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ARTICOLI & PENSIERI > 1985-1995
RAYMOND RADIGUET: UN DIAVOLO IN PARADISO
(del 15.10.1995)
Vent’anni sono pochi per morire, ma sono ancor meno per lasciare dietro di sé un frammento di storia letteraria composto da pagine tanto coinvolgenti, maliziosamente drammatiche e profondamente mature, come quelle scritte da Radiguet.
E’ il 9 dicembre 1923 quando il giovane Raymond, colpito da un letale attacco di tifo, confida al suo carissimo amico Jean Cocteau di aver saputo che, di lì a tre giorni, sarebbe stato fucilato dagli angeli di Dio. In realtà nessuno riuscirà a vedere l’umbratile plotone di esecuzione vagheggiato, quando, il 12 dicembre, esattamente tre giorni dopo, egli morirà.
L’evento, al di là del fascino gotico ed inquietante di una morte preannunciata, in un certo senso porta a compimento quell’immagine enigmatica di enfant prodige; di angelo ingenuo ed al tempo stesso perverso, chiamato a narrare un’ipotesi di vita compiuta nello spirito e formata da un’attenta, continua, critica osservazione della realtà che lo circonda.
Nel 1918, a soli quindici anni, abbandonata la scuola, incontra Cocteau con il quale nasce un’amicizia molto profonda e tramite il quale viene iniziato alla letteratura postdadaista dei fantasistes, cui si accosta senza mai abbandonare quella vena sottilmente classicista assimilata dalla lettura di Stendhal, Rimbaud, Mallarmé.
Cocteau lo introduce nell’ambiente artistico bohemien di una Parigi particolarmente ricca di fermenti culturali e lo incoraggia a scrivere. Inizia, così, a collaborare alla rivista surrealista Littérature, a dedicarsi alla lettura dei “poeti maledetti”, a scrivere egli stesso poesie, a creare, suo malgrado, quell’immagine di sé come di un adolescente avido di esperienze, anche trasgressive, e dotato di straordinarie e provocatorie, disordinate capacità; un adolescente che soffre senza volersi soffermare a soffrire pur di vivere la pienezza delle esperienze che gli giungono da ogni dove: “alla mia età il pianto / è senza grazia; andrò nel granaio, / vicino al sole, per asciugare / le lacrime più in fretta” [frammento da Pranzo di Sole, in Le Gote in Fiamme].
Ma cosa sarebbe stato di quell’immagine ribelle e vulcanica se la morte non fosse sopraggiunta a cristallizzarne i lineamenti? Cosa sarebbe stato di quei turbinii sentimentali, violenti ed inarrestabili, di quel flusso di desideri irrefrenabili, se l’adolescente fosse diventato adulto?
Troppo facile cedere alla tentazione di considerare la gioventù necessariamente un’espressione di immaturità; troppo facile stigmatizzare Raymond in un cliché che lo vede adolescente intuitivo e non già consapevole e maturo interprete del suo tempo; troppo facile credere in un casuale exploit d’artista, reagendo, in tal modo, al terrore generato da tutto ciò che sfugge alle regole, al “così deve essere perché così è nella maggioranza degli uomini”.
Sin dall’inizio si stentò a dare il giusto valore alla profondità ed all’inquietudine che affiorava dalle sue riflessioni sulla vita e sulla morte, all’acume con cui, in entrambi i suoi due romanzi, egli tesseva la tela di un amore proibito, passionale e voluttuoso, di un tradimento vissuto nello spirito e nella mente ancor prima che nel corpo.
“Vorrei sapere a quale età si ha diritto di dire: ho vissuto” ebbe a rispondere Radiguet a quella parte della critica che lo vedeva sostanzialmente ancora chiuso nel bozzolo, incapace di dispiegare le ali. Ma Radiguet volò molto più in alto di quanto non sia stato compreso dai suoi contemporanei e, probabilmente, se gli fosse stato concesso di vivere e scrivere ancora, non si sarebbe allontanato di molto dalle orme solcate in passato, perché le sue non furono mere intuizioni adolescenziali, ma espressioni compiute e perfette dell’animo di uno scrittore senza età.
Ne Il Diavolo in Corpo (Le Diable au Corp), suo primo romanzo, scritto tra i sedici ed i diciotto anni e pubblicato poco prima della sua morte, egli narra di un amore proibito tra un quindicenne ed una diciannovenne. Sullo sfondo, in una distanza quasi binoculare, si percepiscono spiragli della Grande Guerra, cui non riserva pathos, né drammaticità: ogni accenno s’innesta mirabilmente nell’altra grande guerra, quella privata combattuta da due anime e due corpi alla scoperta di sensazioni precluse. Jacques è un soldato al fronte, ma è soprattutto un marito tradito, il cui ritorno, dapprima desiderato, sperato, immaginato, lentamente diviene una minaccia. Il lettore, insieme ai protagonisti del libro, comincia quasi a desiderare la sua morte; l’infedeltà, atto per sé moralmente deprecabile, soprattutto secondo la morale del tempo, viene sublimata dalla passione, dall’ardore, dall’intensità. Qui la relazione clandestina non si esaurisce nel solito gioco intrigante, bensì assume toni drammatici in un’alternanza di entusiasmi e depressioni. Ed a nulla vale cercare nella tormentata esistenza sentimentale di Raymond, gli spunti, le ragioni di un’interiorità vissuta e descritta, riducendo il romanzo ad una confessione spavalda: Marthe non è Alice, la governante ventisettenne con la quale il Nostro, all’età di quattordici anni, ebbe una relazione; né Jacques può essere identificato con Gaston, marito di Alice, figura squallida e patetica, incapace di qualunque dignità.
In realtà, i sentimenti e le passioni che formano il tessuto connettivo del Diable vanno ben al di là della confessione ed è appunto questo che rende l’animo di un adolescente innamorato, l’animo di un grande scrittore.
Il legame che unisce i due protagonisti del romanzo, quel diavolo che è entrato nelle loro menti e nei loro corpi, è forte più del fato. Neppure la morte riesce a cancellare la gelosia, quella possessività ossessiva che ci rende incapaci di immaginare un posto, uno qualunque, dove la persona amata possa stare senza di noi. Soltanto la consapevolezza che, di fronte alla morte, un ultimo pensiero sia stato rivolto all’amante, riesce a placare i moti convulsi della disperazione ed a lasciare che “l’ordine si ristabilisca da solo intorno alle cose”.
Diverso, ma non meno intenso, il tradimento narrato ne Il Ballo del Conte d’Orgel (Le Bal du Comte d’Orgel), suo secondo ed ultimo romanzo, terminato pochi giorni prima di morire e pubblicato postumo a cura di Jean Cocteau. Qui l’intreccio si fa particolarmente elegante, raffinato ed, in apparenza, solo in apparenza, legato ad una vaga e fatua esteriorità di proustiana memoria. Lo stesso Radiguet, in alcuni appunti ritrovati dal Cocteau sulla sua scrivania, riconosce l’influenza del grande Marcel, ma contestualmente se ne discosta, ne sottolinea le differenze: “per quanto riguarda il lato mondano: atmosfera utile allo svolgersi di certi sentimenti, ma non già descrizione di mondo; differenza con Proust. La cornice non conta”. Non potrebbe essere altrimenti, del resto: è storia privata, quella che narra Radiguet; il dramma è interiorizzato. Tutto ciò che accade al di fuori del cerchio di intimità che ruota attorno ai protagonisti è meramente incidentale.
Anche nel Bal, come nel suo primo romanzo, egli non vuole insegnare, ma comunicare; non scrive per dare al lettore uno spaccato della società in cui inserire precetti morali o filosofici, si limita, piuttosto, a disegnare una realtà fatta di sensazioni e pensieri che si impadroniscono dell’anima, la illuminano, la violentano, la cambiano.
Niente può più essere come prima.
E’ il trionfo della passionalità: unica, assoluta, pura, ingenua e maliziosa, discreta, egoista, folgorante, di fronte alla quale ogni tentativo di razionalizzazione è vano.
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