Menu principale:
ARTICOLI & PENSIERI > 2000
IL MIGLIO VERDE. ANGELI E DEMONI NEL BRACCIO DELLA MORTE
(del 15.09.2000)
Apro questa rubrica sul cinema con un film che, recentemente uscito in videocassetta, è tornato a far parlare di sé riproponendo un tema al centro di sempre più numerose polemiche: la pena di morte.
Non è un segreto che l’industria cinematografica spesso prediliga argomenti che, mediante l’efficacia narrativa delle immagini e degli effetti speciali, possano in qualche modo ristabilire sorti ed equilibri sociali seriamente compromessi dagli eventi storici.
E, giustappunto, la pena di morte, in questo seconda, forse, soltanto alle grandi o piccole guerre di tutti i tempi ed alle catastrofi naturali, ha da sempre suscitato nel cinema un interesse direttamente proporzionale al naturale senso di disagio che ogni nuova esecuzione suscita negli uomini; in tutti gli uomini, cittadini del mondo, i quali, di fronte alla privazione della vita a fini meramente compensativi, saturano l’aria di dubbi, ponendosi una sola domanda: perché?
Non è certo questa la sede per esprimere giudizi sul sistema punitivo capitale, né per spendere parole sui differenti principi che ne sostengono i torti e le ragioni in diversa misura, pregni, tutti, di una qualche logica e di una qualche verità, sebbene io sia troppo limitata per comprendere quelle che sottendono la giustificazione della punizione capitale. Tuttavia andare al cinema presuppone, a volte, la chiara consapevolezza dell’esistenza di idee che, sopravvivendo oltre la trama, creano un universo esperenziale meramente intercettato dallo sguardo e vissuto, invece, nel profondo dalla mente, diffondendo in essa pensieri; paure, forse. Sensazioni. Emozioni.
E’ una questione di accenti, morbidi o marcati a seconda del messaggio, ma egualmente penetranti.
In pellicole come Prima Pagina (Front Page), del 1931, o nel suo remake La Signora del Venerdì (His Girl Friday), del 1940, così come nella versione del 1974 diretta da Wilder per la coppia Lemmon-Matthau, la condanna a morte resta nella penombra di una storia romantica, cui non sono estranei gli elementi farseschi tipici della commedia. Eppure, idea più che immagine, non cessa un solo istante di ingombrare ossessivamente il campo. E’ lì, invisibile ma presente in ogni fotogramma; la consapevolezza della sua esistenza genera sottili tensioni, spezza il dialogo, a volte, e rende al film una drammaticità pari a quella che dolorosamente emerge dal volto dell’indimenticabile Cagney ne Gli Angeli con la Faccia Sporca (Angels with Dirty Face), del 1938, ove l’atteso epilogo esplode con una forza comunicativa incredibile.
Il mutare dei tempi non affievolisce, certo, il desiderio di realizzare capolavori. Alle porte del ventunesimo secolo un nuovo realismo impone impatti scenici che rasentano il compiacimento nel dolore, ma la scelta dei soggetti cinematografici resta pur sempre fedele a se stessa.
L’enorme successo ottenuto, nel 1996, dal film Dead Man Walking, suggellato dal premio Oscar per la bravissima Sarandon, dimostra, infatti, che una colpa espiata con la vita, è ancora un argomento valido per poter esprimere l’inesprimibile, assumendo toni di sdegno violento e di rassegnato disappunto, che si alternano tra loro come il volo incostante delle opinioni.
Ebbene, dopo un silenzio di quasi quattro anni, Hollywood è tornata a parlare di pena di morte con Il Miglio Verde (The Green Mile), un film che, in una perfetta osmosi narrativa tra realtà e fantasia, interiorizza il dramma, evidenziando non già un dolore, ma il dolore, il dolore di ogni singolo personaggio; un film che parla persino con i rumori aberranti di un carcere, quelli in scena, naturalmente, ma anche quelli che viaggiano sulle onde della pura immaginazione.
Vi è mai capitato di ascoltare lo stridore delle porte di metallo e delle chiavi che aprono e chiudono le catene intorno ai polsi di un detenuto o le celle di una prigione? Come avvocato penalista mi è successo più di una volta e, credetemi, è una delle sensazioni più sinistre che si possano provare: veniamo chiusi in stanze disadorne in attesa di un colloquio con il nostro cliente e, nonostante ci sostenga la consapevolezza che ne usciremo di lì a qualche ora, proviamo ugualmente un senso di profondo disagio. E’ quasi impercettibile, all’inizio, l’attrito della chiave che gira nella serratura, ma, poi, tutto il tempo della vita inesorabilmente viene ad essere scandito dal susseguirsi delle mandate: un primo scatto, un secondo, un terzo, forse un quarto …non ha più importanza: la soglia dell’attenzione abbandona presto ogni controllo numerico per lasciare che parole ed immagini possano condurre gli animi attenti in un qualunque infernale laggiù, in un luogo lontano, dove una chiave è in grado di chiudere fuori finanche la vita.
Film come Il Miglio Verde riescono a rendere udibile il palpito della paura e dell’incomprensione, evocando sensazioni al di là di ogni immagine, in modo che il fruitore del messaggio artistico guardi se stesso nello specchio di una storia personale ed estranea al contempo. Egli, sicuramente, siede in quelle celle; osserva il filo della propria esistenza assottigliarsi lentamente, con quella dei protagonisti, dietro le sbarre di un’attesa senza fine; percorre quel corridoio oscuro, prestando la propria anima all’uomo morto che cammina, condividendone la meta, passo dopo passo: sul lato sinistro c’era la vita, scrive Stephen King nel romanzo da cui è stata tratta la sceneggiatura, a destra ancora la morte.
E’ scienza comune che la strada di ogni uomo, presto o tardi, conduca ad un bivio, ma ciò che rende la vita sopportabile è la consapevolezza che le nebbie del tempo e dell’ignoranza preservino tutti, quanto più a lungo possibile, dal suo avvistamento. Nel braccio della morte, invece, quel bivio è ben nitido ed assume la forma ammuffita e sciatta di un corridoio fatto di celle; un corridoio che si stende davanti ad ogni condannato, come davanti a chiunque, per avventura o per necessità, si trovi a calpestare quel suolo maledetto: le guardie carcerarie, il direttore dell’istituto di pena, persino coloro che, vittime, assistono all’esecuzione, ansiosi di velare la loro stessa vita con un’esperienza che, distaccata dall’odio e dalla vendetta, li muta in carnefici, corrodendo la mente nei ricordi, vividi ed imperituri oltre ogni ragionevole oblio.
Il miglio verde è appunto uno di quei corridoi: la sua lunghezza e quel linoleum di un colore che ricorda la buccia di un lime appassito, come scrive King, non servono a distinguerlo dagli altri, da tutti gli altri corridoi che conducono ad uno strumento di morte, serbando nell’aria storie che si stendono, come un filo di seta, sul sottile confine tra i due diversi orizzonti dell’umanità: la vita e la morte. Non il libro, né il film pretendono di essere qualcosa di differente se non un lungo miglio verde da raccontare, fatto di persone, angeli e demoni che abitano un mondo sospeso tra fantasia e realtà; ed è questo che lo rende così diverso dagli altri film che lo hanno preceduto. Nessuna facile retorica si impadronisce della trama, nessun giudizio, se non un breve epitaffio che King inserisce tra le righe del romanzo: l’uomo sembra davvero bravo ad escogitare sempre nuovi sistemi per distruggere ciò che non è in grado di creare, la vita!
Per il regista Frank Darabont si tratta del secondo film tratto da un’opera di Stephen King a sfondo carcerario. Il paragone sorge spontaneo, forse, ma si rivela ben presto del tutto superfluo. Le Ali della Libertà (The Shawshank Redemption), raffinata pellicola che, narrando la vita di alcuni galeotti nel dipanarsi di un ventennio, narra di una fuga disperata, è senza dubbio una delle pagine cinematografiche migliori degli ultimi anni.
Di certo l’innocenza infranta dalle vane regole legali di un magistrato senza scrupoli evoca similitudini al di là di ogni similitudine: in entrambe le storie due innocenti vengono imprigionati da un sistema approssimativo. Ne Le Ali della Libertà l’innocenza, seppure consumata da una lunga attesa, è chiamata a trionfare; ne Il Miglio Verde è la morte ad attendere quell’uomo solo, sfortunato e stanco, che il bravissimo Clarke Duncan trasforma in una vittima sacrificale.
Per il resto le due storie hanno solo gabbie in comune, null’altro che gabbie. Ma l’anima, ci si chiede in entrambi i casi, può trovarne di così resistenti da soccombere al buio dell’ingiustizia? Se è vero che i pensieri volano più in alto delle parole, di qualunque parola, allora la risposta non può che essere negativa ed un angolo di spiaggia messicana diventa un luogo non così lontano da quello che John Coffey raggiunge infine, quando, stremato dalla sua stessa sensibilità, da quella natura quasi angelica che lo rende estraneo ad ogni natura e pur così umano nelle sue paure e nella sua semplicità, si abbandona all’abbraccio mortale della scintillante e fugge verso la pace, una pace che, forse, inizia qualche attimo prima della morte, nei pensieri buoni dei suoi amici, indistruttibili scudi di empatia: negli occhi commossi di David “Brutal” Morse, il quale, durante l’esecuzione, rasenta un lirismo espressivo assolutamente sublime; in quelli di Tom Hanks, il quale, come sempre, è riuscito ad offrire un’interpretazione lucida, essenziale e pur carica di emozioni concrete, vivide al di là di ogni finzione artistica.
Per l’ennesima volta egli compie la propria magia, estrapolando dalle parole di una sceneggiatura non già un personaggio, ma un essere umano in grado di offrire al pubblico la propria anima.
Sicuramente avrebbe meritato la nomination, se non il premio Oscar, ma, forse, siamo tutti talmente abituati all’inarrivabile pathos che emerge dai suoi sguardi, dalle sue parole e dai suoi silenzi che, a volte, dimentichiamo quanto sia straordinario.
Interpreti di talento, dunque; un regista che dà ulteriore prova della propria abilità; una storia intima ed al contempo corale uscita dalla penna di uno scrittore particolarmente introspettivo: gli ingredienti del successo ci sono tutti. Nel complesso è stato uno dei film migliori della scorsa stagione cinematografica; un film che, peraltro, al di là dell’indiscusso pregio artistico, torna a far riflettere gli uomini sulla pena di morte e trova, così, nel proprio messaggio, una ragione in più per sopravvivere oltre ogni oblio.
Menu di sezione: