Libri & Dintorni di Raffaella Bonsignori


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Salvatore Quasimodo: l'ermetismo nella lirica del Nobel

ARTICOLI & PENSIERI > 1985-1995

SALVATORE QUASIMODO: L'ERMETISMO NELLA LIRICA DEL NOBEL
(del 15.10.1988)

In una Sicilia, bianca come le pietre illuminate dal sole ed azzurra come il mare, reso tiepido da un clima sempre indulgente, nasce, nel 1901, Salvatore Quasimodo, uno dei massimi esponenti della scuola ermetica italiana. La sua poesia, frutto di un genio tanto languido nel ricordo, quanto disincantato nella realtà, cresce con lui, seguendolo in una peregrinazione di vita e di apprendimento che, dalla natia terra siciliana, lo conduce a Roma, ove frequenta la scuola di ingegneria e, di lì, a Firenze, ove conosce Montale ed ha il suo primo contatto con l’ermetismo e la poetica di Solaria.
Benché i suoi studi abbiano sempre seguito un indirizzo tecnico-scientifico, egli ottiene la nomina di professore di
Letteratura Italiana al Conservatorio di Milano per l’originalità della sua opera; un’indiscussa originalità che, qualche anno dopo, gli spalanca l’ambito portale del Nobel. La sua poetica è fatta di intrecci e reinterpretazioni, liriche vaganti tra reminiscenze pascoliane e studi filologici, soprattutto dei classici greci e latini -egli stesso si definisce un “siculo greco”-, tra la delicata sinfonia di una pioggia alcyoniana ed il languido, irriducibile disincanto leopardiano, tendente, in Salvatore, ad uno spleen forse ancora meno indulgente di quello di Baudelaire: “Ognuno sta solo sul cuor della terra / trafitto da un raggio di sole / ed è subito sera”.
In tre versi l’essenza della vita, quella dell’uomo come quella di ogni elemento dell’universo, destinato ad analoga fine in scale temporali differenti. Come l’essere umano così le stelle, ad esempio: la gigante rossa è destinata a consumare energie, bruciando la propria esistenza fino ad esplodere e restando null’altro che un nucleo essenziale immerso in una nebulosa. Nana bianca, la chiamano gli astronomi; anima i filosofi.
Sì, tre versi per descrivere la vita e la morte con un ermetismo secco, asciutto, quasi crudele. Mi torna alla mente una poesia di Emily Dickinson, scritta nel 1861; una poesia che delinea l’universalità dell’ermetismo, al di là di ogni corrente letteraria:
“Dove navi di porpora oscillano dolcemente / su mari di giunchiglia, / dei marinai fantastici si aggirano, / poi sul molo è silenzio”.
Il ciclo della produzione poetica di Quasimodo, tuttavia, non lo vede impegnato sempre ed esclusivamente sul medesimo fronte stilistico. Egli dipinge i suoi affreschi verbali ora con le tinte luminose di un ricordo legato alla sua bella terra natia, mitizzata in una dimensione edenica; ora con quelle più cupe e spente di un ermetismo scolastico, forse un po’ forzato, meno spontaneo, che caratterizza la sua seconda produzione, in cui spiccano
L’Oboe Sommerso, del 1932, ed Erato ed Apollion, di quattro anni successivo.
Tra il ’36 ed il ’42, quindi, raccoglie le
Nuove Poesie, dove si riaffaccia timidamente a rime sostenute da una metrica melodiosa e pacato equilibrio di forme, come s’era potuto gustare in Acque e Terre. Torna la sua isola, tornano i ricordi, ma proiettati, ora, sul misurato stile che le traduzioni dei lirici greci, cui si è applicato fino a tutto il 1940, dettano al suo rinnovato animo. Uno stile tanto sereno per quanto tumultuosi sono i nuovi contenuti che, in questo terzo periodo, assorbono difficili problematiche sociali.
E’ questo, infatti, il tragico momento della guerra; del dolore per la morte vicina e sempre vivida; del crollo della pace. Il mondo viene dilaniato dai morsi di una macchina bellica infernale, che non sa più fermarsi ed anche le poesie del maturo Salvatore si riversano tutte in questo magma incandescente di passioni e delusioni; di paura; di angoscia e solitudine.
Giorno Dopo Giorno (1947), La Vita non è Sogno (1949) rappresentano la frattura, per molti critici; la cesura netta tra le sue tre differenti produzioni: la poesia idilliaca e vagheggiatrice di un paradiso perduto che non può più essere riconquistato; quella imprigionata tra le poche parole dei versi di un parossismo ermetico; ed una poesia, infine, più rude, più violenta, “impegnata”, come è stata definita.
In realtà la linea di confine tra questi differenti momenti di una stessa ispirazione è meno netto di quel che può sembrare. Piuttosto, il ritorno a questa lirica, così tenue pur nella trattazione di temi sociali tanto scottanti, è da interpretarsi come una sorta di logica conseguenza, di continuazione di un discorso incompiuto, di abbandono, sì, al ricordo, ma con occhio decisamente più attento al presente.
A questo suo terzo ed ultimo periodo poetico, in cui la matrice iniziale viene sviluppata in un più profondo ed originale afflato per la tristezza dell’uomo e per la sua condizione di vinto; in cui il pianto delle madri e le urla dei ragazzi al fronte sembrano un corale sottofondo ed il dolore diviene protagonista, ergendosi al di sopra del passato, al di sopra del mito; a tutto ciò, oltre che al suo indiscutibile genio, è andato, dunque, il premio Nobel, che lo ha consacrato, e non a torto, una delle più interessanti e vivaci voci poetiche dell’ultimo secolo: un ermetico che ha saputo fare dell’ermetismo non la sua gabbia, ma il suo trampolino di lancio per una esperienza affatto personale, che scavalca i limiti dell’ego, che si protrae verso l’uomo ed il suo infinito mondo di sensazioni, verso la sua solitudine e la sua malinconia per ciò che ha perduto -perché mai non verrà tempo in cui l’uomo imparerà ad apprezzare ciò che ha prima d’averlo perduto-; un uomo vero, concreto, moderno, sensibile come oggi, forse, non ce ne sono più; un uomo che continua a stupire, ad affascinare, ad irretire ed a vivere dentro ogni attento lettore, ogni sensibile fruitore di poetica.


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