Libri & Dintorni di Raffaella Bonsignori


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Something Stupid Like I Love You: viaggio nella poesia d'amore

ARTICOLI & PENSIERI > IL CORRIERE DI ROMA (2008-2009)

SOMETHING STUPID LIKE I LOVE YOU: VIAGGIO NELLA POESIA D'AMORE
(30.04.2009)


Serata tranquilla, ieri: l’aria mite di una primavera inoltrata, un bicchiere di Rémy Martin ed un CD di Frank Sinatra. Come non pensare ad un uomo incredibilmente affascinante, che ama quella musica da sempre; un uomo davvero speciale? Così, mentre ascoltavo il vecchio Frank pensavo anche all’Amore, quello con la A maiuscola, quello che non ti fa sentire sola neppure quando la reciproca passione, il sentimento, l’emozione, il fiato corto, l’estasi, l’ardore, l’esaltazione, il leggersi dentro, il guardarsi negli occhi, il batticuore sono il ricordo di ciò che ti ha sconvolto per, poi, scivolare via, come a volte accade, negli arrovellamenti di una ragione spaventata, memore d’ogni cosa, giusta e sbagliata, sopraffatta da un pizzico di gelosia, dalle incomprensioni, dalle autodifese taglienti, dalle chiusure, da qualche piccolo litigio, da questioni d’orgoglio, dalla paura che volge al terrore.
L’Amore!
Ne sono state celate di cose, dietro il suo nome! Secoli di pensieri, parole, poesie. Piccolezze, in apparenza. Del resto cosa sono le emozioni per chi voglia negarne l’esistenza? Per chi non sa cosa farsene o per chi le tema così tanto da deriderle, esorcizzarle? Che peso può avere quella lacrima versata sulla speranza infranta, sul tradimento, sul perdersi, su tutti quei “mai più” che si stendono, come un sudario infernale, cattivo, avvelenato, su ogni pensiero, sui sentimenti, sui desideri spenti e mai sopiti di un innamorato?
"E’ poca cosa il pianto / Sono brevi i sospiri / Eppure, per fatti di tal guisa, / Noi, uomini e donne, moriamo” scrive Emily Dickinson.
L’Amore!
Un viaggio nell’arcipelago del cuore, nell’universo dell’anima. Altro che galassie ed esplosioni stellari! E’ un fuoco eterno che brucia persino quando smette di bruciare. E’ un sogno che vive oltre la notte; è smania, appetito, è quel volere che significa sentire, soffrire, rimpiangere ancor prima di avere. E’ un compenetrarsi a vicenda: ”Farò della mia anima uno scrigno per la tua anima” recita Gibran. L’anima è, dunque, così grande? Di certo è dotata di un’ospitalità pericolosa! "Odi et amo” canta Catullo, preda d’una storia d’amore estranea agli ottativi disperati del suo cuore. Sofferenza e rancore s’alternano dolenti ove domini lo squilibrio tra ciò che si ha e ciò che si vorrebbe avere. Tipico archetipo dell’Amore. Ed è falsa l’idea, residuo d’un antico romanticismo timoroso della disillusione, che la bellezza, quella bellezza che racchiude ogni virtù, impedisca di rifuggire l’amore e che chiunque venga amato non possa non riamare. Ancora liceali, con il canto di Paolo e Francesca nelle orecchie, siamo tutti caduti, almeno una volta, nella trappola dantesca dell’amor “che a cor gentil ratto s’apprende”, dell’amor “che nullo amato amar perdona”. Balle! Amare vuol dire trovarsi il più delle volte in ginocchio e, tra le mani, polvere di volti, di frasi, di sorrisi, di ricordi, di errori.
Eppure non è pensabile astenersi, abdicare dal trono dell’amore. Quella forza dirompente che ci trascina nel suo vortice di sensazioni contrastanti, sempre ignote, delicate, violente, meravigliose, deliranti non è cosa che possa indurre alla rinuncia.
E’ un trionfo di impressioni amplificate, l’Amore.
Sulla sua luce si staglia un senso esaltato del bello, dell’armonia, dell’unicità, dell’eleganza, della perfezione. “Colei che sola a me par donna” recita Petrarca. L’amato diviene atopos: è imprevedibile, originale; il suo volto è bello che non si può dire ed il suo corpo non si può non amare. Naturalmente agli altri le cose appaiono leggermente differenti, lo leggi nei loro occhi quando ti guardano stupiti e si chiedono se sia un problema risolvibile con un paio di occhiali o non, invece, qualcosa di più grave. Che importa, però? Conta quel che abbiamo dentro, come ci sentiamo.
“Ah, il peso specifico dell’uomo! / Questa incrinatura, questo groviglio, questo fondo / questo appigliarsi quando diviene tanto difficile / distogliere il cuore, il pensiero” scrive un giovane Karol Wojtyla. ”Ed in mezzo a tutto questo - l’amore”.
Versi perfetti che racchiudono il vivere vivace, le speranze, le soddisfazioni, ma anche i grovigli, le incrinature, quei difetti che vale la pena superare. Il Profeta di Gibran non perdonerebbe chi avesse l’ardire di voler vivere una perenne discesa, senza sapere che è la salita che ce la fa apprezzare. Niente ostacoli, suggerisce, niente confini sul cuore: apritevi all’Amore anche quando è complicato: “Se per paura cercherete nell’Amore / unicamente la pace ed il piacere / allora meglio sarà per voi coprire la vostra nudità / ed uscire dall’aia dell’Amore / nel mondo senza stagioni / dove riderete, ma non tutto il vostro riso / e piangerete, ma non tutte le vostre lacrime”.
Non tutti i sorrisi, né tutte le lacrime. C’è chi potrebbe considerarlo un buon compromesso, in fondo. Non i poeti, certo, ma sicuramente la maggior parte dei miei amici; e mio fratello, soprattutto: “l’uomo con un comodino solo”. Non è l’unico; sono in molti, un’intera schiera di raffinati edonisti epicurei. Il loro room language è meraviglioso sebbene spesso incompreso. La donna entra in camera da letto. Lui pensa: meno male che la colf è venuta stamattina, altrimenti sai che casino che trovava? Lei pensa: che stanza elegante e pulita; è un uomo da sposare. Si guardano languidamente. Lui pensa: non vorrà rimanere a dormire, dopo?! Qualunque ora facciamo l’accompagno a casa, giuro. Lei pensa: accipicchia, se avessi saputo di dormire da lui avrei messo in borsa qualcosa di sexy. Un bacio, un abbraccio, una carezza. Si fanno le due e mezza. Lui pensa: per la miseria, quanto è tardi! Va be’, magari per stanotte la faccio rimanere: non ci penso proprio a rivestirmi per uscire. Lei pensa: meno male che lo spazzolino da denti lo porto sempre con me. Quasi quasi lo lascio qui, così la prossima volta … E resa sorda e cieca a se stessa, non ragiona su quel comodino singolo e non si chiede se quell’uomo tanto affascinante sia per caso un allievo dello Zevi, che vorrebbe asimmetriche anche le piazze, o, piuttosto, un narcisista votato ad un rapporto sentimentale quanto un coccodrillo ad una dieta vegetariana.
L’Amore! Un concerto di fatali distrazioni, certo, eppure messaggero, in chi ama, di un pensare che è sentire, un sentire che è volare, un volare che è un costante toccare, un respirarsi, un morbido ghermirsi sulle ali della sensualità, in un gesto che si fa dialogo e verità! E’ un intreccio costante di corpi, uno sfiorarsi, un raggiungere l’anima attraverso la pelle. Le mani non si stringono per necessità, ma si allacciano nel presagio dell’amplesso, si prendono, si penetrano, l’una parte dell’altra come fossero una sola. Sul tavolo di un ristorante, nella sala di un cinema, per la strada. Non si perdono mai, gli amanti: “così vicino che la tua mano sul mio petto è mia / così vicino che si chiudono i tuoi occhi col mio sonno” scrive Neruda. Tenendosi per mano possono volare, come ne La Passeggiata di Chagall, pur se, a pensarci bene, in quel dipinto è solo la donna che vola; l’uomo la tiene per mano, sì, ma ha i piedi ben piantati in terra.
Comunque sia, l’Amore è sempre un trionfo di irriducibile tensione; è un impero di emozioni. E’ la Geometria della Notte di Vettriano; è il Bacio di Hayez e quello di Cyrano, un “apostrofo roseo messo tra le parole t’amo” [Rostand]. E’ l’avidità estrema, il desiderio infinito di vivere sempre nuove emozioni, mai sazi, mai paghi di quanto si è avuto. “Ancora”, sembrano dire gli amanti; “ancora”; “ancora” … perché, come ha sintetizzato Hikmet, “il più bello dei mari / è quello che non navigammo […] e quello di più bello che vorrei dirti / non te l’ho ancora detto”.
Poesia, pura emotività! Verrebbe voglia di non pensare alla realtà, a quando lui la guarda e … sta zitto e, se lei lo rimprovera di non dirle mai qualcosa di carino -quello di più bello che vorrebbe dirle e non le ha ancora detto, per esempio- lui replica stupito: “a che servono le parole? Io e te ci capiamo con uno sguardo!”. Ed è a quel punto che noi donne, solitamente, restiamo lì, sorridenti, immobili come imbecilli, a ragionare su quella forma di comunicazione che dovrebbe renderci appagate, mentre, chissà perché, ci fa sentire solo incomprese. Parlare con gli occhi ha sicuramente un suo valore, ma non può sostituire una parola d’amore. E mi chiedo: nei rapporti sentimentali, oggi, per migliorare il dialogo si deve dare un senso al silenzio?
Certo, a volte esistono ottime ragioni per tacere, o, meglio, per non rivelare, ma, di solito riguardano gli altri, non la persona da amare. “T’amo come si amano certe cose oscure, / segretamente, entro l’ombra e l’anima” canta Neruda. Dunque, anche i poeti, a volte, nascondono i sentimenti. Che sollievo: pensavo accadesse solo nel circondario delle mie amicizie!
L’Amore, quello vero, genera invidia, paura, ansia di distruzione. Pessime parole, basse azioni. E’ inevitabile. Più è bello, originale, pieno di ardore e personalità, più è chiacchierato, ferito, criticato, infangato, reso simile a quello che i maldicenti conoscono nella loro piccineria emozionale, nella mediocrità della loro vita sentimentale. L’Amore muove bile, rancore, rivalità, come nota Prévert: “Questo amore che impauriva gli altri / che li faceva parlare / che li faceva impallidire”. L’importante è non lasciarsi influenzare e, magari, a coloro che alzino lo sguardo su quell’Amore con il finto dispregio della volpe di Fedro per l’uva, gli occhi maligni, penetranti e curiosi, si può sempre dire, con Proietti, “Ciao invidiosi!”.
Un po’ infantile, forse. Ma che c’è di male? L’adolescenza perenne che investe gli amanti è una primavera esplosiva, un gioioso vigore, il tumulto dell’anima che il corpo traduce in una scarica di vitalità, di energia, di forza, di potenza, di entusiasmo, esuberanza, vivacità: “agli uomini proverei quanto si sbagliano pensando che si smette di innamorarsi quando si invecchia, senza sapere che si invecchia quando si smette di innamorarsi” scrive il grande Borges.
Ma c’è il rovescio della medaglia. Può far paura una simile valanga di suggestioni e turbamenti. Ed ecco, allora, che, in questo quadro di magia assoluta, entrano le parole e nel parlare, si sa, le bocche smettono di baciarsi, gli occhi si aprono, non sognano più, le mani si lasciano per accompagnare il dialogo ed i corpi si allontanano. Mi viene in mente l’Urlo di Munch. Griderei, sì: “Che fate? Assassini, balordi, miseri, sciocchi, codardi. Che fate?”. Ma non esce un fiato e resto lì a guardare mentre sfilano espedienti, ragionamenti, ogni tipo di scusa, la più elegante, la più banale, qualunque cosa pur di giustificare la follia di una vita di assenze e di effimere presenze, dove regna il non sentire, trionfa il non amare, e si nasconde nella parte più oscura di sé ciò che non si vuole desiderare.
"Muore lentamente chi evita una passione” scrive Neruda. Come ha ragione!
Ed, invece, quante ce ne inventiamo per dire a noi stessi che non amiamo! Pensate al teatrino della gelosia. Sì, il teatrino che inscena quello dei due che è più deciso a dimostrare d’essere forte, distaccato, indifferente, desiderato. Ed, all’improvviso, il due s’infrange, si spacca, si divide, pur senza diventare un tre, perché l’altro, quel terzo che comincia a giocare per spavalderia, vanità, piccineria, quel terzo che crede d’essere interessante e non si rende conto, per sua stupidità, di come venga usato, di quanto sia insignificante, quel terzo, dicevo, non conta niente. "Devo giocare al loro gioco, di non vedere che vedo il gioco”, scrive Laing. E così fa l’amante, poi, però, il gioco si fa troppo pesante e sente una fitta, un persistente dolore, proprio lì, al centro del petto, dove risiede il cuore; non lo trova giusto; non pensa di meritarlo. Così, volta dopo volta, ha sempre meno pazienza, sempre meno voglia di partecipare, finché, un giorno cede al silenzio, alla glaciazione del cuore ed in quel teatrino sceglie di non farsi più invitare. E’ arrabbiato. Li scansa, li ignora, li lascia alla pochezza del loro finto apparire. Ha aperto gli occhi, ormai, e non può più fingere di non vedere.
Non ammette luci il bacio scolpito dal Canova: Psiche guarda Amore, sovrappone la conoscenza alla passione ed egli l’abbandona. Quale castigo, dunque, per chi scelga di scambiare Amore con ragione? Forse leggere la fine negli occhi dell’altro, illuminati da un solo rimprovero? “Ho amato in te un amore che non ti assomigliava: / a me solo assomiglia il fantasma di carta / che l’assenza stregava” recitano i versi di Giusy Verbaro.
Eppure è difficile smettere d’amare. Non cessa di amare colui che fugge, se ha un cuore grande ed un grande sentire ed, in fondo a se stesso, il coraggio di vivere e di gioire, perché si lascia prendere dolcemente da un ricordo improvviso, dal desiderio di un attimo che lo eccita, lo irretisce, lo fa vacillare, ricomparire, restare, di nuovo scappare, e quindi tornare; non cessa di amare chi assiste a quelle vane fughe disperate e si siede, piange forse, poi asciuga le lacrime ed attende, sente il richiamo di quel cuore terrorizzato, da lontano continua ad amarlo finché non sarà tornato.
Oh, Shakespeare, grande intelletto e grande cuore, cosa scrivesti? “Amore non è amore / se muta quando scopre un mutamento / o tende a svanire quando l’altro s’allontana. / Oh no! Amore è un faro sempre fisso / che sovrasta la tempesta e non vacilla mai”, non c’è Tempo che possa distruggerlo “Amore non muta in poche ore o settimane, / ma impavido resiste al giorno estremo del giudizio; / se questo è errore e mi sarà provato, / io non ho mai scritto e nessuno ha mai amato”.


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