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ARTICOLI & PENSIERI > 1985-1995
ELSA MORANTE: UNA RIBELLE FELICE FRA SORTILEGI E TRISTI EROI
(del 05.12.1985)
“Voglio che siate allegri il giorno della mia morte”, confidò a Jean Noflen Schifano, ma mercoledì 27 novembre, nella chiesa di S. Maria del Popolo, la gente non sorrideva. Parenti ed amici, ammiratori e curiosi, erano tutti lì, stretti nei loro cappotti scuri a proteggersi dal freddo romano di questi giorni e, forse, dal terrorizzante e gelido senso della morte che aleggia, silente, su chiunque si avventuri a celebrare la dipartita di una persona, restando saldamente attaccato all’idea consolatoria d’avere ancora la vita dalla sua parte.
Non ho conosciuto la Morante se non attraverso le sue opere e devo ammettere che la mia preparazione è quanto mai incompleta ed imperfetta, visto che la sua personalità traspare, sì, dai suoi scritti, ma, come sempre accade, vi dimora in modo effimero, affidata all’interpretazione di chi legge. Mentre doveva essere davvero speciale, affascinante, semplice e complessa al contempo, un po’ bizzarra ed un po’ contraddittoria; sicuramente meritevole d’essere conosciuta, apprezzata e percepita oltre il foglio di carta di cui uno scrittore si veste, almeno a giudicare da quel che lascia nel cuore degli amici.
A volte scontrosa ed irascibile, ama dipingersi come una strega, ma quale disdicevole incontro di opposti risulta tale trascurata e brutale immagine che si attribuisce rispetto alla raffigurazione sottile e delicata del suo animo, quale traspare da ogni riga dei suoi scritti.
In un crescendo emotivo e tendenzialmente isolazionistico, ostracizza, via via, il pubblico e la pubblicità, trincerandosi dietro il rifiuto della troppo dispersiva e superficiale confusione che si viene costantemente a creare intorno a lei.
Accentua, così, negli ultimi tempi, una vena un po’ misantropica che traduce in angoscia esistenziale nella sua ultima opera, del 1982, Aracoeli, che proprio per l’individualismo esasperato che esprime non è annoverata tra i suoi scritti migliori. Risente, infatti, di un neorealismo latente che la sua vena di sottile sentimentalismo e pacata contraddittorietà hanno sempre emarginato delle sue opere; opere di esaltazione ed immaginazione, di realtà scottanti e drammatiche, sì, ma trattate con estrema delicatezza ed eleganza, universalizzate attraverso il linguaggio e la fantasia, benché intensamente sofferte dall’Autrice.
A volte scrittori si diventa, altre volte si nasce con il dono di tradurre in parole le esperienze proprie ed altrui. Lei è nata scrittrice. La sua vena artistica si rivela presto, quando, ancora tredicenne, scrive Le Bellissime Avventure di Catarì dalla Trecciolina, libro che, nel 1941, viene pubblicato da Einaudi. Ma è nel 1948, con Menzogna e Sortilegio, che la Morante ottiene il primo, grande successo di critica e soprattutto di pubblico, che le rimarrà, da quel momento, sempre fedele, sebbene con una partecipazione non massificata, tanto che non pochi definirono il suo modus scribendi destinato ad una ristretta elite culturale.
Con L’Isola di Arturo, del 1957, vince il Premio Strega e consegue ancora più largo consenso, anche da quella parte di fruitori del messaggio artistico più restii ad abituarsi alla sua scontrosità ed al suo apparente sdegno, apprezzando giustamente il suo incontestabile genio. L’Isola è un viaggio onirico dalle enormi potenzialità; è una storia nella storia di una storia; è un percorso iniziatico dell’animo umano che va ben oltre la trama ed oso esprimere la mia preferenza assoluta per questo piccolo gioiello della letteratura che rappresenta un incantesimo fuori dal tempo. L’isola è Procida e la storia è incentrata sul giovane amore di un adolescente per la matrigna, nello sfondo rovente e fatale di una vicenda che si fa dramma; dramma per la donna, per il ragazzo e per suo padre. Echeggiano, qui, indisturbati, la spensieratezza ed i romanticismi stendhaliani in un’armonia tonalistica sconcertante.
E’ la scrittrice della tenerezza e dell’innocenza tradite ed umiliate e non solo per aver scritto L’Isola; nei suoi libri eccellono le figure dei più piccoli, che guardano e spiegano le cose con i loro occhi stupiti, attoniti, troppo spesso feriti e sofferenti, come ha osservato Asor Rosa in un piccolo ed intenso ritratto della Morante, ma anche capaci di voli onirici di elevata comprensione dell’universo e della vita.
Ne Il Mondo Salvato dai Ragazzini, del 1968, che tanto piacque a Pasolini, infatti, ella restituisce al sogno, all’immaginario, alla purezza il loro pieno diritto alla vita, tracciando un legame inscindibile tra questa ed il senso più elevato dell’invenzione.
Nel 1974 le giunge il più vasto apprezzamento con La Storia, libro ove Elsa trascende gli avvenimenti descritti, già di per sé tragici e sconvolgenti, per ritrovare tra le pagine la documentazione e la denuncia di uno “scandalo” nato con l’uomo, ma che non può morire con esso.
E’ il trionfo.
In un periodo in cui si desidera “comunicare”, rendere vittoriosa l’esperienza letteraria come veicolo di sentimenti, in cui si inizia a trasporre mediaticamente ogni attività umana, il successo di questo libro non può non giungere. Immediato. Folgorante. Icona di uomini e di tempi. Oggetto di studio persino nelle scuole. Simbolo dell’opinabile, del discutibile e dell’incertezza sofistica che il Sessantotto porta con sé, contenitore di cultura, politica ed umanità in un dualismo inevitabile di bene e male, di giusto e sbagliato, di vero e falso.
E’ così che La Storia diventa uno strumento di narrazione e di rimprovero, di monito avverso il ripetersi di vecchi e nuovi errori, sempre più irrimediabili.
Tuttavia, accanto al trionfo, quest’opera segna anche il crollo definitivo dell’attività letteraria di Elsa, la quale, seguendo una parabola ormai discendente -come sempre accade dopo che si è raggiunto il culmine- scrive il già citato libro Aracoeli di ristretta fama.
Le leggi dell’esistenza ci impediscono di sapere cosa avrebbe scritto se la salute le avesse donato ancora un po’ di vita per tornare dai suoi lettori con altre pagine strappate alla sua splendente anima ribelle. Sappiamo che aveva recentemente ideato un altro libro, al quale, con rinnovato spirito ed indomita vitalità, aveva cominciato a lavorare; purtroppo, però, un infarto ha stroncato a soli settantatrè anni la sua vita e la sua mai sopita voglia di scrivere e di comunicare.
Della Morante si è evidenziata a lungo la virilità dell’intelligenza e del carattere. Sciocchezze da giornalino di spicciola saggezza, e consiglio di andare a leggere qualche testo serio di psicologia a qualunque uomo voglia necessariamente trovare tratti maschili nell’intelligenza e nella personalità di una donna, indagando, così, il proprio profondo senso di impotenza che ciò evidenzia. Mi dispiace per loro, ma tutta femminile fu nelle manifestazioni del suo essere, in quelle più salde ed in quelle più fragili, a volte volitiva e glaciale, altre passionale ed insicura. Geniale, in una parola sola!
Di lei, in questo triste momento, si legge di tutto nelle pagine dei giornali. Sfrondando con cautela, direi che la maggior parte delle parole sono immondizia: si ricordano i momenti di travaglio e di sofferenza degli ultimi anni, profanando, così la sfera di sacrosanto riserbo che ognuno merita di conservare e che lei aveva costruito intorno a sé con estrema cura; si schematizzano in assurdi binomi artistici e privati le sue relazioni, Morante-Pasolini, Morante-Moravia. Io dico, a voce alta e con sdegno, che nemmeno la morte di una persona tanto affascinante e misteriosa, grande ed imponente nella terra d’arte del nostro secolo, quale Elsa è stata e sarà, possono giustificare una simile infiltrazione nella privacy, nei segreti, nella vita coniugale, nella osmosi intellettuale con amici ed amori. Di sicuro a Moravia spetta l’arduo compito di sopportare, ed ove possibile scusare, la profanazione della loro intimità coniugale. “Non me la sento di fare nessuna dichiarazione” ha risposto con eleganza ai giornalisti invadenti che lo stavano assediando. “La morte di una persona con la quale ho vissuto venti anni mi addolora profondamente. Vi prego di capire il mio silenzio”.
Di sicuro è stato un anno particolarmente tragico per la nostra storia letteraria con la scomparsa di Bacchelli, di Calvino ed, ora, della Morante, benché sono certa che Elsa sorriderebbe a sentirsi collocare nel Gotha della letteratura, avendo sempre manifestato dubbi sull’immortalità della propria opera: “neppure se fossi Dante ci crederei!” disse anni fa, preda, forse, di una mistura di insicurezza e scaramanzia.
Il Presidente della Repubblica Francesco Cossiga, il Presidente della Camera Nilde Iotti e molti altri illustri esponenti del mondo politico ed artistico hanno espresso il loro cordoglio con parole commosse e delicatamente affettuose. Profonda commozione anche in Luigi Comencini, il quale, in questi giorni, attende alla realizzazione cinematografica de La Storia e che spera “la Morante possa rivivere sullo schermo attraverso gli occhi di Ida e Yuseppe, due personaggi che hanno la luce della sua arte”.
Il carosello mediatico è ancora in piena attività e di Elsa Morante si sta scrivendo molto. Anche io, del resto, sono qui, con una penna in mano, a cercare parole di commiato per la sua scomparsa, salutandola un’ultima volta. Non è facile. Di sicuro auspico, con lei, che i riflettori tornino ad abbassarsi, che la sua anima riposi nei paradisi che preferisce e tra le pagine dei suoi libri, disposta a parlare sempre e con chiunque li legga e li ami come li ho amati io
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