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ARTICOLI & PENSIERI > IL CORRIERE DI ROMA (2008-2009)
AMORE, MASCHERE E MENZOGNE
(del 30.06.2009)
La benigna letargia sentimentale, che ci rende propensi a seppellire i lumi della ragione ed a pregiare, nell’intimo del cuore, il miraggio di quell’ansante inventare similitudini, di quel sospirato cancellare differenze, falsari, entrambi, di una realtà al servizio del romanticismo, riluce di delitti sepolti: parole dell’anima brutalmente azzittite che, prima o poi, risvegliano antichi dolori di verità inesistenti e trionfanti menzogne, di maschere scambiate per volti reali, di quel mischiarsi di onte e miserie che, a volte, giunge dalle persone che ci hanno amato.
Parola grossa l’Amore, in questo caso!
Ancora legata a certi valori demodé, ritengo che meglio sarebbe non abusare di questa voce, ricca di delicate istanze e di sconfinate potenzialità, capace di voli infiniti, di luce sfacciata, di fiera eleganza e di intelletto superiore, impegnandosi, piuttosto, a trovare un neologismo per esprimere un finto sentimento dal roseo e florido aspetto. Falore, forse, crasi di falso amore; Amalso, crasi di amore falso!
La linea di scissione tra un sentimento autentico e ciò che molti vivono come tale, senza averlo conosciuto mai, sta nella puerile idea di emancipazione che si vuole stillata dalla fonte di una risoluta ed ottusa messa al bando della verità. Falsità e maschere, soprattutto in campo affettivo, trovano una ben precisa collocazione e c’è da chiedersi perché la somministrazione di una consapevolezza annebbiata raccolga tanti consensi. Forse perché esclude a priori lo scioglimento delle alternative tra essere, dover essere e voler essere.
Il parossismo emotivo, lungi dal disegnare ali che sappiano volare, come vorrebbero i santi, gli eroi ed i poeti (nonché la sottoscritta e pochi suoi amici), spesso trasforma gli uomini in scalatori della Montagna dei Contrari: piacere e dolore; coraggio e paura. Dalla rete dei contrasti solo i più illuminati riescono a liberarsi, assaporando appieno le proprie emozioni e raggiungendo, così, i più eccelsi livelli del vivere. E’ un’attività che richiede cuore e cervello. Gli altri rimangono impigliati ed affondano nell’oceano oscuro dei sotterfugi peggiori, chiamati ad eludere le istanze dell’Essere contrapposte a quelle dell’Apparire e possono aspirare a nulla più di un florilegio di soddisfazioni materiali, quelle descritte nei libri di zoologia!
Immagino Aletheia, la svestita figlia di Kronos, dea della Verità, col volto corrugato al cospetto di cotanta umana debolezza, che, stretta in un angolo tra sole ed abisso, amata da Thanatos e scansata da Eros, piange la propria sorte. In certi ambienti, tra certi uomini, troppo spesso Amore è Menzogna e Verità è Morte.
I deboli si muovono in un gioco di attrazioni e repulsioni evocate dal senso falsato di sé e degli altri, sostituendo con una maschera di frivolezza e di superficialità passioni, emozioni, affetti e sensazioni ed impegnandosi in una danza di inganni perenni, di quelle dipinte dal Tiepolo tra bautte indossate a tenere le espressioni del volto ben nascoste e corpi impegnati ad esprimere seduzioni ben manifeste. Tra i dediti a questa deprimente attività di cristallizzazione dei sentimenti migliori in oscure stalattiti avvelenate, si evidenziano le maschere umane, dunque, gli uomini-Arlecchino, irresponsabili faraboloni, e le donne-Colombina, furbe e seducenti servette. Solo che diversi appaiono i destinatari dell’inganno: le donne-Colombina, sullo stesso asse del piacere fisico, che consente loro, in sua assenza, di fingere emicranie ed eccitazioni, mentono agli altri, esternando un amore che non sempre provano ed installando una calcolatrice al posto del cuore; mentre gli uomini-Arlecchino mentono agli altri solo dopo aver mentito a se stessi. Grave errore! Indotti da una natura beffarda a temere i sentimenti autentici ed a cercare nell’apparenza quel che non si è e quel che non si ha -“Un grand’uomo? Io vedo solo la brutta copia di se stesso” afferma Nietzsche-, manifestano una esteriore galanteria ed un falso trasporto capace di uccidere il cuore di una donna innamorata, ma di non lasciare segno alcuno sulla calcolatrice di cui sono dotate le altre. Facile individuarli. Si celano dietro un’apparente sicumera, una generosa loquacità, un falso apprezzamento per la femminilità, in realtà svalutata costantemente dalle loro azioni, e si palesano per gli amanti fantasiosi e focosi che non sono. Invasi dalle oscure assenze che la panica espansione dell’Amore produce nei pusillanimi; colpevoli d’aver chiamato attorno a sé un’aura di pietra, riducendo le migliori emozioni ad un circuito di istinti primordiali, crollano in un niente quando seguono il corso della propria carnascialesca sceneggiatura, accompagnandosi alle donne dal cuore contabile, di poco pregio, altrettanto menzognere e spesso portatrici di una qualche inferiorità professionale, economica, culturale, o sociale. Colombine perfette. Da costoro si fanno facilmente denigrare, deridere, depredare, decomporre in frammenti di Qualcosa che una volta era Qualcuno. Tanti piccoli Osiride senza un’Iside che si sprechi a ritrovare i pezzi. Ed eccoli, dunque, separati da mogli voraci di soldi e di case e baloccati dalle imploranti esigenze economiche di amanti che sanno far tutto tranne amare. Mi chiedo se, sotto la maschera, non si sentano dei falliti.
L’aspetto di questi Arlecchini presto muta. Il sorriso lentamente si spegne, gli occhi si abbassano; divengono le figure, solitarie ed annoiate, dipinte da Picasso e da Widmayer; o quelle di Derain, di Botero, di Severini, portatrici di una malinconia senza pari, con quelle loro chitarre prive d’ogni suono. A volte, poi, piangono il furto d’amore che qualcun altro commette in loro danno e si trasformano in Pierrot disperati, in Pagliacci dal sorriso dipinto sopra un volto piangente, che si forzano d’apparire indifferenti a quel tradimento; possono sfoggiare delle Colombine passeggere per sentirsi, forse, più maschi, meno fessi, ma, dentro di loro, li divora la rabbia ed il dolore: “ridi Pagliaccio col tuo cuore infranto” canta il protagonista di uno splendido melodramma. Ed il carnevale di Arlecchino si trasforma in un caos di colore e dispetto, abitato da piccoli demoni, come lo dipinge Mirò. Pochi si svegliano dall’incubo. Accade solo quando la maschera sia stata indossata, sì, per insicurezza e paura, ma da una persona dotata di cuore e capace di cogliere nell’amore ogni cura. Penso con commozione alla portinaia ed alla bambina de l'Eleganza del Riccio. Che delicato riserbo, che raffinato sentire dietro le loro maschere, indossate per difendersi da un mondo insensibile e brutale; e che melodia il loro incontro! “Non parliamo più di oscurità” canta il Fantasma dell’Opera al suo incantevole soprano, “lasciami essere la tua libertà”. Niente di più vero: è quando la maschera cala che s’inizia ad essere davvero liberi.
Eppure il carosello dell’apparenza è gettonatissimo e va ben oltre la schermaglia tra una coppia di maschere. Elemento preoccupante, invero. Molti, infatti, anche tra i coraggiosi, i passionali e gli intelligenti, sono disposti ad indossare pacchiani camuffamenti, a volte, pur di sentirsi desiderati ed ammirati. Sento dire da sempre che dovremmo aspirare ad essere apprezzati per quel che siamo e non per come cerchiamo di apparire. Pura utopia. Quelli che lo dicono sono i primi a gingillarsi con maschere d’ogni genere.
Le donne si truccano per sembrare più belle; si rifanno il seno per sembrare più sexy; dimagriscono per sembrare più affascinanti; indossano begli abiti e gioielli per sembrare più eleganti; giunte ad una certa età, poi, si affidano ad intrugli vari per sembrare più giovani. Gli uomini non sono da meno: palestra, carriera, soldi, ed, oggi, persino massaggi, belletti e chirurgia estetica. Per non parlare di tatuaggi e piercing, quelli della splendida Zeliha, protagonista de La bastarda di Istambul, una delle più dolenti ed intense maschere umane di cui abbia letto negli ultimi tempi, ma anche quelli dei meri cultori dell’anti-bellezza, dell’anti-regola, dell’anti-famiglia, chiamati a comunicare disagio, contestazione, fuga, il tutto senza dover usare le parole, ovviamente. Mi chiedo dove sia il divertimento. In buona sostanza, tutti si comportano come scemi per sembrare più appetibili! Né la vita, del resto, ci insegna che mentire è deprecabile od inutile: pensiamo al mimetismo animale. Esistono maschere ovunque. Come nelle tele di Ensor, ne siamo circondati. Inquietante davvero.
Personalmente non mi piace indossarne; esagerando nell’apprezzamento narcisistico di me stessa come essere umano e non come involucro, spesso evito persino di truccarmi -e sì che, stando ai canoni comuni dell’estetica, mi sarebbe utile davvero-; tuttavia non disprezzo tout court chi indossi maschere, sempre che accompagni il travestimento con una dose non letale di falsità. L’unico suggerimento che vorrei dare a chi voglia vivere in questa sorta di perenne Carnevale è di continuare ad indossarla, quella maschera, una volta messa, perché le persone vere possono anche inciampare nell’innamoramento per un mero personaggio, un piccolo Pinocchio, un Pulcinella qualunque, ma di sicuro rischiano di spaventarsi a morte, come accade in Helzapoppin, nel vedere il vero volto che costui cela dietro di essa!
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