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Eliot e la poesia di un tempo senza confini

ARTICOLI & PENSIERI > 1985-1995

ELIOT E LA POESIA DI UN TEMPO SENZA CONFINI
(del 25.12.1985)

Ciò che spinge l’attenzione alla poesia, nel mondo contemporaneo, è l’idea che essa, nella nostra “civiltà di parole”, che ci sta lentamente conducendo verso la disumanizzazione del linguaggio ed il trionfo del rumore, possa costituire il punto di sbocco, se intesa come recupero di un umanesimo dimenticato.
E la poesia cui oggi rivolgo l’attenzione è quella di Thomas Stearns Eliot.
Nasce a St Louis il 26 settembre 1888, ma la sua America non sarà sempre protagonista. Trasparirà dalle sue opere, certo; assumerà ora toni violenti ed irrefrenabili -
“il Missouri ed il Mississippi” scrive “mi hanno lasciato qualcosa di così profondo come niente altro in nessuna parte del mondo”-; ora si tradurrà in ricordi fortemente cromatici, che costituiranno l’immaginario di molte sue composizioni; ora sarà lontana ed indistinta, sopraffatta da quella cultura classica che lui rilegge con occhio impressionistico, come, del resto, fa tutta l’America colta e pur tradita nella sua cultura dalla riedificazione strategica del capitalismo e del conseguente rifiuto di tutto il Romanticismo europeo. In particolare egli si dedica allo studio di Dante e del Dolce Stil Novo, dei poeti metafisici inglesi e del simbolismo francese baudelairiano, che ha imparato ad amare sui banchi di Harvard.
Ebbene, tutte le esperienze che l’amore per la cultura e per l’arte scrittoria in genere lo portano a fare, le ritroviamo nella sua poetica straordinariamente rivoluzionaria, che si traduce, ben presto e nonostante tutto, in un establishment. Nelle sue opere c’è la Francia del 1910, la Germania del 1914 e della sua tesi, mai discussa,
Knowledge and experience in the philosophy of F. H. Bradley, c’è l’Inghilterra della guerra mondiale e l’America dei ricordi.
The Waste Land, del 1922, il suo capolavoro, è il gradino ultimo, lo stadio finale di un intenso lavoro poetico, che lo vede spettatore coinvolto ed al tempo stesso distaccato, delle inquietudini esistenziali, sue e del mondo, dell’afasia e dell’impotenza dell’individuo.
“You, hypocrite lecteur! Mon semblable, mon frere!” (Tu, ipocrita lettore, mio simile, mio fratello) urla in Unreal City e questa frase baudelaireiana ci accosta all’idea tutta originale che Eliot si fece del poeta francese, unito a sé nella valutazione degli uomini, tutti colpevoli dello stesso peccato. In questa sua opera, che vuole essere un po’ una poesia rituale ed espressione, al contempo, della perdita della ritualità, egli opera una duplice lettura di ogni immagine mitica. E’ un intreccio incessante di illusioni e rimandi, nell’esaurirsi di ogni possibile coscienza della situazione morale in un’unica figura. Non si ferma alla mera scolasticità, ma si allarga all’incubo di un mondo tradito dalla storia stessa.
Toccato, così, l’apice della sua produzione, Eliot si abbandona, successivamente, ad un periodo di stasi che comincia a dissiparsi solo nel 1929 con il saggio
Dante, nel 1933 con The Use of Poetry and the Use of Criticism, nel 1935 con Murder in the Cathedral, di cui Ash Wednesday (1930) è lo stadio ultimo, in cui il Dante della Vita Nova ed il suo amato Baudelaire si fondono anacronisticamente in un procedimento a ritroso nel tempo ed in un simbolismo affatto sui generis.
Si prepara, quindi, il periodo della maturità, dell’autoriflessione, del risveglio della sua anima pascaliana che “è” in quanto è limitata.
Poi un viaggio. Importante. Il ritorno in quella mitica terra d’Occidente che gli diede i natali: di nuovo ad Harvard, nel 1932, per la celebrazione di Charles Eliot Norton; un tuffo in un passato che dicotomizza il suo essere nel tentativo di raggiungere l’assoluto e rivivere il passato nel presente.
“Ridicolo il triste tempo desolato che si stende prima e dopo”, come ebbe a scrivere.
E, così, in
Four Quartets, Eliot trova la sua massima espressione nella polifonica varietà tonale delle singole poesie, nelle loro righe intrise tutte di quel tempo perduto già presente in The Waste Land ed accostato, qui, ad una rinnovata visione, ad un iter mentis ad deum.
Successivamente, la sua arte, come la sua stessa vita, non saranno poggiate altro che sul passato, conducendolo, come un’eco infinita, verso il premio Nobel, che suggella la sua carriera nel 1948. In quest’ultimo periodo di lui escono solo raccolte di saggi. Ormai è autore da tesi universitarie ed esercitazioni critiche.
Muore il 4 gennaio 1965.
Ha scolpito la sua poesia sull’esigenza di trovare una “tradizione personale”, per rappresentarsi come erede della cultura occidentale tout court; ha costruito la sua arte letteraria sopra un insieme di rovine, trasformando la “microstoria”, il dettaglio che nulla racconta e tutto dice, quell’attimo del continuo che racchiude il passato ed il presente, nell’ambito del suo simbolismo, di un pensiero che proietta figure ingigantite, in una visione cosmica dell’uomo e del proprio destino.
“Vivete in modo che i vostri discendenti abbiano a ringraziarvi” -gli insegnò Ezra Pound, suo amico e maestro del periodo londinese- e perché ciò avvenga è necessario che sia realizzata l’opera immortale. Tutto sommato dubito che i discendenti di Eliot possano disconoscere valore all’immortalità della sua opera.


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