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Incubi, zucche e case stregate
(Halloween a Gaelic Town)
… La luna s'è levata e la notte è scesa già, perciò, mi raccomando, fate attenzione quando uscite in strada: non date ascolto al vento che vi parlerà, non fermatevi a guardare le ombre minacciose dietro di voi, e, soprattutto, non voltatevi quando le zucche vi chiameranno.
Rammentate ciò che accadde a coloro che si avventurarono la notte di Halloween in una vecchia casa sulla collina!
Come? Non conoscete quella storia?
Beh, se avete qualche minuto, sedetevi qui con me e ve la racconterò …
Capitolo primo
La Vigilia di Ognissanti
Una grande luna rossa s'irradiava nell'oscurità, incendiando le strade con dardi di luce fulvi e lucidi di gelo; i suoi raggi fiammeggiavano sui muri delle case, disegnando profili minacciosi nel fumo profumato dei camini accesi e tra le fiamme dei falò, che, nella piccola piazza, bruciavano paure, segreti e vergogne come spiriti maligni.
Nastri di seta arancione ciondolavano da ogni ramo ed i lampioni spargevano fiochi chiaroscuri sul lungo viale che conduceva al lago, proiettando le baluginanti immagini dei fantasmi di carta che vi erano stati appesi.
Dietro le finestre ridevano buffe zucche illuminate dalle candele e streghe di legno penzolavano dalle grondaie, cavalcando rozze scope di paglia.
I gatti miagolavano alla notte mentre cori di fanciulli saltellanti riempivano l'aria. Inseguendo sogni inafferrabili e fantasie perdute, sfidavano le ombre della notte dietro maschere di cartapesta e bussavano alle porte promettendo scherzi o pretendendo dolci. Quindi, poco a poco, rientravano in casa con il loro bottino di caramelle, richiamati dal vento, nel quale si spargeva il tepore delle voci materne che scendevano su di loro come gocce di miele aromatico, invitandoli con tenerezza verso sicure dimore e tavole imbandite, trionfi di fragranze e colori, dove gustose fritture di zucca e prelibate creme vegetali incontravano arrosti croccanti e torte di marzapane.
Che delizia!
"E' tutto perfetto, Myrna. Tutto assolutamente perfetto" disse Helen con aria estasiata.
Dio se era bella! Pur essendo alta quanto basta per far vacillare seriamente le vaghe certezze che alcuni uomini rubano alla vita, scovandole nella prestanza fisica, ossia nella più spoglia immagine di sé, possedeva il raro dono di un corpo dalle proporzioni aggraziate ed indossava ogni giorno il proprio fascino con estrema semplicità.
I suoi fluenti capelli rossi dalle sfumature dorate ricordavano il miele di castagno; aveva occhi grandi e luminosi, di un azzurro violaceo così intenso da sembrare due succosi mirtilli; le sue labbra, poi, erano rosse e morbide come fragole appena colte. Sì, è proprio così che avrebbe descritto se stessa: il cibo, per lei, era la quintessenza della vita!
Mettersi ai fornelli non aveva niente a che fare con il cuocere ingredienti; invero si trattava di un valzer con i sapori, di una passeggiata romantica con i profumi, presagio di inenarrabili meraviglie. La cucina l'aveva sempre fatta sognare e fin da piccola aveva mostrato sicuramente più interesse per un budino che per una bambola. Certo, imparò presto che esiste un mal di pancia in agguato dietro ogni fetta di torta, ma la tentazione, come sempre accade, è decisamente, irrefrenabilmente ed assolutamente più forte di ogni ragione.
Del resto lo sapeva bene, lei. Per una serie infinita d'altri motivi sapeva che la ragione aveva limiti spesso ristretti. Eh, sì. Li conosceva, quei limiti; li aveva incontrati sin da bambina. Erano amari. Li ricordava ancora. A volte, quando i compagni di scuola la vedevano sorridere al sole, o la osservavano correre solitaria nel bosco accarezzando le foglie dei cespugli; a volte, quando le sentivano sussurrare parole alla luna e, poi, sorridendo, dir loro che era solo una vecchia filastrocca; oppure quando riusciva a percepire i loro pensieri e le loro paure e, pur di aiutarli, non nascondeva loro d'averli "sentiti"; a volte, dicevo, l'accusavano d'essere una strega come sua nonna e le lanciavano addosso parole piene d'odio, cantilenate negli stupidi mantra dell'incomprensione infantile:
"Helen è una strega, Helen è una strega…"
"Strega streghetta parla alla civetta. Strega streghella ha il diavolo in cartella. Strega, stregazza Helen è una pazza …"
Allora Helen correva forte come il vento e si rifugiava da nonna Loreena, nella sua erboristeria in Cheryl Road. Accanto a lei tutti i problemi sembravano scomparire all'improvviso, sostituiti dallo sguardo pieno e morbido di chi sa comprendere al di là delle parole. Chissà perché, mi chiedo, quando si incontra una persona tanto profonda da riuscire a leggere dentro al cuore degli altri e tanto generosa da non restare affatto spaventata da quel che legge, capita che venga allontanata con tenacia. Si tratta, forse, del diritto alla menzogna, soprattutto quella rivolta verso se stessi, che gli uomini di ogni tempo e di ogni credo, sin da bambini, sembrano rivendicare tanto alacremente?
Helen, dunque, correva dalla nonna e lasciava che ella frugasse nell'invisibile sacca magica che custodiva dietro le parole, riuscendo a dirle sempre la cosa giusta:
"Helen McFairy stavi forse scappando davanti ad uno sciame di piccole parole? No, no. Così non va, tesoro. Lasciali parlare e ti accorgerai che le loro sono solo lettere di fumo: svaniscono in un niente" e, così dicendo, l'abbracciava con amore.
Tuttavia, nonostante la legasse alla nonna una profonda amicizia ed un senso di piacevole, dilagante serenità pervadesse i loro incontri, l'infanzia di Helen, a causa della sua innata buona magia, continuò ad essere costellata, ora più ora meno, di pianto ed illeggibili ostracismi.
Nemmeno Loreena, infatti, riuscì a farle capire, allora, quanto i suoi compagni fossero piccoli e sciocchi a pensare che "strega" potesse essere sempre e comunque un'offesa; né riuscì a mostrarle senza veli la paura che, dietro una maschera di pedicelli ed infantilismo, essi con tanta evidenza provavano per la bellezza, per il coraggio e per la grandezza d'animo; né, ancor più, riuscì a farla ridere del fatto che per molti di loro -così va il mondo- sarebbero scomparsi i pedicelli, prima o poi, ma non la maschera. Del resto, si sa, a dodici anni la vita elargisce all'anima scudi malconci, che lasciano passare gran parte dei fendenti altrui.
E, poi, la stessa Loreena era passata sotto il giogo dell'incomprensione e della paura degli altri e sapeva quanto bruciasse. Forse fu proprio per questo che quando sua figlia Susan, la madre di Helen, tardava a presentare i segni di quell'intuito tanto osteggiato che gli altri chiamavano stregoneria, ne fu quasi lieta. Pensò alle umiliazioni che si sarebbe risparmiata quando, nel crescere, sarebbero diventati più frequenti i sogni premonitori, le risposte istintive date agli amici prima che questi proferissero domanda alcuna, gli incontri con gli Spiriti dei Luoghi… tutte cose che "gli altri", non avrebbero capito.
A volte, però, capita che certe caratteristiche saltino una generazione, si disse, e per quella sua ancestrale conoscenza che precedeva ogni conoscenza, seppe sin dall'inizio che per Helen e suo fratello William sarebbe stato diverso.
E, naturalmente, così fu.
Tuttavia, mentre William, sin dall'inizio, mostrò di non avere alcuna intenzione di lasciar fluire in sé la propria energia ed, anzi, derideva lui per primo la sorella per l'interesse che mostrava durante i racconti sui misteri della Grande Madre, come li chiamava la nonna, Helen era pervasa da una luce che difficilmente la ragione avrebbe potuto spegnere.
Certo, non fu facile, per lei, e dovettero trascorrere molti anni prima che imparasse ad accettare, peraltro solo in parte, il suo raro dono.
Pur nella consapevolezza di un mondo ben più vasto di quanto le avessero insegnato nelle lezioni di geografia; pur nella meraviglia dei racconti con i quali Loreena la intratteneva nelle sere d'inverno, parlandole di fate e folletti, di spiriti e cerchi magici, di porte invisibili tracciate con un dito che possono aprirsi verso mondi diversi situati nei piani infiniti dello spazio e del tempo; pur nella gioia che sentiva, inspiegabile, aprirsi un varco tra le piccole grandi delusioni dell'esistenza, già solo invocando il sorriso dell'aria, la purezza dell'acqua, il coraggio del fuoco e la forza della terra con parole formate da quelle strane, divertenti lettere norriche chiamate Rune, che la nonna le aveva insegnato a comprendere, ella continuò a vivere, come ognuno, in un mondo insensibile ed ottuso che disprezza quel che non sa capire.
E, così, lasciandosi influenzare dalla cecità degli scettici, prese a temere sempre di più le proprie intuizioni ed accantonò il suo istinto, lasciando che in lei affiorasse solo l'apice dell'immenso iceberg di spiritualità ed antica saggezza di cui era depositaria.
Continuò a parlare di magia, certo, ma come fosse una favola lontana, quasi del tutto dimentica, ormai, dei luoghi dell'anima dove ancora teneva chiusa un'arcana conoscenza di sé. Accettò di saper leggere le Rune e le Carte. Del resto se le parlavano … si disse. Continuò a preparare infusi d'erbe ed incensi, ma solo per il loro sapore gradevole e per il loro buon profumo. Ed, ogni volta che scovava in sé premonizioni o conoscenze serendipiane, da buona psicologa quale divenne, preferì continuare a chiamarle intuito ed inconscio collettivo, relegando nel gioco e nello scherzo ogni altra conoscenza di sé.
A chiunque le chiedesse la sua età, ad esempio, ella rispondeva, sorridendo, d'avere su per giù trentacinque anni … secondo il Tempo delle Fate. Naturalmente nessuno sapeva quale fosse, questo tempo, né v'era alcuno che credesse nell'esistenza stessa delle fate. Tuttavia, solitamente, ad ogni affermazione di Helen, seria o faceta che fosse, seguiva sempre un'aura di misterioso assenso a render vana ogni replica ed, essendo impensabile darle un'età diversa, il silenzio dei curiosi scendeva immancabilmente a coprire la sua amabile bugia; almeno fin quando, pochi istanti dopo, ella, sfoderando la sua quasi proverbiale e velatamente narcisistica sincerità, non affermasse d'averne dieci di più, almeno secondo il Tempo degli Orologi, come lei chiamava la piccola dimensione umana, e non chiudesse, così, bruscamente l'argomento, prima d'essere costretta a schivare, come sempre, i complimenti altrui per il suo giovane aspetto, che tanto la imbarazzavano.
Solo una persona, una persona davvero speciale, riuscì sempre a farla sentire a proprio agio nell'immaginario lago magico nel quale, a volte, si ritrovava a nuotare. Il suo nome era Jack O'Grady.
Divennero amici sin dal giorno in cui si conobbero, al secondo anno della junior high school. La famiglia di Jack si era trasferita in America da pochi mesi ed il ragazzo non aveva ancora fatto amicizia con nessuno. Gaelic Town, poi, non sembrava esattamente il prototipo di un posto accogliente: un piccolo paese di pochi abitanti che si conoscevano da generazioni è, infatti, quanto di meno ospitale possa presentarsi ad uno straniero; inizialmente, quanto meno, perché, poi, si sa, la comunità impara a conoscere i nuovi arrivati ed apre loro l'uscio delle proprie case, comprendendoli in sé, con affetto e determinato senso di protezione.
Il signor O'Grady aveva ereditato la casa e la terra da un lontano prozio e gli affari andavano così male ad Inverness, sua città natale, che a malincuore decise di lasciare la patria Scozia e tentare la fortuna oltreoceano.
Helen amava il ricordo del loro primo incontro: lui, varcata la soglia della scuola, sembrava sperduto e si guardava attorno con i suoi grandi occhi azzurri in cerca, forse, di un suggerimento per trovare l'aula o, magari, solo per rammentare agli altri che esisteva, che era lì, che si sentiva solo; lei lo accolse con un grande sorriso, lo prese per mano e lo accompagnò in classe, che era la sua stessa classe, ed in quel momento capì che aveva appena incontrato la persona con cui avrebbe condiviso la vita. Naturalmente in Jack tale consapevolezza, come spesso accade ai maschi, crebbe più lentamente, anche se non lo abbandonò mai il ricordo della profonda emozione che lo folgorò quando alzò lo sguardo dalle loro mani e vide i begli occhi di Helen.
Da allora il tempo li vide sempre uniti e scandì le tappe dei loro reciproci sentimenti: dapprima venne l'amicizia, poi il momento di scoprire nuove sensazioni, poco dopo giunse quello del primo bacio e, quindi, seguì una lunga, romantica frequentazione, che culminò in fidanzamento e matrimonio. Ed, in tutto questo susseguirsi di attimi trascorsi insieme a formare una vita, nessuno dei due immaginò mai, per se stesso, un'esistenza diversa, o, comunque, migliore.
Condividevano ogni pensiero, ogni sogno, ogni speranza e persino … sì, persino la magia.
No, intendiamoci, Jack non era un mago, ma credeva fermamente in tutto ciò che viveva nell'armonia cucita ai bordi della vita. Era convinto, ad esempio, che a voler aprire il proprio cuore con sincerità al Piccolo Popolo, si potevano vedere fate e folletti allietare di canti e suoni i boschi al tramonto od, all'alba, risvegliare le foglie ed i fiori ancora chiusi nelle loro corolle. Ne aveva sentito parlare tanto dagli abitanti della sua città di origine; come aveva sentito parlare delle streghe buone, imparando sin da piccolo a non averne paura. Forse fu per questo che si divertiva tanto a scoprire in Helen quello che lei con forza voleva nascondere a chiunque, prima di tutti a se stessa. Assecondava con curiosa ammirazione le sue capacità divinatorie e fu proprio grazie al suo amore, alla sua fiducia ed al suo prezioso, dolce incoraggiamento che Helen non dimenticò del tutto quel che sapeva.
Cosa che tornò molto utile nella memorabile notte di Halloween di cui vi stavo narrando.
Nella cucina di casa O'Grady fervevano i preparativi; Helen e Myrna si muovevano agilmente tra fritture, forni accesi, fornelli, fantasticherie e frivolezze.
Myrna era stata la sua compagna di studi, era diventata sua cognata e non aveva mai cessato d'essere la sua migliore amica.
A lei apparteneva un tipo di bellezza completamente diversa: i capelli erano bruni e brillanti come una notte estiva e gli occhi verdi come gli altipiani della brumosa Scozia, di cui erano un po' tutti originari, da quelle parti.
Eppure c'era qualcosa che le accomunava al di là di ogni diversità fisica che la natura avesse donato loro: entrambe conducevano la loro esistenza secondo gli stessi principi, apprezzando gli stessi valori e, tra questi, non v'è dubbio alcuno, c'erano lealtà, amicizia, sincerità ed altruismo. Come non diventare così intimamente amiche, dunque? Come non condividere un affetto tanto profondo da renderle pronte a tutto l'una per l'altra?
Un giorno, quando erano ancora al liceo, Myrna disse che avrebbe dato la vita per Helen, ma allora, di certo, non poteva ancora sapere che molti anni dopo, proprio nella notte di cui vi sto narrando, quella lunga e terribile notte, si sarebbe trovata sul punto di farlo davvero. No, non poteva saperlo.
Che notte, quella notte! Tutto iniziò, se non sbaglio, quando dalla strada si levò una voce che prese a dire:
"Non v'è luce senza tenebre; né bene senza male. Correte in casa accanto al fuoco e serrate i vostri cuori al richiamo dell'oscurità. Non lasciate che la luna impallidendo e rabbuiando il vostro sentiero, vi sorprenda ancora lontani dalle vostre case e che tenebrosi pensieri vi aggrediscano, stringendovi la gola con le loro invisibili mani ossute dagli artigli acuminati. Ricordate … stanotte accadrà di nuovo!"
Questo pressappoco andava borbottando, con frasi acute nascoste nel catarro, il vecchio Centostorie mentre, stringendosi nei panni logori che indossava da sempre, misurava a grandi falcate il selciato bruno che costeggiava le ville e le case del paese, camminando sempre a testa bassa, come se ammirasse l'armonia dei propri passi che s'inseguivano senza posa, uno dopo l'altro, da tanto di quel tempo che nemmeno lui se ne ricordava più. Nessuno conosceva il suo vero nome, né poteva immaginare quanti anni avesse. Diceva d'aver visto, rigogliosa, la quercia più vecchia del bosco, ma tutti sapevano che non c'erano querce nel bosco.
"Non più", rispondeva il vecchio, fermandosi bruscamente. "Non più da quando il bosco bruciò". E subito riprendeva a camminare senza una meta, così … bofonchiando tra sé e sé, in balia dei propri pensieri e lasciando le persone lievemente interdette all'idea che neanche di un incendio del bosco avevano mai sentito parlare.
Helen rabbrividì e si avvicinò alla finestra scrutando un orizzonte quasi invisibile.
"Non ti lascerai mica influenzare dalle parole di quel vecchio pazzo!", esclamò Myrna.
"No; ovviamente no. Eppure …"
"Eppure?"
"Non so, ma stasera c'è qualcosa di strano nell'aria"
"Mio Dio, hai ragione. Guarda, Helen; guarda laggiù: un vampiro assetato di sangue sta venendo verso di noi" disse allora Myrna, non riuscendo a trattenere una chiocciante risata.
Ma Helen non sembrò dare ascolto alle sue facezie e, continuando a fissare l'oscurità, mormorò tra sé e sé:
"Spero che i ragazzi rientrino presto: comincia a far freddo e non mi piace che restino fuori così a lungo, stasera. C'è qualcosa … c'è qualcosa laggiù"
"Dove?" chiese Myrna, facendosi improvvisamente seria e stringendo gli occhi il più possibile nel tentativo di acuire la vista. Se c'era una cosa che aveva imparato dalla loro lunga amicizia era di non sottovalutare mai l'intuito di Helen: sapeva bene che, a volte, riusciva a vedere con gli occhi della mente.
"E' come se si stesse svegliando dopo un lungo letargo …" riprese a dire Helen e, continuando a parlare all'aria o, forse, alla sera umida che di lì a poco sarebbe scesa a coprire ogni cosa, indicò un punto lontano all'orizzonte, poggiando il dito sul vetro leggermente appannato dai vapori della cucina; quindi lo lasciò scivolare lentamente, con un'apparente casualità, che a Myrna, tuttavia, sembrò decisamente preoccupante, e tracciò uno strano simbolo
"Che significa?" chiese Myrna.
"Algiz; Algiz per noi e su di noi. Si sta svegliando …"
"Chi?" insistette Myrna. Ma Helen non rispose e, camminando lentamente, quasi all'improvviso fosse diventata uno di quegli zombie che si vedono al cinema, verdastri in volto e dalle movenze innaturalmente rallentate, si avvicinò alla dispensa, traendone diversi barattoli:
"Radice d'iris, mirra" diceva, mentre da ciascun contenitore tirava fuori manciate di radici, di erbe e di altri ignoti intrugli sgretolati. "Olibano, salnitro, rosso di ravanello"
Quindi, accese due candele bianche ed una color arancio, si avvicinò al camino e tagliò piccoli pezzi di corteccia di gaulteria e di sandalo, li aggiunse al resto e mise il tutto in un grande piatto di ferro, sopra un carbone ardente, spargendo nell'ambiente un amabile profumo cui affidò poche parole sussurrate ad occhi chiusi, tra le quali a Myrna parve di sentire "forza", "potere" e "coraggio" ognuna a conclusione di strofe in rima, cantilenate come fosse una ninna nanna, in cui nomi oscuri sembravano invocati e parole incomprensibili ne disegnavano ragioni lontane da ogni umana comprensione.
Poi, come se avesse già dimenticato ogni cosa, riaprì gli occhi e tornò al tavolo per ultimare i preparativi.
"Helen, tesoro, ricordi quello che stavi dicendo? Chi è che si sta svegliando? E perché hai bruciato quelle erbe?"
Non le giunse risposta alcuna, purtroppo, ma lo sguardo stupito della sua amica le fu sufficiente per capire che non ricordava nulla.
Sempre la stessa storia, sin da quando era bambina: ogni volta che immagini remote salivano alla sua coscienza una mano invisibile, quella della mancata accettazione di sé che l'incomprensione altrui aveva via via portato nella sua vita, le respingeva in profondità abissali. E ci voleva del tempo prima che riaffiorassero e tornassero a parlarle. Parecchio tempo. Un tempo che, spesso, sfiorava il mai.
"Ho bruciato qualcosa?" chiese Helen con aria meravigliata. Quindi si girò verso il piatto di ferro dal quale si levava l'effluvio profumato delle erbe ed aggiunse: "Oh, brava Myrna! Volevo proprio chiedertelo di bruciare qualche essenza. Adoro le case profumate. Grazie".
Myrna colse i ringraziamenti immeritati e decise che non fosse il caso di continuare a parlarne.
Un giorno, forse, avrebbe scoperto il segreto dell'amica; un giorno, forse, avrebbe capito da dove, o, forse, da quando, le giungeva quello strano dono di vedere ciò che non può essere visto, di sentire ciò che non può essere udito e, soprattutto, di dimenticare ciò che è difficile da ricordare.
Un giorno, forse.
Del resto aveva smesso da tempo di meravigliarsi. Non poteva che essere così: aveva sposato il fratello di Helen e, benché egli avesse preso le distanze razionali dalla magia, in mezzo alla quale si era sempre rifiutato di crescere, non di rado gli capitava di sapere chi lo stesse chiamando ancor prima di rispondere al telefono, o di segnare un numero sulla cartella del Bingo poco prima che venisse estratto. Le chiamava coincidenze, lui, ma Myrna sapeva bene che non erano tali. Vedeva in lui la magia, così come la vedeva in sua figlia Mary che, giorno dopo giorno, assomigliava sempre di più ad Helen, a zia Lenel, come diceva la bimba nel suo curioso idioma di treenne.
Intanto il pomeriggio stava lasciando il posto ad una sera incipiente.
Sebbene i racconti del vecchio Centostorie non sembravano spaventare più nessuno, in paese, le strade erano ormai quasi deserte ed i falò si stavano consumando lentamente in un crepitio sinistro che ricordava i voli notturni dei pipistrelli.
Capitolo secondo
Notizie di una battuta di caccia
Nelle case erano ormai tutti riuniti attorno al fuoco: gli adulti a conversare ed i più giovani a raccontarsi fiabe e leggende, esorcizzando, nella luce tremula del camino, negli effluvi dolci del rosolio e nel calore dell'amicizia, la paura che albergava silente nei loro cuori. Ma, quella sera, in casa O'Grady, non c'era gran che spazio per le storie scavate nel passato oscuro di una cittadina del Massachusetts; quella sera un solo racconto sembrava aver monopolizzato l'attenzione di tutti.
"Hai sentito di John Stanford?" disse Norton McFairy, il nonno di Helen, al suo vecchio amico Dustin Cordell.
"No. Cosa è successo? Giusto mi chiedevo perché non fosse ancora arrivato. Di solito è sempre il primo alle cene di Halloween"
"Questa volta non verrà, ci puoi giurare"
"Gli è capitato qualche accidente?"
"Un accidente dici? Sta a sentire: stamattina era uscito per andare a caccia. Voleva prendere qualcosa per la cena di stasera; sai com'è fatto: non voleva proprio presentarsi a mani vuote"
"Con questo freddo! Ma è pazzo? Non poteva comprare la selvaggina giù alla macelleria di Bill?"
"Eh …" sospirò Norton "ormai non può più permetterselo. La sua vita è proprio cambiata, povero John, da quando quella sciagurata della moglie l'ha lasciato. Pare che sia andata a casa di una lontana parente, una cugina, giù nel New Jersey; ma, sono già due settimane che se ne è andata. Secondo me, c'è di mezzo un altro. Non è normale, dico io, che si abbandoni un brav'uomo così, dalla sera alla mattina, senza uno straccio di spiegazione. Ti pare?"
"Sì, va bene. Ma … allora?" intervenne Dustin, ansioso di sapere cosa fosse accaduto a quel buon diavolo di John, con il quale, negli anni, aveva condiviso lunghe battute di caccia ed interminabili partite a carte, di quelle dove si vincono solo sigari e bicchieri di whisky, ma che riempiono qualcosa in più di un'intera giornata.
"Allora cosa?"
"Allora cosa è successo a John"
"Ah, sì, John!" esclamò Norton, riprendendo il filo conduttore di un discorso che l'età, la sua veneranda età di novantacinque anni, sempre più spesso disperdeva in altri pensieri. "Allora, stamattina esce per andare a caccia. Prende il fucile, le cartucce ed il giubbotto verde … sai quello con le tasche a soffietto e le toppe di pelle sui gomiti che gli abbiamo regalato noi per il suo compleanno? Che giaccone quello! Ci potresti andare persino in Alaska a Natale tanto è caldo! E' tutto imbottito con le piume d'oca; ricordi?"
"Ok. Prende il fucile, le cartucce ed il giaccone. E poi?"
"Sì, dunque, vediamo: poi entra nel bosco. Però non da dove entriamo sempre noi. Dall'altra parte, quella verso il lago"
"Vuoi dire che è andato su per la Coda del …?"
"Proprio così" lo interruppe Norton "è andato su per la fottutissima Coda del Serpen…"
"Nonno!" intervenne Helen, scandalizzata per un intercalare tanto ineducato. "Che parole sono queste?"
"Ma tu non eri di là in cucina?"
"Ero, hai detto bene: in realtà mi serve la teglia che ho riposto qui nella piattiera ed, a quanto pare, ho scelto il momento giusto per entrare"
"Ahhh, lasciami stare" borbottò il nonno, per metà indispettito e per l'altra metà giocosamente stuzzicato dall'alterco con la nipote. "Guarda se, alla mia età, devo sentirmi rimproverare da una ragazzina!"
"Una ragazzina …" ripeté a bassa voce Helen, poco prima di tornare in cucina, sempre incredula e divertita di fronte all'assoluta relatività che il tempo immancabilmente disegna nella mente degli uomini. Chissà se anche a lei, con il trascorrere degli anni, sarebbe capitato di confondere adulti e "ragazzini", pensò, accorpandoli in base al solo elemento che avevano in comune, ossia la "non vecchiaia".
"I giovani non hanno più timore reverenziale" continuò a dire Norton, rivolgendosi all'amico. "L'altro giorno, ad esempio, mio nipote Peter … ti ricordi di Pete?"
"Ma certo che mi ricordo di Pete. Senti" tagliò corto Dustin "vuoi dirmi cosa diavolo è successo a John?"
"Chi? John Stanford?"
"Già. E chi altri?"
"John Stanford. Ma guarda! E' buffo che mi chiedi di lui proprio oggi, perché gli è successa una cosa strana, sai?"
"Certo che lo so, me lo stavi dicendo tu poco fa" rispose stizzito Dustin, benché, subito dopo, acquietando lo spirito nel lago della comprensione, tornasse a parlare con maggiore affabilità e pazienza. "So che è andato a caccia in quella parte del bosco dove si inerpica la Coda del Serpente; ma, poi, cosa è successo?"
"Allora, vediamo: entra nel bosco e vede una specie di nuvola bianca che vola tra i rami di un Tasso"
"Una nuvola? Che vola?"
"A quanto pare"
"E ti sembra normale?"
"No. Non a me, quanto meno. Però sono certo che per qualcun altro è un segno chiarissimo"
"Un segno?"
"Sì. Un segno è quella cosa …"
"So cosa è un segno" lo interruppe bruscamente Dustin "è che non vedo cosa c'entri"
"E lo chiedi a me? Io non lo so. Ci vorrebbe la mia povera Loreena per spiegartelo. L'hai mai conosciuta mia moglie Loreena?"
"Certo che l'ho conosciuta. Norton, siamo amici da settant'anni. Vuoi che non abbia conosciuto tua moglie?Sono anche stato vostro testimone di nozze!"
"Bene, bene. Bravo. Loreena era una gran donna. Un po' matta, a volte. Sai, aveva strane fissazioni: candele, incensi, carte e certe pietre che pareva le parlassero. E, poi, le erbe del suo negozio … Alcuni la prendevano anche in giro per questo. Me lo ricordo bene, io. Ho una memoria di ferro…"
E Dustin, a quel punto, pur di non trasformare un sorriso in una risata, non poté fare a meno di interrompere il contatto visivo con l'amico, alzando gli occhi se non al cielo, cosa che sarebbe sembrata davvero un poco offensiva, quanto meno verso il punto più alto dell'armadio.
"… ma erano i primi che andavano a comprare le sue tisane ed i suoi pasticci da bruciare" riprese a dire Norton "Bah … cose di donne … a parte il mio povero suocero, ovviamente. Sì, anche lui era strano, anche se un po' meno strano di sua moglie e di sua figlia. Voglio dire … lui mi raccontava tante cose, cose storiche, cose successe in Scozia e persino qui nel Massachussets. Era interessante sentirlo parlare … Una famiglia intera un po' strana … però non facevano del male a nessuno. Eh, Loreena…Lei sì che sapeva capirmi al volo! Sapeva come rendermi sereno quando il resto del mondo mi faceva arrabbiare; sapeva volermi bene. Davvero una gran donna. L'hai mai conosciuta?"
"Sì. Sì. Sì, l'ho conosciuta" rispose Dustin sconfortato. "Per favore, puoi ricominciare a raccontarmi di John, ora? Dimmi: e poi? Che cosa è accaduto poi?"
"Poi?"
"Sì, dopo che ha visto la nuvola volare"
"Ah, quel poi! Dunque: poi si siede"
"John si siede in mezzo al bosco?"
"No, no. Non John, la nuvola"
"Una nuvola che si siede?"
"Già. Tra le radici di un Tasso"
"E John?"
"La segue"
"Lo dici come se fosse una cosa normale. A me, invece, sembra una gran pazzia"
"Cosa?"
"Questo racconto. Tutto quanto. Va be', comunque: segue la nuvola sotto il Tasso"
"Già … e sul tronco era inciso un simbolo strano, una specie di uno rovesciato"
"E che voleva dire?"
"Non lo so. John, però, sembra abbia sentito la nuvola chiamarlo Laguz o qualcosa del genere e dirgli che in sé racchiudeva il senso della lotta tra forze invisibili e potenti che abitavano quel bosco e dalle quali avrebbe dovuto fuggire"
"Una nuvola che prima si siede e, poi, parla di forze invisibili? Che assurdità! Si è semplicemente seduto sotto un Tasso. Che c'è di così tragico?"
"Sai quello che si dice del Tasso?"
"Che è l'albero della morte"
"Oh, be', questo è solo uno dei suoi nomi. A dire il vero la nostra tradizione più antica …"
"Un momento. La "nostra" tradizione più antica? Di che stai parlando?"
"Della tradizione druidica"
"Druidica" ripeté Dustin, sottolineando con un tono palesemente monocorde la propria scarsa convinzione.
Adesso ci mancava pure che Norton, recuperato dal pianeta dell'oblio il ricordo giovanile di quel che gli raccontava il suocero, si mettesse a fare l'erede di quella specie di antichi sacerdoti disturbati di mente, pensò Dustin.
Va bene che era la notte di Halloween, va bene che Gaelic Town pare fosse stata fondata da alcuni clan di origine scozzese, in cui la gran parte delle donne e molti uomini erano sfuggiti ad una condanna a morte per stregoneria, ma parlare dei druidi come dei propri antenati era davvero troppo, pensò. Tuttavia, per non indurre l'amico verso un'altra delle sue divagazioni, preferì tacere e tornò sul punto della narrazione che avevano lasciato poc'anzi:
"Cosa vuole la tradizione?"
"Che il Tasso sia l'albero dell'immortalità. E' per questo che le fate usano il suo legno per le bacchette magiche"
"Le fate?!? Andiamo …"
"Non ci credi? Ne ho viste a centinaia, io. Me lo insegnò la mia povera moglie come fare. Avresti dovuto conoscerla: era bellissima, sai?"
"Sì, lo so. La conoscevo. Ricordi? Ti ho appena detto che sono anche stato vostro testimone di nozze. Ma ora prosegui, ti prego"
"Proseguo. Sì. Bene. Ne ho viste a centinaia"
"Di che?"
"Di fate, zuccone! Pensa che una volta, mentre stavo tornando a casa, in riva al lago vidi …"
"Mi parli di John, per cortesia?" lo interruppe Dustin, la cui pazienza stava progressivamente scemando col crescere della dilagante curiosità che sembrava avergli catturato il cuore prima che la mente.
"John … ecco, sì. Be' … anche lui ha visto una fata. Era nella nuvola bianca e si è fatta seguire fin sotto quell'albero per proteggerlo, affinché la strega non potesse fargli del male"
"Ricomincia da capo, mi sto perdendo. Che accidenti ha visto John in quel bosco?"
"Ma te l'ho appena detto: ha visto una fata ed una strega malvagia. Eh sì, bisogna specificare … perché ci sono anche quelle buone, sai? Me lo diceva sempre Loreena: ci sono streghe buone e streghe cattive. Dire strega non basta"
"Sì, ok, una fata ed una strega"
"Una strega malvagia"
"Una strega malvagia, certo. E che facevano? Magari passeggiavano insieme sotto braccio"
"No, dico, ma ti sei bevuto il cervello? Una fata ed una strega malvagia a braccetto nel bosco? Oh bella! E dove l'hai letta questa? La fata era una specie di luce o di bagliore all'interno della nuvola e la strega, invece, beh … la strega era una creatura talmente orribile che il povero John non è riuscito neppure a descriverla senza iniziare a piangere come una bambinetta impaurita"
"E che faceva?"
"Andava a caccia"
"Sì, ho capito: John andava a caccia. Ma che faceva la strega?"
"Sei sordo? Andava a caccia. Con le unghie e con i denti aveva sventrato un paio di cerbiatti e divideva il pasto con un serpente gigantesco, quello col nome di una donna contabile …"
"Una donna contabile? Stai dando i numeri"
"Anna-che-conta. Ecco, così si chiama"
"Sì, va bene … semmai anaconda"
"Ah bravo! Ma come fai a saperlo? Non mi dire che l'hai visto anche tu quel serpentaccio schifoso… E' uscito, forse, dal bosco? …Si aggira in paese? …Bisogna chiudere bene porte e finestre …" esclamò allora Norton in un crescendo di immagini terrorizzanti e di iniziative che avevano in comune il solo panico che le sosteneva.
"No che non l'ho visto" si affrettò ad aggiungere Dustin, sperando, con ciò, di calmare l'amico visibilmente agitato dal proliferare della propria immaginazione. "E, per essere sinceri, non credo che ci sia: come farebbe l'anaconda a vivere con questo clima così rigido? Insomma … nella Coda del Serpente, sono d'accordo con te, ci sono un bel po' di vipere, di serpi ed hanno avvistato anche qualche crotalo. Ma in questa stagione … dai … e, poi, le anaconde proprio no, non possono esserci. Senti non è, per caso, che John s'era alzato un po' troppo presto, stamattina, e, per riscaldarsi, ha bevuto qualche bicchierino?"
"Non era ubriaco, se è questo che stai insinuando"
"Sto solo dicendo che …"
"Lascia stare" disse perentoriamente Norton. "Tu non puoi capire. John ha visto la morte in faccia ed ora è chiaro che sia sotto shock: se la strega si fosse accorta di lui, a quest'ora sarebbe solo un residuo verdognolo di sostanza digerita". Quindi, quasi meravigliandosi egli stesso dell'immagine che aveva appena descritto e sentendo montare, dentro di sé, un forte senso di nausea, aggiunse "Che schifo!" e, quindi, rincuorandosi da solo "Meno male che c'era la fata"
"Già, la luce …"
"Sì, la luce. Non credi neanche nella fata?"
"Non dico che non ci credo; ma è che …"
"… E' che riesci ad essere persino presuntuoso nella tua stupidità. La fata lo ha riparato sotto un Tasso, perché sapeva che, anche se la strega lo avesse visto, non avrebbe potuto attaccarlo: è un albero magico … te l'avevo mai detto? Lo chiamano albero della morte, ma, in realtà …"
"Sì, sì, ne abbiamo appena parlato"
"Ah sì?"
"Ma ora come sta John?"
"Male. Come vuoi che stia? Sembra invecchiato di dieci anni, non riconosce nessuno, neppure la sorella, e non fa che ripetere una stessa frase: "Brichta ban", "Brichta ban". Pazzesco, no?"
"Bricca pan?"
"Brichta ban"
"E che vuol dire?"
"Nessuno lo sa, ma è qualcosa di stregonesco, puoi giurarci! Ah, ci fosse la mia povera Loreena. Lei sì che avrebbe saputo il significato. Hai conosciuto Loreena, Dustin?"
A quel punto Dustin non sapeva più cosa rispondere e desiderò vivamente che qualcosa o qualcuno interrompesse quel dialogo dell'assurdo.
Naturalmente, non si sa se per mero buon tempismo o per magia, arrivò Helen, la quale, nella speranza di far dimenticare al nonno quella brutta storia, che già nel pomeriggio gli aveva fatto salire oltremodo la pressione e che, a quanto pare, continuava ad agitarlo tanto, disse:
"Che ne dite di aiutarmi con le rape? Ce ne sarebbero una gran quantità da pelare. Jack e William sono fuori a far legna e non possono aiutarci e noi siamo in grande ritardo: tra poco torneranno la mamma ed il babbo, arriveranno tutti gli ospiti e noi, di là, non avremo ancora finito di cucinare"
"Che donne! Non sanno più neppure pelare una rapa. Ai miei tempi …" Helen alzò gli occhi al cielo e la voce del nonno si fece ancora più risoluta. "Ai miei tempi le donne erano donne e gli uomini uomini. Pelare rape … pfui!"
"Ma dai, su. Dov'è scritto che non possiamo aiutare Helen e Myrna a pelare rape?" intervenne Dustin, nel quale la soglia dell'orgoglio maschile era scesa di pari passo al crescere della saggezza. "Cos'è? Hai paura di non saperlo fare?", aggiunse, quindi, con piglio di fine conoscitore dell'animo maschile.
E colse nel segno, a quanto pare: Norton si rivelò decisamente troppo competitivo per non cadere nel tranello psicologico dell'amico, tanto che, col tono grave di chi gustosamente si assapora magnanimo, disse:
"E va bene, per questa volta vi aiutiamo; vi facciamo vedere noi come si fa, così non ritarderete ancora la preparazione della cena. Ma ti rendi conto?" e seguì la nipote in cucina.
"G R A Z I E" esclamò, quindi, Helen con un filo di voce appena udibile, ma scandendo ogni lettera, affinché solo il signor Cordell, leggendole le labbra, potesse capire.
"Niente più racconti di streghe, almeno fino a dopo cena" sussurrò Myrna all'orecchio dell'amica.
"Già, si spera … Comunque è davvero incredibile quello che è successo a John Stanford; non trovi?" rispose Helen, badando bene a non farsi sentire dal nonno.
"Ci puoi giurare. "Brichta ban" continua a ripetere. Chissà che accidenti vuol dire"
"Non lo so … eppure … io l'ho già sentito dire da qualche parte" intervenne Helen "Mi ricorda una …" ma un tuono fragoroso cancello le parole seguenti dalle orecchie di Myrna, restituendole un non sapere, foriero, come spesso accade, di quel poco sereno distacco da un episodio così inquietante "… eltica, forse. Spero solo che i ragazzi tornino presto. Non avremmo dovuto lasciare che Mary andasse con loro. E' troppo piccola" concluse.
Myrna, allontanandosi da una verità che sentiva farsi, attimo dopo attimo, più scomoda ed, unendosi all'amica nella preoccupazione per Mary e per i ragazzi, si azzittì di colpo e non le chiese di ripetere quel che non aveva udito a causa del tuono; così, il senso di quanto Helen aveva detto a proposito di quella strana frase si perse nell'incombente temporale.
Nel frattempo, ai confini del paese, lungo la tortuosa calle che costeggiava il cimitero, il ghigno della notte, avvolto nelle nuvole di freddo, che si levavano e si abbassavano sulla terra come il volo incostante delle strolaghe, s'era ormai impadronito della collina bruna per morire sulla soglia di una vecchia casa.
Quello era il sentiero noto come la Coda del Serpente e non v'era un solo abitante di Gaelic Town che desiderasse percorrerlo e non già per i serpenti che lo abitavano, bensì per quel che si narra celasse.
Era una storia incredibile; di quelle che nella notte di Halloween riempiono l'aria dei salotti, catturando la fantasia di grandi e bambini, ma era anche una storia che non veniva quasi mai narrata per almeno due buone ragioni: la prima era che, con ogni probabilità, nessuno sapeva veramente cosa fosse accaduto, dal momento che spesso l'oblio cancella facilmente quel che si ha paura di ricordare; la seconda era che tutti preferivano non rischiare di "svegliare" spiacevoli presenze già solo raccontando certi episodi. Da quelle parti, infatti, si diceva che raccontare equivaleva ad evocare, quando nel racconto si insinuavano foga narrativa e paura.
Una cosa era certa per tutti: di qualunque cosa si trattasse era comunque accaduta molto, molto tempo fa, quando i padri dei nonni erano solo bambini curiosi, che, una sera, una di quelle sere in cui l'aria sembrava un velo di mestizia e le stelle si confondevano con gli occhi delle civette, avevano deciso di scoprire cosa fossero quelle luci arancioni che, ogni anno, alla vigilia di Ognissanti, illuminavano il giardino e le stanze buie di una casa lontana; una casa su in collina.
Certo, ogni tanto, qualcuno -qualche coraggioso cui i ricordi non sembravano materia d'oblio- si avventurava a narrare piccoli accenni di quella "lunga e terribile passeggiata nel bosco", ma niente più di questo. Tuttavia la curiosità che -si sa- serpeggia tra i silenzi della gente e cresce vertiginosamente, se alimentata da parole non dette, continuava ad animare il cuore di molti fanciulli, in paese.
Soprattutto nella notte di Halloween.
Tra di loro Mary, la figlia di Myrna, Peter, il figlio di Helen, ed il suo migliore amico, Sonny.
"Guardate. Le vedete anche voi?" esclamò Peter, indicando dei fatui giochi di luce in lontananza.
Di certo, a quella distanza, non riuscivano ancora a distinguere, nel confuso baluginare dorato stagliato sull'orizzonte più nero che avessero mai visto, le piccole fiamme accese nelle cavità orbitali di quello che sarebbe diventato, di lì a poco, l'incubo più grande della loro giovane vita.
Di certo non potevano ancora udire l'orrendo digrignare di quei denti aguzzi intagliati nella polpa tiepida e dolciastra di una zucca.
"Sicuro che le vediamo, non siamo mica ciechi!" replicò bruscamente Sonny.
"Ciechi? Ma sì, certo: mio padre e mia madre devono essere diventati un po' ciechi, ecco perché non le vedono. Mi sa che hanno la presbiteria o probitoria insomma quella cosa lì che viene ai vecchi" osservò Peter, apparentemente sollevato, sebbene non proprio convinto, dalla propria fulminea genialità.
"Presbiopia, semmai! E non è possibile: la presbiopia non ti fa vedere le cose vicine, non quelle lontane" lo interruppe Sonny, con saccente soddisfazione.
"Quello che è, è" s'affrettò ad aggiungere Peter "Non le vedono per questo"
"Se è pe quetto neppue i miei le vedono e dicono che se continuo a vedere queglie uci mi mandano dal dottoe. E io non ci vojio andae dal dottoe. E' tutta coppa vottra. Tutta coppa vottra" aggiunse la piccola Mary, cantilenando la propria collera.
A dire il vero non piaceva a nessuno dei due portarsi dietro una femminuccia, ma Peter sapeva bene che, quando in famiglia nasce una piccola seccatrice e, per avventura, non ha ancora fratelli o sorelle, tocca sempre al cugino maggiore sopportarne la presenza.
"Ma ci sono …!" la interruppe stizzito Sonny.
"Certo che ci sono e noi scopriremo cosa fanno lassù" disse Peter con una voce che a stento trovava toni sufficienti a convincere se stesso.
Fu allora che alla piccola Mary parve di intravedere una figura bianca muoversi rapidamente dietro un albero.
"Che è tato?" chiese, quindi, incuriosita rivolgendosi ai due compagni che camminavano poco distante da lei.
"Cosa?" ripeté Peter con una voce rotta dalla paura.
"E' una nudola bianca che corre, laggiù, vesso gli abberi col vicchio"
"Una nuvola bianca che corre?" chiese Sonny.
"Già. Tì" asserì perentoriamente Mary, seccata non poco di dover dare spiegazioni su qualcosa di così semplice.
Trovava davvero stupido, in vero, dover rispondere a quella domanda che le sembrava solo una ripetizione di quanto aveva appena detto lei, ma con un punto interrogativo alla fine, quasi fosse priva di ogni logica se non quella, inconsapevole, di non voler affatto risposta e nascesse, piuttosto, per carpire tempo al tempo ed evitare che il terrore montasse dal cuore al cervello dei suoi "impavidi" compagni di viaggio, paralizzandogli il cammino.
I due ragazzini si avvicinarono ai limiti del sentiero, in quella parte che si affacciava sul lato più oscuro del bosco.
Scrutarono a fondo l'orizzonte prima a destra, poi a sinistra, poi ancora a destra, ma niente, non c'era niente. Solo buio e nero, in cui alberi e cespugli, privati persino della propria ombra, si animavano nel nulla.
"Non c'è nessuno, piccola stupida!" esclamò Peter, reso aggressivo dallo spavento che voleva nascondere a tutti, se stesso per primo.
"Non vedo proprio nessuno" confermò Sonny.
"Era una nudola, vi ho detto" insistette Mary, non poco offesa per essere stata smentita dal buio, o, meglio, dalla scarsa voglia di vedere che sembrava aver catturato i cuori di Sonny e di suo cugino.
"Ma sta' zitta!" replicò Peter. "Spiegami come fai, in una sera scura come questa, a vedere nuvole bianche. E che corrono tra gli alberi, tra l'altro"
"Già …" intervenne Sonny, adombrato da una non lieve preoccupazione. "Una sera scura … già … ma non è ancora sera". Guardarono insieme l'orologio "Non sono ancora le cinque … Non è un po' troppo buio, qui?"
"Non ti ci metterai anche tu, adesso?" gli chiese l'amico, cercando in Sonny l'appoggio perduto. "E' naturale che sia così buio. Prima di tutto è buio anche in paese alle cinque di pomeriggio e, poi, siamo in un bosco: gli alberi, quando sono così fitti, non lasciano filtrare i raggi di luce, lo sai. Dov'eri all'ultima escursione degli scout? Camminavi dormendo?"
Era vero: il bosco rende il buio più buio. Lo diceva sempre la loro guida nei week-end di campeggio. Che stupido era stato a lasciarsi prendere dai dubbi e dalla suggestione! Tutta colpa di Mary, pensò. Con quella storia della nuvola era riuscita a spaven … era riuscita a non fargli usare la razionalità … ecco, sì. E lui era razionale. Pragmatico, come aveva da poco imparato a dire. La paura? Sciocchezze da rimuovere.
Rimuovere … ecco: rimuovere era un vocabolo, invece, che non ricordava d'aver mai imparato; certo, ne aveva sentito parlare qualche volta da Helen, ma non tanto da afferrarne il senso, eppure … eppure in quel momento gli era chiarissimo il suo significato: si trattava di una sorta di dimenticanza, ma molto più profonda; un modo per spingere nella parte più profonda di sé quanto riteneva troppo spiacevole da ricordare. Strano… Che il rimuovere fosse attività connaturata in lui? Helen diceva che spesso lo era, soprattutto negli uomini. Una cosa era certa: se così fosse stato avrebbe fatto la fortuna del suo psicanalista, da grande!
In quel mentre una potente raffica di vento riempì l'aria di terra e foglie morte.
I nostri tre piccoli, ardimentosi amici ripararono il volto tra le mani, usando la manica dei giacconi per filtrare un po' l'aria polverosa, e si chiesero come avrebbero fatto a salire fin lassù se il maltempo avesse continuato ad infuriare così.
"E' solo un po' di vento" disse allora Peter, cogliendo nei suoi compagni di viaggio una forte titubanza e non volendo pensare a nulla che non fosse la sua perfetta avventura in una perfetta vigilia di Ognissanti.
A null'altro gli sembrava utile pensare, in quel momento. A null'altro, nemmeno al fatto che anche le tempeste più violente iniziano con qualche raffica di vento.
Il suo perfetto Halloween, questa era l'idea da non perdere di vista.
"Allora?" continuò, riprendendo le redini di quell'avventura che sembravano già perse "Allora, ragazzi, vogliamo andare? Su!" li esortò, ma un grande ramo si spezzò in tre pezzi e cadde proprio davanti a loro, sbarrandogli il cammino.
Aveva una forma strana, pensò Peter. Una forma che gli ricordava qualcosa di molto lontano.
Perth
"Che hai detto?" chiese, quindi a Sonny.
"Io? Niente!"
"Non è il momento di giocare; non ti sembra? Questo ramo … questo ramo sembra …"
"Sembra qualcosa?"
"Beh … sì … "
"Lo dici come se fosse chissà che cosa: al massimo sembra una U"
"Esatto! … solo che è ruotata di novanta gradi ad ovest"
"Allora?" chiese Sonny.
"Niente, niente … è che … "
Perth
"L'hai sentito anche tu, stavolta?"
"Cosa? Cosa?"
"E' la nudola" s'intromise Mary.
"Sì, va be' …"
"Ttì, invece. Dice che bitogna ettere pudenti pecché sennò ci appettano soppese butte"
"Addirittura!" esclamò Peter, accompagnandosi con una risata dai toni striduli, che in molti avrebbero definito isterica; in molti tranne Sonny, ovviamente.
"Addirittura!" gli corse dietro Sonny, sempre meno convinto, ma strafottente quel tanto da non farsene accorgere.
"Lasciamo stare certe stupidaggini e riprendiamo a camminare. Che ne dite?"
"La nudola non vuole" ribadì la piccolina.
"Ora basta, Mary. Che sciocchezza è questa? Non capisco …" intervenne Sonny.
"Già …" aggiunse Peter con una voce che racchiudeva una comprensione persino minore rispetto a quella dell'amico.
"Non vuole" ribadì Mary, non capendo cosa non capissero.
"Ah, non vuole" esclamarono, allora, entrambi quasi all'unisono, lasciandosi rincuorare dal senso del ridicolo con cui cercavano, con spocchiosa apparente sicumera, di investire Mary ed i suoi strani discorsi.
Quindi, decidendo che era giunto il momento di esorcizzare la propria paralizzante paura per un essere soprannaturale nascosto in una nube, Peter gridò all'oscurità che li circondava:
"Ehilà, nuvola! Ci sei …?"
E Sonny, che, pur ritenendo quella provocazione una grave sciocchezza, non voleva essere da meno, aggiunse:
"Fatti vedere, dai"
Toccava a Peter ora, aggiungere qualcosa e, così, disse:
"Se non ci vuoi fare entrare nel bosco devi fare qualcosa di più che spezzare un ramo; sai?"
Tutto tacque. Che aria trionfante traspariva dai loro occhi, a quel punto! Avevano sfidato uno spirito del bosco; l'avevano fatto armati solo delle proprie chiacchiere poco convinte; e nella notte di Halloween, per giunta.
Il nasino lentigginoso di Peter si rivolse a Mary come a dire: "Hai visto come si fa? Non esiste nessuno spirito ed, anche se fosse esistito, l'abbiamo messo in fuga".
Ma, in quell'istante, un tuono riecheggiò potente fin giù in paese, facendo tremare, lì, i muri di ogni casa ed, in quel sentiero oscuro, ogni ramo, ogni tronco, ogni zolla di terra e, naturalmente, le ginocchia di tutti e tre i bambini.
"Ho ppaura …" mormorò la piccola, Mary coraggiosa al punto da non temere di dirlo e, soprattutto, da avere ben chiaro il profondo senso di smarrimento che scaturiva da quella loro burbanzosa ed arrogante manifestazione di incoscienza, culminata nella geniale idea di affrontare il bosco la sera di Halloween e scoprire l'origine delle luci che tremolavano in una casa abbandonata da ogni immaginabile Bene.
Tuttavia non ebbe il tempo di ripeterlo una seconda volta che fu investita da un coro di fischi, di risate e di versi infantili. Peter e Sonny, cercando, in qualche modo, di riversare su di essa ciò che nessuno dei due osava attribuire a se stesso, presero a dirle:
"Fifona, fifona …"
"Non tono fifona"
"Allora vieni con noi e sta' zitta"
"Babbene, ma … peccena tonniamo a casa"
"Ma certo, cretinetta. Dobbiamo tornare tutti a casa, altrimenti chi li sente i nostri?" replicò Sonny con un tono di voce che malcelava il pentimento immediato per la decisione di seguire Peter in quell'avventura notturna. "Te li immagini Pete? Tutti fuori con le lampade a cercarci per pelarci vivi … Già li sento: Sonny e Peter, come avete potuto disobbedire, mettendo in pericolo voi stessi e la piccola Mary?"
"Pericolo .." replicò Peter, che sperava l'amico lo aiutasse a sdrammatizzare, mentre ad ogni nuova parola aggiungeva un carico di tensione che non aveva voglia di sopportare.
"Beh, lo sai…" s'affettò a correggersi Sonny, che avrebbe preferito passare per fifone piuttosto che per un bambino disciplinato, agganciato ai sensi di colpa affioranti ogni volta che disobbediva ai genitori. "Per loro tutto è pericoloso: attenti di qua, attenti di là …Sono solo dei fifoni, pure loro, come Mary"
"Ho detto che non tono fifona!!!" s'intromise scocciata la piccolina.
"Sì, va bene" la accontentò il cugino. "Intanto andiamo. Altrimenti davvero non riusciamo a tornare per cena"
"Ah questo, poi, no!" esclamò Sonny. "Mamma sta preparando i fiocchi di zucca caramellati al burro fuso e zia Myrna e zia Helen staranno sicuramente friggendo zucche e patate. E, poi, ci sarà la torta, quella col marzapane ... Cavoli!"
"Cavoli!" replicò Peter al solo pensiero di gustare quei croccanti nodini di zucca fritti nel burro e nello zucchero. Tanto il gusto aveva invaso i suoi pensieri che la sua mano seguì il flusso dei riflessi incondizionati e si strinse attorno all'aria per afferrarne una manciata.
"Caspita non mi ero mica accorto di avere tanta fame!" esclamò allora Sonny, non meno preso dall'improvvisa allucinazione gustativa che gli aveva fatto aumentare la salivazione.
"Allora sbrighiamoci …" aggiunse Peter.
"Sbrighiamoci" concordò Sonny.
"Bbrighiamoci tanto tanto" si unì Mary, alla quale l'idea di tornare presto a casa sembrò l'unica vera idea dell'ultima ora.
"Ok, per cena saremo a casa … sempre che le luci ci lascino tornare indietro" tornò a scherzare Peter, tuonando le proprie parole con una voce grossa e roca.
"Stupido che sei. La spaventi, no?" intervenne Sonny, nel tentativo, maldestro, di allontanare la paura da se stesso prima che da ogni altro.
"Tì,' tupido. Tanto 'tupido" concordò Mary.
E tutti e tre si misero in cammino, gli uni accanto agli altri, tenendosi per mano e seguendo i propri passi, come funamboli sul ciglio di un burrone.