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ARTICOLI & PENSIERI > 2000
I PERCORSI INSONDABILI DELL'ANIMA
(del 30.09.2000)
Spesso, cercando di scavare nei segreti dell’animo umano, parliamo di noi come di viandanti, presupponendo cieli aperti, mari profondi, oppure sentieri, strade tortuose, viali pieni d’insidie. Metafora. Tropo. Immagine.
C’è una connessione tra la vita interiore dell’uomo e quel che lo circonda: per raggiungere l’anima abbiamo bisogno di un cielo in cui volare, di un mare in cui nuotare, di una strada su cui camminare; abbiamo bisogno, in buona sostanza, di immagini che appaghino i nostri occhi così come il nostro astratto pensare. Siamo tutti portati a materializzare le descrizioni della vita interiore, catturando oggetti ed azioni dalla quotidianità. Eppure la sconfinata inquietudine contemporanea rende sempre più difficile l’arte della rappresentazione.
Allontanatosi dalle foreste e dalle caverne l’uomo si è allontanato da quella parte erratica ed istintuale della propria natura, che più facilmente gli forniva immagini del sé.
La sua ricerca, ora, si tinge dei toni grigi delle città e la discesa verso le profondità dell’io, perduto il carattere selvaggio di un burrone, un dirupo, una esplorazione delle profondità della terra, un tuffo nell’oceano, assomiglia più alla scala di una cantina, come nel film Sesto Senso (The Sixth Sense). Ma prosegue; incessante. Questo è importante. E scende quelle scale ogni giorno Bruce Willis; si rifugia tra le carte e le registrazioni raccolte durante il suo lavoro di psicologo infantile, un lavoro di paziente ricostruzione. E’ un puzzle, la sua esistenza. Il film non ruota soltanto attorno alla difficile convivenza di un bambino con il proprio potere soprannaturale, ma, come un’ombra al tramonto, si allunga verso il rapporto dell’uomo con se stesso, con la propria anima.
Anima. Che grande parola! L’idea stessa che evoca risulta irrinunciabile. Abbiamo bisogno di sapere che c’è persino dove non può essere. Dell’odissea spaziale di Kubrik (2001: A Space Odissey) è protagonista un computer dalla voce suadente, al quale, per mezzo di una semplice operazione crittografica, la cosiddetta “sostituzione di Cesare”, viene dato il nome Hal, sicuramente più antropico della sigla IBM da cui trae origine (Hal è nome formato da lettere che, nell'alfabeto, precedono esattamente di un posto quelle che formano la scritta IBM). Anche Tim Burton, in Edward Mani di Forbice (Edward Scissorhands) aiuta il bravo Johnny Depp a scoprirsi un’anima poco a poco: nell’amore, nell’amicizia, così come nella cattiveria e nel rifiuto altrui. Collodi e, quindi, Comencini, che ne ha curato una delle più suggestive riduzioni cinematografiche, hanno scovato l’anima di un burattino di legno nella bacchetta magica di una fata (Pinocchio). Patrick Swayze non è altro che un’anima, in Ghost, ma nulla gli impedisce di continuare ad amare; né la Belle di Disney vi rinuncia, poiché rinuncerebbe al privilegio di vedere la Bestia oltre l’apparenza (Beauty and the Beast).
Cos’è un corpo? Senza l’anima, lo spirito vitale, i pensieri, le emozioni, mi ricorda il sacco vuoto di pirandelliana memoria: non sta in piedi.
Certo, le esperienze della vita, di cui il cinema si rende interprete, ci insegnano quanto sia difficile riuscire a vederla, l’anima, a sfiorarne l’essenza, a credere nella sua persistenza, soprattutto quando ne cerchiamo tracce non solo in noi stessi, ma in qualcun altro; quando accade, però, pur nel silenzio dell’incredulità, si raggiungono vette altissime anche solo con un bacio. Un bacio, sì. Senza dubbio trasudano un romanticismo lievemente demodè i versi di Rostand, eppure il Cyrano di Depardieu riesce a trasformarli in pure sensazioni: ascoltiamo parole sussurrate nell’ombra della sera, ma riusciamo quasi a sentirlo sulle nostre labbra, quel bacio, quel “modo per respirarsi un po’ il cuore e respirarsi l’anima a fior di labbra”.
L’anima. Grande parola davvero. Sì.
Racchiude in sé ogni più intenso sentimento, buono o cattivo poco importa. E’ una mappa per raggiungere le profondità dell’uomo e dell’umanità, se non trascuriamo il suo potere di agganciarsi al sentire collettivo e, quale mappa per raggiungere il segreto della vita e della natura umana, è ovvio che non le si possa negare un certo qual interesse. Non a caso, storicamente, il Diavolo non sembra fare altro che tentare di comprarla. Il cinema ne è attento testimone. Dal Faust di Murnau ad Angel Heart ogni demone ha avuto la sua anima. Al Pacino ha persino avviato un prestigioso studio legale a New York per tentare Keanu Reevs ne L’Avvocato del Diavolo (The Devil’s Advocate): non vi sono che acquirenti e venditori d’anime tra gli avvocati, sembra suggerire Hackford, mostrando d’aver intuito una grande verità -lasciatemelo dire da avvocato-: è solo una questione di prezzo e, prima o poi, il Diavolo si nutre di un’anima. Tuttavia ciò che lo rende insaziabile è che, nonostante tutto, non riesce mai veramente ad afferrarne il senso, inscindibilmente legato alla natura umana. Proprio così: nessun demone è in grado di comprendere la profondità dell’anima, che sia Mefistofele, Dracula, od un gruppo di alieni in fin di vita che cercano nell’essenza dell’uomo il segreto della sua sopravvivenza.
E’ una città avvolta nelle tenebre e fluttua nel buio siderale del cosmo. E’ Dark City. Nelle sue strade si fugge senza saperlo; si inseguono false idee, ricordi inesistenti, giungendo da un passato che non esiste più per camminare verso un futuro che non è mai esistito; si sogna Shell Beach, che è solo un’immagine, una pubblicità, una cartolina. Ogni notte i suoi pallidi dominatori modificano la struttura di quel mondo ed iniettano negli uomini ricordi chimicamente elaborati per studiarne le reazioni emotive. Lavorano sul cervello alla ricerca di ciò che rende ogni uomo unico, dell’anima in una parola; ma, come Sewell dirà loro alla fine del film, è una ricerca nel posto sbagliato. Nel suo genere è senza dubbio un cult, questo film: lodevoli gli effetti speciali; ottimo lo stile narrativo; estremamente accurata la recitazione; ma ancor più degne di nota le connessioni psicanalitiche, che lasciano intravedere una storia nella storia, soprattutto trattandosi di ricerca dell’anima.
Freud nel protagonista vedrebbe l’Io, il mediatore delle istanze contraddittorie della personalità; gli alieni, invece, corpi privi di individualità al servizio di un’unica mente, rappresenterebbero il Super-Io, il dispotico censore, di cui William Hurt, poliziotto incline al buon intuito ed alla malinconia, inizialmente si fa inconsapevole strumento. Infine il macchinario di cui si servono gli alieni per “accordare” la memoria comune sarebbe l’Es, il nucleo dell’inconscio, il contenitore delle pulsioni di vita e di morte che, attraverso la guida del bravissimo Sutherland, un infelice dottore al margine perenne tra coraggio, paura e follia, porta al protagonista il recupero dei ricordi e della consapevolezza di sé. Né è giusto trascurare un riferimento a Jung, nelle cui discettazioni un film di fantascienza trova sicuramente un angolo di maggiore credibilità e meritata analisi: il suo inconscio collettivo non assomiglia, forse, alla memoria collettiva degli alieni, che domina la loro corsa verso il senso dell’esistenza?
La ricerca spasmodica di tutto ciò che esula dalla pura razionalità è un tema di fondamentale importanza per la cinematografia di tutti i tempi che, di volta in volta, si ritrova ad assorbire ed interpretare, con la rivoluzione delle immagini, i concetti filosofici dominanti.
In modo pressoché uniforme la cultura arcaica ha collocato nell’anima ogni forma d’amore e le ha donato un paio d’ali, affidandole un ruolo di mediazione tra la vita terrena e quella ultraterrena; lo scetticismo contemporaneo, invece, le ha tarpate, spostando l’attenzione verso i più arditi meccanismi introspettivi. Una cosa sola è certa: è una ricerca, questa, in cui si incontrano molti falsi percorsi che ci conducono verso luoghi inutili come Shell Beach. Oddio, proprio inutili no: non si torna mai a mani vuote, neppure da un vicolo cieco.
L’anima? Non potete sbagliare: sempre dritto, fino in fondo.
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