Libri & Dintorni di Raffaella Bonsignori


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Gobetti rivoluzionario

ARTICOLI & PENSIERI > 1985-1995

GOBETTI RIVOLUZIONARIO
(del 16.03.1986)

E’ il 16 febbraio 1926. In un clima parigino per lui un po’ stonato, perché foriero, come sempre, delle tante frivolezze che lo hanno reso famoso e, proprio per questo, apparentemente così distante da qualunque impegno politico, moriva, appena venticinquenne, Piero Gobetti: letterato, giornalista, critico, filosofo, politico e grande rivoluzionario.
“Parto per Parigi dove farò l’editore francese, ossia il mio mestiere che in Italia mi è interdetto. A Parigi non intendo fare del liberalismo o della polemica spicciola come i granduchi spodestati di Russia”. Sembrava avesse le idee molto chiare; idee de stabilizzatrici e galvanizzanti, che difficilmente avrebbero potuto cedere il passo al dilagante imperialismo della classe dirigente in declino.
Egli rinnegò le sue origini borghesi per abbracciare la fede del proletariato, ma non fu mai completamente marxista, né leninista. La conflittualità Gramsci-Gobetti, di cui ancora oggi tanti ci parla la storiografia politica italiana, è espressione di due idee profondamente diverse, conviventi nel mero rispetto reciproco. Di Gobetti Gramsci dirà:
“non era un comunista e, probabilmente, non lo sarebbe mai diventato, ma aveva capito la posizione storica e sociale del proletariato e non riusciva più a pensare astraendo da questo elemento”.
Tutta la sua breve esistenza fu una corsa contro il tempo verso l’ideale di un socialismo liberale; un ideale di cui, a prescindere da considerazioni contenutistiche, tutta la nostra odierna nazione dovrebbe andare fiera, già solo per la passione e la fiducia con cui è stato perseguito e che non ritroveremo più facilmente dopo di lui, ultimo grande rivoluzionario, neanche nei tanto infervorati quanto eccessivamente mitizzati sessantottini.
Magro, spettinato, pallido, un volto atipico incorniciato da un paio di occhialini ritindo, quasi a donargli un’aria ancora più bizzarra e curiosa: questo ciò che rimane della sua immagine esteriore. Ma del suo animo, del suo pensiero, del suo credo? Tipizzarlo nell’angusto limite di un’ideologia di massa, forzando una sua inquadratura politica moderna, sarebbe voler limitare la portata delle sue idee e volersi rifiutare di capire ciò che, dapprima con
Energie Nuove -di cui fu direttore per due anni fino al 1920-, poi, dal ’20 al ’25 con Rivoluzione Liberale, urlò tra le righe di una politica combattiva e furba, come avrebbe voluto definirla lui. Scrive, infatti, con fiero, paternalistico ed altezzoso tono, ma allo stesso tempo con ferma e coraggiosa solidarietà verso “l’altro antifascismo” al Bauer de Il Caffè: "I sequestri riducono al silenzio; scrivere in modo violento diventa addirittura non più coraggioso, visto che non si è letti. Perciò noi abbiamo cercato, in Rivoluzione Liberale, sin dal luglio scorso, di giocare d’astuzia e di evitare i sequestri. Il lettore legge tra le righe; l’importante è di portargli ugualmente e continuamente la nostra voce”.
Ma se di combattività, in lui e nella sua rivista, ce n’era persino troppa, di furbizia ce n’era veramente poca! Nel 1925 è la soppressione da parte del regime. In quel silenzio cadrà, dunque, anche il suo gioco d’astuzia. Ed appena qualche mese dopo
Il Caffè.
Muore, così, tra le sue pagine, anche la speranza di quell’elite culturale e politica che stentava di realizzare l’ambizioso progetto di una rinascita civile, volendo ricostruire interamente l’Italia Littorina corrotta, balorda ed enfatica.
Di
Rivoluzione Liberale si rivestì anche un suo omonimo libro del 1924 che, accanto agli indimenticabili La Filosofia Politica di Vittorio Alfieri e La Frusta Teatrale, entrambi del 1923, Risorgimento senza Eroi e Paradosso dello Spirito Russo, pubblicati postumi nel ’26, rappresenta una delle pietre miliari della sua produzione letteraria, mai scevra del suo politicismo. Lo stesso politicismo -tinto, peraltro, di scarlatta gloria- da cui non si separò neppure nella sua attività di critico e di editore, laddove pubblicò gli Ossi di Seppia di Montale, affascinato più dalla stringatezza del linguaggio (che così bene si opponeva alla fastosa pomposità dannunziana dell’impero) e dal giudizio favorevole del suo amico Solmi, che colpito dal contenuto poetico e simbolico di questo primo Montale.
In ogni caso, nonostante le ingiuste cesoie della censura nera che in fondo, poi, con le armi in suo potere, si limitava a difendere i suoi interessi così arduamente compromessi dall’ordito politico e sociale dell’ideologia gobettiana, la voce di Piero lentamente si trasformava in mito e semantico prototipo di spiritaccio indomito e giustiziere e continuava con il Baretti.
E’ il 23 dicembre 1924 e Gobetti è ormai nell’occhio del ciclone fascista. Un anno ed è il crollo. Chiude i battenti in un’Italia che forse lo costringe all’esilio.
Accanto alle poche parole annotate su di un taccuino dedicate alle immagini della sua Turin, prepara, con rinnovato vigore, la sua lotta in un nuovo campo di battaglia. A Mussolini, ora, si rivolgerà in francese e, per dirla con Zola, griderà una sola, semplice frase:
J’accuse.
Parigi non lo avrà per molto, però. Una banale bronchite metterà a tacere per sempre la sua indomita ed affascinante personalità.
Oggi, in occasione di questa ricorrenza i giornali tornano a parlare di lui. Spadolini dedica alla sua figura un libro,
Gobetti: un’Eredità. Natalino Sapegno, Norberto Bobbio, Paolo Spriano ed altri lo ricordano con commoventi articoli carichi di ammirazione e di amicizia. . Di certo Gobetti, nella nostra storia, rimarrà per sempre prigioniero nelle stanze della sua casa editrice torinese di via Fabro n. 6, sede, oggi, del Centro Studi Piero Gobetti, ivi continuando ad aleggiare con il suo esasperato idealismo.
Non abbracciò altro che la sua realtà, fatta di un irriducibile antifascismo, utopico e sognatore, e non può, certo, trovare, oggi, nella politica attuale, ciò che sessant’anni fa gli veniva negato per la sua carenza di realismo, che andava al di là di qualunque ostacolo fascista. E, proprio in questa occasione, tornando a parlare di lui ed a porci il quesito di un eventuale inserimento politico attuale del suo pensiero, constatandone, infine, l’assurdità, stiamo sottraendo una fetta di immortalità alla sua fama che, silentemente, nei suoi “se” durati dodici lustri, non era stata ancora così brutalmente affrontata e relegata nell’album dei ricordi dell’Italia combattiva ed idealista che oggi non esiste più. In buona sostanza stiamo negando alla sua vasta eredità politico-culturale ogni appoggio con l’odierno, incorniciandolo nell’utopia dei suoi venticinque anni.
Ma forse è giusto così.
Gramsci lascerà un partito, all’Italia; Gobetti un fascio di ideali romantici ad una Torino che, gettandosi, dopo un amorfo sindacalismo dal vago sapore di lotta, nella sonnolenta veglia di un PCI impreparato, giunge, senza energie, agli ultimi fuochi di un sessantotto stanco ed all’incubo del terrorismo, e non si ricorderà più troppo di lui.
Il ’75 ed il centrosinistra chiuderanno definitivamente, in una politica pacata e diplomatica questa breve storia di un’eredità rivoluzionaria proletaria, di cui Gobetti resterà l’ultimo grande interprete.


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