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ARTICOLI & PENSIERI > 1985-1995
GIACOMO LEOPARDI POETA E FILOSOFO
(del 07.03.1987)
Nasce il 29 giugno 1798 in una Recanati gretta e riottosamente ancorata ad un Illuminismo stanco e sciatto che, ormai, non convince più; un “borgo selvaggio” sul cui selciato a grandi lastre sconnesse, tra i cui muri, scuri e serrati tra loro, muore ogni ombra di nuovo e stagna l’aria viziata di un’arte assopita. A girare oggi tra i vicoli di Recanati è difficile immaginare l’opprimente velo di “nulla”, sottile come l’aria e pesante come la più plumbea resistenza ad ogni novità, che, ai tempi di Leopardi, rendeva difficile pensare, creare, persino respirare; è arduo ritrovare, nelle strade, rovinosamente invase da masse di turisti, macchine, inquinamento e commercializzazione d’ogni gingillo che ricordi il Poeta, quel mondo che, sconcertato e dubbioso, accolse i prodigi dell’animo e della mente del giovane Giacomo.
Ancora fanciullo ed iniziato dal padre, fervente illuminista, agli studi razionalistici, rivela un ingegno proteso, nonostante tutto, alle nuove istanze di un Romanticismo ancora ignoto, eppure per lui familiare ed intimo, riuscendo a raccogliere, tra le pagine di quel che diventerà lo Zibaldone, delle osservazioni affatto personali e temibilmente innovatrici.
Trascorre ore silenziose sui libri, nella penombra della biblioteca paterna e, quando, tra gli scaffali di legno massello finemente intagliati intravede uno scorcio di paesaggio incorniciato da una finestra, si incanta nella contemplazione di un mondo esterno che non conosce e pur sente di amare. E, forse, quella biblioteca è la sua prima siepe, il primo ostacolo che lo separa dalla vita, non già quella di Recanati, bensì quella universalizzata nel complesso di sensazioni poetiche poi trasposte nelle sue opere. Lì, in quel luogo silenzioso, in quel tempio di sapere, si dedica ad espandere la propria mente ed il proprio sentire: impara le scienze naturali, la filologia classica, la letteratura e quant’altro riesce ad apprendere con l’ausilio dei numerosi volumi che il padre ha raccolto e messo a disposizione non solo dei familiari, ma anche dei suoi concittadini.
La generosità di Monaldo nel mettere a disposizione la sua biblioteca non induca, però, a ritenerlo un padre amorevole: egli è severo, bigotto ed arcigno, privo di qualsivoglia slancio sentimentale sia nei confronti del figlio che della moglie, il primo neppure menzionato nella sua autobiografia e la seconda ivi descritta come un “ottimo investimento”, una donna “forte, intenta solo ai doveri ed alle cure del suo stato, [che] non ha mai conosciuto altra volontà, piacere od interessi se non quelli della famiglia e di Dio”. Né si può ingenuamente pensare che la rigidità paterna non sia rispecchiata nella vita e nella poetica del figlio. Moravia, nella presentazione all’autobiografia di Monaldo, scrive: “Sono convinto che non si possano comprendere completamente la figura e l’opera di Giacomo Leopardi se non si conoscono la figura e l’opera di suo padre Monaldo. Naturalmente la poesia di Leopardi non si spiega e non si valuta con il fatto che era figlio dell’autore dei Dialoghetti. La poesia, proprio perché è poesia, sfugge a qualsiasi determinazione. Ma il rapporto tra Giacomo e Monaldo che poi vuol dire rapporto tra Giacomo e la famiglia, Giacomo e Recanati, Giacomo e la società italiana del tempo, mi sembra importantissimo per spiegare perché Leopardi fu un certo genere di poeta e non un altro, cioè espresse nella sua poesia una certa visione del mondo e non un’altra”.
Come per ognuno, dunque, fondamentali le influenze familiari nella formazione del sé uomo e poeta, ma altrettanto importanti le istanze naturali del suo animo, l’originalità affatto personale della sua poetica, tanto che, forzarla in schemi definitori sembra vano: romanticismo, filosofia, pessimismo sono solo alcune caratterizzazioni della sua ars scrittoria e, come tali, sono limitanti.
Sicuramente un certo qual pessimismo lo ha pervaso. Alla matrice del suo ego, affaticato e smembrato dall’infelicità di un’esistenza malata nel corpo, per le numerose precoci infermità, e brutalmente costretta ad implodere nella dolorosa ricerca dell’affetto e del senso d’arte che nessuno sa dargli, c’è un lungo cammino che, dalla fiducia razionale nella Natura, personificazione materna del bene ad ogni costo, approda al disfattismo più intenso di colui che non guarda più al mondo attraverso le lenti dell’ingenuità e della stolta fiducia ad ogni costo. Tutt’altro. La Natura diviene, così, l’Erma selvaggia e spietata che uccide ed ingoia l’Islandese in una delle sue più belle e suggestive Operette Morali.
Nell’evoluzione del suo pensiero egli plasma la realtà ad immagine e somiglianza del suo io, ora più emergente e ricco di coscienza del sé, maturo e riflessivo; ora più nascosto e timido, non ancora razionalizzato, quello che, in una splendida pagina dello Zibaldone, descrive un prato primaverile come un “vasto ospitale” colmo di sofferenze; sofferenze che l’occhio umano, con il suo bagaglio di illusioni e superficialità, confonde con un’immagine di gioia.
Preda di un simile fermento di idee e sensazioni, ovvio che voglia fuggire: sente il bisogno di scoprire quale vita gli venga negata in quel suo borgo ottusamente sigillato ad ogni influenza esterna. Ma le cose non cambiano di molto a Roma, od a Napoli: ogni sua esperienza si traduce in un passo in più verso il disincanto totale, in un nuovo rimpianto per il passato, cristallizzato nel “già noto” che, quanto meno, evita traguardi peggiorativi. “Almanacchi, almanacchi nuovi …” grida il venditore: costa solo trenta soldi l’illusione della felicità, ma quanta amarezza per colui che sa di acquistare un’illusione!
Nonostante questo ripiegamento verso un evidente pessimismo, però, egli trasforma il pensiero shopenaueriano in intimità di vita sofferta, senza abbandonarsi allo spleen, all’angoscia esistenziale ed alla nausea fine a se stessa, cui, molti anni dopo, approderà un altro pessimismo, quelli irriducibile ed istintivo di Baudelaire e di Sartre.
Il pessimismo di Leopardi non consta mai di un abbandono alla mera introflessione di un magma incandescente di sensazioni trasfigurate in angoscia senza tempo; la sua poesia è la catarsi, l’anello mancante tra se stesso ed il mondo. E’ un pessimismo, il suo, che non uccide la speranza, lasciandola, piuttosto, sopravvivere al tempo, rinnovandola di volta in volta.
Ne Il Sabato del Villaggio egli dedica i suoi versi a quella sensazione di deludente malinconia che ognuno prova al realizzarsi di un desiderio, inquadrando pienamente quel senso di insicurezza che porta l’anima nell’errante pellegrinaggio verso sempre nuove speranze, traguardi di attesa.
Ne La Quiete dopo la Tempesta va oltre e descrive l’intenso piacere che si prova dopo un dolore più emergente del solito; piacere di vivere la propria condizione di dolore quotidiano, sapendo che altrove ve ne può essere di più forte e di più terribile. Ma tutto ciò rimane, in lui, una mera constatazione della realtà, non vuole assomigliare neanche in minima parte ad una minaccia, né ad un monito dolciniano. E’, in fondo, il medesimo pensiero che sottende l’Operetta del Venditore di Almanacchi: il passato in quanto tale è lì, vissuto e memorizzato, e non è mai stato migliore quando era ancora “futuro”, anzi, forse il mito dell’ignoto è pericoloso proprio perché illusorio. Tuttavia la consapevolezza del viandante che il nuovo anno potrebbe non essere affatto migliore di quello passato non gli impedisce di fermarsi prima di dissipare definitivamente il velo dell’illusione dagli occhi del venditore, lasciandogli, così, la speranza, un mito pericoloso, senza dubbio, ma anche meritevole di non essere negato. Ecco che, in questo, è evidente, il pessimismo di Leopardi è assolutamente ed irriducibilmente lontano dal nichilismo contemporaneo.
Filosofo del Romanticismo? Interprete sublime, piuttosto; poeta, sì, di fronte alla vita come alla morte: quella ovattata ed impercettibile sensazione di nulla di cui parlano i cadaveri di Ruysch, od, ancora, quella meno distaccata ma ugualmente priva di ogni dolore effettivo, di Silvia.
Difficile a dirsi cosa, oggi, di quel Romanticismo ricco ed impetuoso sia rimasto nell’uomo che scrive e nell’uomo che legge. E’ possibile seguire una tradizione, evolversi, od anche rompere con essa, il che implica sempre e comunque, averla a mente, ma non si dovrebbe semplicemente dimenticare. In gran parte della letteratura contemporanea, invece, sembra che il retaggio si sia perso e molti libri sono solo raccolte di parole. Ebbene, nonostante questa vasta opera di appiattimento, qualcosa resiste. Indistruttibile. La poetica di Giacomo Leopardi ne è chiaro esempio: il suo scrivere è un Tabor dominante sull’infinito mondo del pensiero e delle sensazioni ed, al tempo stesso, ne è la siepe, innalzandosi al di sopra della sua stessa epoca e creando immagini universali, in cui ritrovare se stessi, oggi come centocinquant’anni fa.
E, così, anche cercando di proteggermi da chi, oggi, pretende di parlare di sensibilità artistica, trasferendosi idealmente in un Gotha a sé estraneo e sconosciuto, torno ancora una volta a perdermi nei versi degli Idilli, ad assaporare la grazia malinconica dei Pensieri, a vivere il disincanto delle Operette Morali ed il “naufragar m’è dolce in questo mare”.
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