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ARTICOLI & PENSIERI > 1985-1995
MICHAEL ENDE: QUANDO LA FANTASIA E' ARTE ED IL GENIO SUO SERVO
(del 15.06.1986)
Figlio del noto pittore surrealista Edgar Ende, il giovane Michael assorbe sin da piccolo il fascino dell’impossibile trasposto nei quadri del padre, benché, a giudicare dalla sua produzione letteraria, ne lascia da parte la vena pessimistica ed oscura che grava sulla maggior parte di quei dipinti come un alito di morte. E’ così, per fare alcuni esempi, in Das Fensterkreuz, dove uomini nudi marciano verso un crocifisso; così in Die Bößerinnen, ove, sopra un lungo tavolo, al centro di una scena lugubre predominata da un colore a metà tra il rosso ed il nero, una fila di donne inginocchiate poggiano la testa, quasi le attenda la decapitazione; così in Genius Loci, dove una sorta di tornado di facce umane pende sopra una terra deserta.
Del tetro senso della vita che prevale nei quadri del padre, Michael apprende, forse, solo il gusto per una persistente visione del dualismo. Leggerlo è come guardare le due enormi teste dipinte in Die Zwei Köpfe, identiche nell’aspetto sebbene diverse nel colore, perché una scura e l’altra chiara; due teste che aleggiano sul mondo, quasi fossero deificazioni del Bene e del Male, tema che ricorre anche in Der Dunkle und der Helle Engel, dove, più esplicitamente, un angelo ed un demone ingaggiano una corsa tra gli alberi di un mondo deserto. Congeniale alla cultura tedesca, del resto, questo perenne accostamento degli opposti. Pensiamo all’Abraxas vagheggiato da Hermann Hesse in Demian, nel 1919, quel dio che è bene e male, uomo e donna, madre e puttana, com’egli scrive.
Michael Ende ed il surrealismo, dunque.
Venato di surrealismo il suo approccio al teatro, come scrittore e come attore; e sicuramente surrealista la sua narrativa più recente, sebbene contemperata dai caratteri lirici propri del fantasy per ragazzi. Ed è ciò di cui voglio scrivere.
Ne La Storia Infinita (Neverending Story) Fantàsia è un mondo parallelo, creato dall’immaginazione, quella del protagonista, Bastiano Baldassarre Bucci, così come quella di tutta l’umanità. E’ un regno dai confini immensi e pieno di meraviglie. Sta morendo, però: gli uomini, ci dice Ende, non sognano più ed il Nulla, simulacro del nichilismo contemporaneo, la sta inghiottendo. Salvare Fantàsia, dunque, è responsabilità di un solo bambino. E’ sufficiente che egli immagini per dare corpo alle creature fantastiche che animano il mondo dell’inventiva.
“Tutto ciò che accade tu lo scrivi -disse-. Tutto ciò che io scrivo accade -fu la risposta-“.
Ma per salvare infine quell’immenso regno ricco di colori, di suoni e di magie Bastiano deve svolgere un ultimo compito: crederci davvero, dando il nome alla regina che vive nella Torre d’Avorio. Come in ogni mito cosmogonico dell’antichità, dare il nome a qualcosa significa dare la vita; nella parola è racchiuso il segreto dell’esistenza. In principio era il Verbo si legge nel Vangelo di Giovanni. Dio è parola e nella parola è la vita.
Sembra semplice il compito assegnato al ragazzo: deve solo scegliere un nome, ma per fare ciò deve accettare di sognare e questo è molto più difficile. Difficile per tutti gli uomini, direi. L’immaginazione, a volte, spaventa e tenere i piedi in terra giova ai rapporti con il resto del mondo. Bastiano, poi, era stato rimproverato dal padre di sognare troppo quella mattina. Come non aspettarsi da lui un poco di titubanza, un tentennamento tra sogno e razionalità?
Il potere salvifico dei bambini, anime non ancora corrotte e piene del più sano intuito e della capacità di sognare, non è tema nuovo per Ende. Anche con Momo, qualche anno prima, il mondo si era salvato -mantenendo, così, intatto tutto il fascino del suo messaggio di speranza-, ma non erano state le parole lo strumento di redenzione, bensì i silenzi bonari di una fanciulla senza passato e senza storia, una sorta di deus ex machina nella rappresentazione della vita; silenzi che avevano saputo insegnare ad ascoltare ed a far dialogare gli altri con se stessi; silenzi contro i quali nulla avevano potuto i Grigi Signori senza tempo.
Profeta della buona speranza ed apostolo dei nobili sentimenti, Michael Ende, attraverso queste due opere, raggiunge immediatamente le vette di un successo che valica le barriere di una critica fino ad allora scettica ed avara di lodi.
Con La Storia Infinita, poi, arriva anche il successo cinematografico, benché il film sia stato disconosciuto dallo scrittore, il quale, ritenendosi tradito dalla produzione per l’interpretazione del suo messaggio artistico, ha persino intentato causa al fine di impedire la distribuzione del film; causa che ha perduto lo scorso anno.
Ma, al di là della contestazione relativa alla riduzione cinematografica del suo libro, Michael Ende non sembra essersi accorto del successo, o, meglio, non sembra volersene accorgere. Non gli piace, è evidente da quanto afferma nelle poche interviste che rilascia, il giudizio di quella parte della critica che, ora, lo vorrebbe candidare a nuovo Goethe e che, fino a poco tempo fa, lo aveva tacciato di semplicismo da stanza dei balocchi.
No, non ama proprio essere al centro dell’attenzione. Semplicemente continua a fare quel che gli piace, scrivere, traducendo la sua realtà e l’irrealtà onirica che lo accompagnano da sempre in descrizioni particolarmente suggestive, come quelle della natura indomita e selvaggia che anima il regno di Fantàsia: un mix di verità interiore e percezione esteriore del suo ambiente, facilmente individuabile già solo guardando la vasta campagna che, dietro la sua villa di Genzano, dove ho avuto la fortuna di incontrarlo, si stende lungo il pendio di Monte Cagnoletto, evocando nei tratti il bosco minacciato dal Nulla, in cui, coraggiose e disperate, viaggiano le più varie creature nel loro peregrinare verso la Torre d’Avorio; e, poi, ancora la foresta di Perelun od il bosco presso l’Oracolo Meridionale, laddove Fucur ed Atreiu trovavano la calda e simpatica ospitalità dei Bisolitari.
Oggi Ende, dopo quasi vent’anni trascorsi nell’aria fresca e riposante dei castelli romani, profondamente colpito dalla recente scomparsa della moglie, si è trasferito nuovamente in Germania. Di lui, a Genzano, rimane solo una villa chiusa ed, accanto al cancello, una maiolica con su dipinta una penna d’oca; ma non muta il suo spirito avventuroso nel mondo della fantasia, sebbene sia maturata una vena leggermente meno solare.
Con la sua recente opera Lo Specchio nello Specchio, infatti, egli getta qualche ombra sull’ottimismo e si rende interprete della più debole voce degli sconfitti: “…non è un libro di racconti tutti obbligatoriamente lieti” ha avuto modo di dichiarare recentemente “ma sono contento di una cosa: ai miei lettori non apparirò più come Babbo Natale. Ho messo insieme le storie di quelli che perdono. Di solito la favola è incentrata sul giovane e bellissimo principe che risolve l’indovinello e sposa la principessa. Cento prima di lui avevano tentato ed avevano fallito. Ecco: questa è la storia degli altri cento!”.
Sarà interessante leggerla.
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