Libri & Dintorni di Raffaella Bonsignori


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Bacchelli nel Fiume della Storia

ARTICOLI & PENSIERI > 1985-1995

BACCHELLI NEL FIUME DELLA STORIA
(del 15.10.1985)

Qualche anno fa esplose il cosiddetto “caso Bacchelli”. Persino il Presidente Pertini intervenne a sensibilizzare il Comune di Milano al fine di aiutare il quasi novantenne scrittore, vanto della cultura italiana, sostenendo le ingenti spese di degenza in una clinica milanese ed evitando, quindi, di abbandonarlo ad un triste destino di malattia ed indigenza. Ed il Comune, effettivamente, lo aiutò, pagando la retta della clinica, ma, ben presto, ad evitare di subire le giuste censure della Corte dei Conti relativamente ad una voce in bilancio non corrispondente agli interessi pubblici dell’Ente, dovette sospendere gli aiuti.
In quel frangente, Bacchelli, approfittando di un lieve miglioramento, riprese a scrivere per
Il Corriere della Sera, ma non riuscì a sostenere quei ritmi che potessero garantirgli un serio introito economico. Venne, pertanto, trasferito in una clinica di Monza, la clinica Zucchi, convenzionata con il servizio sanitario, ove, novantaquattrenne, ormai quasi cieco e paralizzato, si è spento l’8 ottobre 1985. Una settimana fa. La cultura italiana è in lutto.
Uomo di temperamento e grande eleganza, Riccardo Bacchelli trascorre la sua esistenza da vero edonista, soffermandosi spesso sui particolari della vita, sul gusto del necessario e del superfluo, sull’idea del bello, che traduce anche nelle sue opere, delicati affreschi che presentano stessa cura per la forma come per il contenuto. Ha i suoi leggendari capricci d’artista, senza dubbio, che contribuiscono ad alimentare un mito vivente: le belle macchine, i ristoranti raffinati e tanti altri piccoli dettagli tra i quali uno ritengo sia, qui, degno di nota per quanto testimonia circa la fama e l’amore del suo pubblico. Egli ama scrivere con cannucce d’argento sulle quali innesta pennini
Perry n. 27. La rarità di queste punte, che, soprattutto dopo gli anni sessanta, diventano pressoché introvabili, mette un poco in crisi il suo castello di abitudini. Ebbene, quando scrive un articolo sulla difficoltà a reperirne, i suoi lettori si muovono con un tam-tam vertiginoso e gliene fanno recapitare tante da poter scrivere, come egli stesso ebbe a dire, per altri trent’anni. L’episodio, in sé poco istruttivo relativamente all’arte del Nostro, è abbastanza illuminante per comprendere chi egli sia e come si muova in quell’Italia dai molteplici e variegati fermenti, che viaggia tra i resti del Romanticismo, passando attraverso il Verismo, la Scapigliatura, il Decadentismo e l’incipiente Futurismo, con tutta la cultura d’avanguardia che quest’ultimo porta seco.
Letterato e raffinato romanziere, con i suoi scritti lascia un’eredità di gran pregio.
Vissuto a cavallo di due secoli che sono manifesto di grandi istanze artistiche, Bacchelli ne rappresenta a buona ragione un’imponente figura: c’è chi lo definisce, e non a torto, il più grande prosatore dopo il Manzoni; ma, come sempre, c’è anche chi se ne ricorda solo ora.
Dopo una prima, ingenua ma godibile esperienza narrativa,
Il Filo Meraviglioso di Ludovico Clò, che risale al 1911, lascia, nel 1912, l’Università fiorentina per aperti contrasti, pare, con il suo docente, “tal” Giovanni Pascoli, e si unisce a quella gioventù di letterati e filosofi che, dalle pagine de La Voce, rappresentano l’enzima della nuova cultura italiana, un’evoluzione di quel gruppo di pagani ed individualisti che, ancor prima, s’erano dedicati a scrivere e leggere il Leonardo, fondato da Giovanni Papini. Con la fondazione di questa nuova rivista cresce la loro consapevolezza di gruppo intellettuale. Si chiarificano gli intenti. Scrive Prezzolini, a proposito dei must della rivista: “trattare tutte le questioni che hanno riflessi nel mondo intellettuale e religioso ed artistico; reagire alla retorica degli Italiani, obbligandoli a veder da vicino la loro realtà sociale, educarci a risolvere le piccole questioni ed i piccoli problemi per trovarci più preparati a quelli grandi; migliorare il terreno dove deve vivere e fiorire la vita dello spirito”.
La frequentazione dei vociani influenza enormemente il pensiero di Bacchelli, sebbene non intacchi il suo peculiare stile di raffinato prosatore, estraneo alla “poetica del frammento”, alla ricerca della brevità ad ogni costo, quale coniugio puntuale tra intensità e perfezione stilistica. Né lo intaccheranno i rondisti dopo il suo trasferimento a Roma, nel 1919, e la sua nuova dedizione, accanto a Cardarelli, Baldini e Cecchi, a
La Ronda, rivista che, sull’onda della scissione vociana tra Salvemini e Prezzolini ed il nuovo indirizzo, prevalentemente letterario, dato alla rivista dal nuovo direttore, De Roberto, pone attenzione, in prevalenza, agli aspetti poetici e narrativi, estraniandosi -in apparenza, secondo la sottoscritta- dalla conflittualità politica e sociale. Sicuramente le lettere divengono il primo interesse. Si ricerca lo stile elegante, formale. Si torna a valorizzare Leopardi, così come il Manzoni, soprattutto da parte di Bacchelli, il quale allo studio del grande scrittore milanese dedica gran parte della sua esistenza.
Appartiene al periodo romano
Lo Sa il Tonno, del 1923, una sorta di favola filosofica di sorprendente freschezza, ambientata nelle profondità marine, il suo primo romanzo di sicuro valore ed ampio riconoscimento.
Interessato, ma distaccato, al contempo, dai sermoni sulla brevità e sullo stile lirico, che i massimi esponenti delle avanguardie predicano dalle pagine delle riviste culturali dell’epoca, Bacchelli si indirizza, dunque, verso una prosa d’arte di respiro ampio, profondo, di alta eloquenza, precisa, chiara, luminosa, cui, nel lungo arco della sua produzione letteraria, rimane fedele, pur se la sua pagina, sorvegliata, attenta, tenuta a freno, allo stesso tempo gli sfugge, come spinta dallo straripare della linfa inventiva e trasportata dal corso di un fiume grande e possente come il Po -tanto per rievocare un titolo che lo ha reso famoso-, ove gorghi e mulinelli e piccole rientranze, stagnanti presso le calme rive, richiamano gli indugi, le descrizioni, gli intermezzi di qualunque argomento, le impennate polemiche che egli sviluppa nel corso dell’intreccio narrativo.
Più che mai se ne ha riscontro leggendo i suoi vasti affreschi storici, caratterizzati da ricostruzioni poderose, pur se, talvolta, indugianti sulla minuzia, di intere epoche e di grandi personalità; una minuzia che, spesso, rende arduo rinvenire l’iter logico ed il significato più profondo di quella sorgiva e ricca fonte di fatti e personaggi, ma che -riconosciamolo- non può non avvolgere e catalizzare l’attenzione.
Il suo distacco da
La Ronda è inevitabile. Inizia il lunghissimo periodo milanese, cui appartengono le sue opere di maggiore fama.
E’ versatile letterato, poiché ama la sperimentazione a tutto tondo nella scelta degli argomenti, che vanno dall’opera di fantasia, al romanzo storico, per giungere al ritratto biografico.
Nel 1927 pubblica
Il Diavolo al Pontelungo, ove il suo storicismo non si sottrae alla continua presenza dello scrittore tra le righe -cosa che avrebbe fatto inorridire il Manzoni in un’ipotetica seconda lettera all’amico Fauriel- e si vela di ironia, presentandoci un Bakunin, “povero diavolo”, dominato dal destino.
Quindi è la volta de
La città degli Angeli, del 1929; de Il Mal d’Africa, 1934, ispirato alla vita di Gaetano Casati, esploratore; de Il Pianto del Figlio di Lais, 1945, di ispirazione biblica; de Il Figlio di Stalin, 1953, ricostruzione fantasiosa della prigionia e della morte del giovane Jacob; di Non Ti Chiamerò Più Padre, 1959, sulla vita di S. Francesco; delle due biografie Leopardi e Manzoni, 1960, e Gioacchino Rossini, 1941. E questo solo per citarne alcuni: l’elenco completo sarebbe eccessivamente lungo.
Viene comunque ricordato principalmente per il suo capolavoro, cui la letteratura italiana è fiera di essere debitrice di gloria e successo: la trilogia de
Il Mulino del Po, 1938-1940.
In questo gigantesco quadro storico l’atteggiamento del Nostro si discosta, ancora una volta, dall’ideale manzoniano, creando tra le righe uno spazio corrispondente a quella che può essere definita “licenza di intervento”, partecipando cordialmente e francamente alle vicende di bene e di male, di miserie e di grandezze, d’amore e d’odio, di violenze e di affetti. E’ una storia di generazioni, in cui il mulino si fa simbolo, centro ideale di unificazione; storia pacata e piena come il fiume da cui tra il titolo. Una storia in cui predomina il popolano sanguigno ed onesto che abita quei luoghi temporaleschi e vitali, umbratili come lui. Una storia fatta di gente, come quel Lazzaro che, dopo essere stato costretto a darsi alla macchia per quasi un anno, si riaffaccia, guardingo, in paese per acquistare un sillabario. Bacchelli lo descrive e non si potrebbe immaginarlo differente:
“Entrò peritoso e con un occhio alla porta. Aveva persa l’abitudine del chiuso e del coperto. Lesse negli sguardi del bottegaio e di alcuni avventori presenti quel che pensavano di lui. E davvero pareva l’uomo selvatico, che del brutto tempo si rallegra e piange se fa bello”. Una storia di cui, alla fine, come è stato giustamente notato dallo Spagnoletti, rimane solo la sensazione umbratile di qualche presenza. E’ ciò che lo scrittore ci ha voluto lasciare: ombre, null’altro che ombre il cui destino è soccombere alla natura.
Alla vedova sono state inviate commosse parole da rappresentanti del mondo politico e culturale, nonché da tutti coloro che hanno avuto la fortuna di conoscerlo, non solo attraverso i suoi libri, e ricevere da lui l’immensa carica di umanità che è sempre riuscito ad irradiare.
“Riccardo Bacchelli rimarrà un riferimento importante nella nostra cultura ed un protagonista indimenticabile della letteratura del nostro secolo. A quanti gli furono vicini va, in questo giorno, l’affettuosa solidarietà ed il memore pensiero di tutti gli italiani” [il Presidente della Repubblica, Francesco Cossiga]
“Una delle voci più alte, uno dei testimoni più attenti del nostro secolo. La cultura dell’intera nazione gli è riconoscente per un lascito che non sarà mai dimenticato” [On. Nilde Iotti]
“Il Senato partecipa al lutto per il suo decesso. Personalmente, gentile signora, ricordo con emozione gli incontri al Senato e nella casa milanese che mi fecero sentire sinceramente amico il suo caro consorte” [On. Amintore Fanfani]
“Col Diavolo al Pontelungo e la trilogia del Mulino del Po seppe indicare, tradizionale e moderna insieme, costellata da sue opere memorabili, una delle strade maestre della narrativa italiana della prima metà del secolo” [Vasco Pratolini]
Questo sono solo alcuni stralci dei messaggi di profondo cordoglio che sono stati inviati alla famiglia Bacchelli; messaggi ai quali mi permetto di aggiungere il mio e del mio giornale per la scomparsa di un indimenticabile letterato, che ha lasciato un vuoto incolmabile non solo nel cuore dei suoi cari, cui più di ogni altro rivolgo le mie parole, ma nel cuore di chiunque abbia conosciuto ed apprezzato le sue opere, nonché nel cuore della letteratura mondiale, eco eterna della sua fama.


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