soli e begli / e vita e morte intera trovato hanno” egli scrive. Ed ancora: "Vorrei voler, Signor, quel ch’io non voglio: / tra ‘l foco e ‘l cor di ghiaccia un vel s’asconde / che ‘l foco ammorza, onde non corrisponde / la penna all’opre, e fa bugiardo’l foglio. / Io t’amo con la lingua, e poi mi doglio / c’amor non giunge al cor; né so ben onde / apra l’uscio alla grazia che s’infonde / nel cor, che scacci ogni spietato orgoglio”. La musicalità non mette in ombra i contenuti, estremamente moderni, che vedono dipanarsi nell’animo umano, aspre battaglie su ciò che si vuole, ciò che si vorrebbe e ciò che si vorrebbe volere.
Né minore intensità assume, in Michelagnolo, il desiderio della divinità: urgente e prodigo di istanze del sapere e del sentire, seppure velato da un latente pessimismo che genera disordine interiore: "L’alma inquieta e confusa in sé non truova / altra cagion c’alcun grave peccato / mal conosciuto, onde non è celato / all’immensa pietà c’a’ miser giova. / I’ parlo a te, Signore, c’ogni mie pruova / fuor dal tuo sangue non fa l’uom beato: / miserere di me, da ch’io con nato / a la tuo legge; e non fie cosa nuova”.
In buona sostanza la sua forza espressiva prende vita da pennelli e scalpelli, così come dalla penna, acquistando la luce di una confessione: una voce segreta che si leva direttamente dalla sua anima tormentata.
Ecco, dunque, che la sua produzione artistica si ammanta di estetica e profondità d’animo.
Le sue sculture non hanno nulla della pulita compostezza quattrocentesca. Per tornare brevemente al David, utile per il paragone che può farsi con lo stesso soggetto scolpito da Donatello si noti come tensione e potenza sembrano le materie prime, tutte scolpite nelle fasce dei muscoli, nella definizione dei tendini, nella preoccupazione dello sguardo rivolto ancora al nemico. Le linee stesse della scultura sono asimmetriche ed il peso del corpo grava tutto sulla gamba destra. Nessun moto è in atto; tutto è ancora in potenza. Pura potenza. Energia pronta ad essere rilasciata, colta nel momento clou della contrazione. Michelagnolo ha solo ventisei anni, ma il suo David dimostra una maturità artistica senza pari; un sublime utilizzo della materia per dare forma a figure ed impressioni. Così anche nella pittura, ove quella stessa tensione viene tradotta in colore ed in chiaroscuro. Nei suoi dipinti il colore non ha più niente del cromatismo asciutto e scientifico quattrocentesco, bensì rivela una cromia da vetro soffiato, ove il Maestro usa luce ed ombra come strumenti rispettivamente di redenzione e dannazione.
Ebbene, niente di meno accade in poesia, la sua poesia: “Già fur gli occhi nostri interi / con la luce in ogni speco; / or son voti, orrendi e neri” recita il Maestro, prigioniero del chiaroscuro verbale, della penombra originata dai presagi di morte che sempre lo accompagnano. Negli uomini che dipinge ogni ruga è un solco oscuro, un passo in più nel tormento del proprio essere uomo, nel peccato, nella morte, in una perenne contraddizione che vede il contrapporsi dei contrari dominare l’esistenza degli esseri umani: “L’Anima mia, che con la morte parla, / e seco di se stessa si consiglia, / e di nuovi sospetti ognor s’attrista, / el corpo di dì in dì spera lasciarla: / onde l’immaginato cammin piglia / di speranza e timor confusa e mista”. Le tinte si fanno più violente proporzionalmente alla passione, all’insanabile contraddizione interiore del Michelagnolo uomo, imprigionato nel peccato della propria carnalità artista, e del Michelagnolo artista, che, al contrario, anela a quella divinità pura ed atemporale scolpita nella sua Pietà, una divinità in cui sparisce ogni traccia di materialità, in cui nessun moto appare ed in cui la luce accarezza l’estrema finezza del marmo, cancellando qualunque fase tecnica.
I moti dell’animo sono un trasformarsi di sensazioni che fuoriescono dall’ego, come un magma incandescente carico di tutta la potenza della terra che lo ha partorito; come una colata in continua, lenta espansione, che ricorda il morbido drappeggio della sua Scalinata nella Biblioteca Laurenziana. E’ l’esplicarsi di un costante, perenne divenire ciò che emerge dalla drammatica vitalità delle sue sculture, dalla intensa passionalità dei suoi dipinti, dal segreto monologo delle sue liriche, come dal suo più violento stile epistolare e dalla maestosa compostezza delle sue strutture architettoniche. Un divenire che, oggi, possiamo comprendere e fruire in tutta la sua perfezione perché decisamente vicino alla contemporanea visione travagliata e perennemente insoddisfatta della vita.
Ancor più ciò si nota nelle Epistole, ove le componenti diaristiche, che portano alla storicizzazione dei contenuti ed al conseguente svilimento della forma, sono espressione immediata di moti passionali e volizioni estreme, di una personalità tragica. Pur non volendo scindere l’impegno tecnico-linguistico dalle tendenze spirituali e letterarie del Nostro, è necessario abbattere alcune barriere critiche che rendono difficoltoso il cammino verso una completa comprensione dell’epistolario buonarrotiano.
Quella innalzata con maggiore cura appartiene al Croce ed è rappresentata dalla facile tendenza a considerare l’epistolario come un’espressione immatura di una sperimentazione stilistica, lasciando, così, predominare l’inganno originato dalla crudezza, dall’essenzialità delle frasi disposte sul foglio in ossequio ad una consecutio denudata di ogni inutile sovrastruttura stilistica, ma non per questo disadorna, non per questo meno ammantata da quella bellezza medicea che, nonostante i conflitti laceranti generati nell’animo dell’Artista dalla predicazione di Savonarola, è sempre rimasta alla base di ogni sua produzione.
Nelle lettere, al contrario di quanto esprime la critica crociana, è possibile individuare quella “forma estrema di coscienza drammatica” di cui parla il Binni, che dona al lettore una prosa immediata, asciutta, nitida ed estremamente efficace.
In realtà l’immediatezza che, a volte, caratterizza la prosa epistolare michelagnolesca e che egli stesso paventa (“Quand’io vi scrivo, se io non scrivessi così rectamente chome si conviene o se io non ritrovassi qualche volta el verbo principale, abiatemi per iscusato” scrive a Domenico Buoninsegni) in null’altro si risolve se non in una tensione continua, stimolante, intensa di immagini che si susseguono efficacemente. Lo stile epistolare del maestro Buonarroti si risolve in un moto impaziente, sorretto da un linguaggio vivo, sintetico, aggressivo, catturato da una quotidianità che non lascia spazio ad altro che al reale, nella sua più immediata percezione.
Lo noto soprattutto nel conflittuale rapporto con il fratello Giovan Simone, scavezzacollo ed irrispettoso verso il padre, figura per Michelagnolo importantissima e degna del massimo rispetto. Nel consigliare il fratello di comportarsi bene, egli afferma in modo rude e deciso, ma soprattutto scarno ed elegante: “Io non dico che tu sia tristo, ma tu-sse’ i’ modo che tu non mi piaci più, né a me né agli altri. Io ti potrei fare un lungo dischorso intorno a’ chasi tua, ma-lle saremo parole come l’altre che t’ò già facte; io, per abreviare, ti so dire per chosa cierta che tu non ài nulla al mondo, e-lle spese e-lla tornata di casa ti do io ed octi dato da qualche tempo in qua per l’amore de Dio, credendo che tu fossi mio fratello chome gli altri. Ora io son cierto che tu non minacceresti mio padre; anzi se’ un bestia, ed io come bestia ti tracterò”.
Michelagnolo, dunque, nella produzione letteraria non si discosta punto dai risultati eccelsi di quella figurativa, immettendo nelle parole eguale misura di contenuti intimistici e sofferenti che rendono la sua arte espressione divina dell’arte stessa, oserei dire, al di là dello Spazio e del Tempo, per tingersi di un’attualità sorprendente.
Specchio sincero dell’inquietudine del suo tempo, infatti, spesso incauta esteriorizzazione di una personalità incompresa, l’arte michelagnolesca sboccia nel Cinquecento, ma non si ferma in esso; non agisce solo nei suoi vasti, ma pur sempre limitati orizzonti; viaggia ben oltre, per inserirsi, addirittura -ardisco d’affermare-, senza forzature o difficoltà, nell’acre e disincantata realtà contemporanea. Moderno, infatti, è nella sua ispirazione, moderno nelle sue paure, nelle sue fobie maniacali, nelle sue piccole e grandi nevrosi, nel suo tormento sentimentale; moderno nel suo eremitaggio spirituale, conservatoci intatto, in tutta la sua drammaticità, dalle forme intrepide dell’intera sua produzione.
Un uomo del suo e del nostro tempo, dunque.
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