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ARTICOLI & PENSIERI > 1985-1995
DIVISMO E VIRTUOSISMO IN FRANZ LISTZ
(del 15.10.1986)
A tutta quella parte di ventenni, miei coetanei, avvezzi alla musica “rockettara”; a tutti coloro che hanno imparato ad ascoltare la musica classica attraverso il filtro dell’industria cinematografica americana; a tutti i “romantici” per i quali il Liebestraume di Listz è il sottofondo musicale di una clip zeffirelliana che pubblicizza pellicce; a tutti costoro sembrerà strano che io voglia dedicare un articolo di terza pagina ad un musicista classico del secolo scorso. Sicuramente è un punto di vista, il loro, comprensibile, dal momento che gli idoli contemporanei crollano prima di affermarsi.
Tuttavia, prigioniera di un bagaglio musicale ereditato da nonni e genitori e formato, prevalentemente, da musica sinfonica ed operistica, a me va proprio a genio parlare di Listz e del romanticismo musicale!
In risposta ai noti stilemi dello Sturm und Drang, anche la musica, nell’ottocento, rompe gli schemi classici per rivolgersi alla libera ideazione, alla fantasia, ad un suono che è musica e poetica al contempo. Pensiamo a Beethoven, a Wagner, a Chopin. Contrariamente a quanto accade per i pur virtuosi classicisti, come il Cherubini, che ancora compongono senza suscitare, però, l’emozione prorompente dei romantici, nella musica della maggior parte dei compositori ottocenteschi l’armonia si fa spregiudicata e segue d’istinto, direi, l’evoluzione di una maggiore spregiudicatezza di vita. La mobilità e fluidità musicale si muovono di pari passo con quelle degli stati affettivi dell’uomo ottocentesco, spesso grande ed instabile amatore, e con gli ondeggiamenti della sua vita spirituale, in bilico tra ortodossia ed eterodossia, tra fede e libera interpretazione del dogma.
L’individuo, con la sua complessa interiorità, è, dunque, al centro dell’attenzione. E Franz Listz è interprete sublime del romanticismo sotto tutti i suoi aspetti peculiari. La sua musica, densa di virtuosismi e delicati arpeggi, non si limita a vibrare nell’aria, ma dipinge sensazioni, narra emozioni. E’ pura idea e perfetta forma, pienezza, rispecchiando ciò che il Fubini ha descritto come “valore dell’autosufficienza”.
Nasce nel 1811, ossia in anni dove il fermento romantico comincia a ribollire, ed opera, quindi, nel pieno di quel romanticismo imperante, impulsivo, forte e brillante che noi tutti conosciamo. E tutto romantico è, in fondo, nel suo iter artistico che, sin dal suo esordio come enfant prodige, a soli sei anni, giunge fino alle sue più belle e suggestive composizioni della maturità, quali Les Preludes, cui nessuno, neppure i musicolgi distaccati da Listz come la volpe all’uva, possono disconoscere l’inconfondibile e riuscitissima originalità; la Sonata in Si Minore, stroncata da quella parte della critica che non accetta il “poema sinfonico” tipico di Listz, la riduzione dei marchi del classicismo in un mix di trenta minuti di musica briosa ed irretente; od, ancora, la Sinfonia Faust, di memoria goethiana e dedicata a Berlioz, e la Sinfonia Dante, dedicata a Wagner.
Ma non solo la sua musica è romantica. Egli stesso è uomo profondamente romantico, in perenne bilico tra gli aspetti narcisistici e quelli istrionici della sua variegata personalità, che si esprime con tratti di immensa generosità e tratti di superbo dispregio per i mediocri, incapaci di capire la vera arte. Scrive di sé: “Riguardo alla diffusione delle mie opere, mi esercito risolutamente alla pratica di quella singolare virtù che i P.P. Gesuiti chiamano la santa indifferenza. Da tempo mi si è dimostrato che avrei ancora maggior torto di pretendere ai successi semplici e facili di quello che non mi si faccia ricusandomeli. A rischio di passare per intollerabilmente orgoglioso, credo che l’intendere certa musica esiga una intelligenza ed un senso morali più elevati, più educati, più raffinati tra gli artisti e gli uditori che non si incontrino di solito. La predominanza delle abitudini grossolane, delle prevenzioni, delle inettitudini e malignità di ogni sorta e sotto le più diverse forme, pedanti o triviali, pretenziose o stordite, è ancora eccessiva nel mondo musicale. Forse essa diminuirà a poco a poco e forse anch’io troverò allora il mio pubblico. Non lo cerco e non ho più il tempo di attenderlo”.
Di certo non si rende simpatico alla critica, ma il pubblico, che sempre ama gli artisti fuori dalle righe, lo adora.
Le cronache del tempo descrivono i suoi concerti come meravigliosi ed irripetibili, teatro di fenomeni isterici di massa, deflagranti durante gli interminabili applausi.
Suona musica ammirevole: Beethoven, Shubert, Schuman e, naturalmente, la propria.
E’ aiutato da un dono inestimabile, il talento, e da un altro di cui non si parla mai, perché chi lo possiede non se ne cura e chi non l’ha finge di disprezzarlo, la bellezza. Alto, magro, capelli lunghi e lisci, flessuoso, sguardo sognante e profilo nobile, una bellezza quasi moderna per la quale le donne, che si dice siano state la sua rovina, impazziscono.
In un certo senso si può dire che egli sia il primo divo della storia musicale; divo proprio come oggi lo intendiamo noi: catalizzatore di masse e spettacolare in ogni sua manifestazione; persino irriverente dall’alto del suo talento, esattamente com’è quando suona per lo zar Nicola I. Durante il concerto l’imperatore russo, evidentemente poco incline ad apprezzare la buona musica, persevera in un noioso chiacchiericcio all’orecchio del suo ciambellano. Listz, visibilmente disturbato, lancia un primo sguardo di rimprovero all’indirizzo dello zar e, quando si rende conto che il suo sguardo non ha sortito l’effetto voluto, alza le mani dalla tastiera e rimane immobile. Alla stupita richiesta dello zar di cosa sia accaduto, egli risponde, non senza celare la propria vena d’arroganza: “Sire, quando Vostra Maestà parla, tutti gli altri devono tacere!”.
Con Listz il pianoforte assurge alla sua vera dimensione: egli ne comprende tutte le risorse e ne sfrutta le potenzialità e ciò non solo attraverso le dita, ma anche con l’uso sapiente della forza del braccio, della spalla. Sulla tastiera inscena costanti spostamenti di accordi e di ottave con l’incrocio di mani e con l’uso del pollice in funzione basilare o come mezzo di forza.
Con il trasferimento a Weimar, però, inizia un momento più riflessivo, più intenso, più melanconico, conclusione, forse, del discusso e tormentato amore con Carolyne Syn Wittgenstein. Di questo periodo apprendiamo dall’epistolario; in particolare dalle lettere che scrive ad Agnès Klindworth, sua mirabile allieva di musica e d’amore: “Mi consumo. Tutta la mia anima non è che un languore e le mie giornate trascorrono in un immutabile accasciamento. Perdonate se vi ho lasciata tanto tempo senza darvi mie notizie. Disapprendo a parlare ed ancor più a scrivere. Mi è stato impossibile rimettermi al lavoro, durante tutto questo mese, e ciò mi rende assai discordante. Per quanto inutili siano le cose che faccio, esse servono almeno a mantenermi un po’ in equilibrio, od almeno a persuadermene”. Questo aspetto crepuscolare del suo carattere, in linea con i tratti narcisistici ed istrionici di sé, che lo fanno oscillare, naturalmente, tra l’autoesaltazione e la depressione, sfocia con l’imprevista adesione all’Ordine Minore della Chiesa in qualità di abate. Ma non è un salto repentino.
Durante il suo incessante peregrinare artistico, che lo vede protagonista di concerti in quasi tutto il mondo, egli subisce il fascino del nascente Decadentismo, che lo porta a contatto con un mondo filosofico ed artistico stridente con il suo. Di questa conflittualità risentiranno le sue opere tarde, illuminate da una luce misticheggiante, forzata ed inadeguata, ad esorcizzare i dubbi di quello che vede come un futuro incerto e pressante.
L’amicizia con Wagner, poi, cui dà in sposa sua figlia Cosima, fornisce l’impulso primo e più duraturo verso questa nuova era della sua vita artistica.
E’ il ritiro e l’isolamento, dunque.
Muore il 25 luglio 1886 in casa di Wagner, consumato da una bruttissima polmonite che, tuttavia, non gli impedisce, proprio nella serata precedente l’inizio della sua agonia, di applaudire la rappresentazione del Tristan.
Dunque musica fino al letto di morte per l’abate Listz. Tristan è stata la sua ultima parola e, come Goethe che, nell’ora del trapasso, fa con la mano l’atto di scrivere, così Listz si abbandona un’ultima volta al suono di quel nome che racchiude il simbolo di una grande esperienza, cui, nonostante tutto, è testimone attento e fine estimatore: una delle rappresentazioni del primo decadentismo musicale.
Per tutto questo e per altro ancora Listz resta, a cento anni dalla sua scomparsa, un affascinante musicista, un personaggio avvolto nella leggenda, l’incarnazione di un divo dal talento straordinario di cui è valsa la pena tratteggiare questo breve ricordo.
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