Libri & Dintorni di Raffaella Bonsignori


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Kipling cinquant'anni dopo

ARTICOLI & PENSIERI > 1985-1995

KIPLING CINQUANT'ANNI DOPO
(del 06.02.1986)

Bombay 1865: nasce, in una delle più pittoresche colonie dell’Inghilterra vittoriana, Rudyard Kipling, uno dei poliedrici scrittori del tempo. Morì settantunenne a Londra nel 1936 e finirono con lui, con i suoi viaggi, con i suoi scritti, con le sue convinzioni politiche e sociali, i sentimenti e gli ideali che fecero l’Inghilterra letteraria del suo tempo.
Durante la sua vita, trascorsa tra Londra e l’avventurosa, affascinante India natia, protagonista della maggior parte dei suoi scritti, egli maturò quell’ideologia imperialista e razzista che, nel periodo immediatamente post- vittoriano, lo rese inviso a molti ed estraneo, dunque, ad una critica positiva.
L’opera di Kipling, tuttavia, è un blocco inscindibile, come giustamente osservò T. S. Eliot, granitico, massiccio e pur vario; ed in questo blocco, nella sua forma, nel suo contenuto, nella sua morale, nella sua religione, svetta un patriottismo che non può essere giudicato con un eccesso di faciloneria, estraniando il Nostro dal contesto storico e politico in cui visse. Egli fu uomo del suo tempo e, come tale, interpretò il sentimento della maggioranza, ormai delusa di non riscontrare il nascente e preponderate sentimento ottimistico nei preziosismi letterari decaduti di un Oscar Wilde.
Egli nacque in un periodo in cui gli inglesi stavano ricevendo le maggiori gratificazioni in campo commerciale, amministrativo, politico e scientifico; in cui si sentivano pervasi dal sano ottimismo che li portava a credere sommamente in se stessi e nella loro opera. Una sorta di età dell’oro. E, benché Kipling si trovi a vivere ed a scrivere a cavallo di due epoche in sé contrastanti e contraddittorie, si formò ideologicamente in questo primo periodo ed a nulla servì il mutare del quadro storico e filosofico, in una degenerazione che portò l’ottimismo alla presunzione, la sicurezza di sé all’egoismo ed alla noncuranza, mentre sempre più facile appariva far passare per virtù l’ipocrisia.
L’impero era, per Kipling, una realtà ed un sentimento “e, nell’esprimere questo sentimento” scrisse Eliot
“non mirava ad adulare la vanità nazionale, razziale od imperialistica, né tentava di propagandare un programma politico”, sebbene -mi permetto di aggiungere- fu l’unico che effettivamente contribuì a diffondere l’idea dell’impero che l’opera politica di Disraeli andava forgiando- “egli mirava a comunicare la consapevolezza di qualcosa già esistente e di cui molti non si erano resi conto se non in modo assai imperfetto”.
Fu giornalista ed il suo stile di cronaca sottile ed arguta, compenetrato da poesia e sensibilità artistica non indifferenti, rese le sue opere da racconti sempre più romanzi, da ballate politiche a poesie vere, e lo condusse attraverso un cammino letterario vasto ed intenso che, nel 1907,, culminò con il premio Nobel per la letteratura.
Nell’evoluzione graduale che il suo scrivere subisce, nella passaggio dai racconti ai romanzi, si incentra tutta la sua produzione letteraria. Dalle prime opere, ancora troppo fedeli alla cronaca, troppo monolitiche, quali
Soldiers Three, The Story of the Gadsby, In Black and White, del 1888-89, a The Light that Failed del 1891, opera in cui molti vogliono vedere il suo primo romanzo e che, invece, risente ancora dello stile novellistico del racconto. Anche se il suo insuccesso, ricordiamolo, non derivò tanto dallo stile, non ancora pronto a raccogliere organicamente il fiume di idee e di immagini che vi sono, quanto dal “tradimento morale” che il pubblico inglese fruì dalla duplice lettura della prima versione (1890) e della seconda (1891) che ebbe un esito tragico.
La fase della sua attività di scrittore, che lo condusse a pieno merito nel mondo del romanzo si aprì nel 1894-95, durante la sua esperienza americana, con
The Jungle Book e The Second Jungle BooK, fantastiche rappresentazioni di un mondo istintivo e semplice -rappresentazione in cui la sua arte raggiunge profonda espressione e significato-, popolato da animali e bambini, in una convivenza romantica tra Mowgli, cucciolo d’uomo, allevato dai lupi, educato dall’orso Baloo e dalla pantera Baghera, e tutti gli altri animali della foresta, favolisticamente umanizzati a volte con un’introspezione psicologica assente nei caratteri umani di altri scrittori.
Kim, del 1901, rimane, comunque, la sua opera più importante, il suo capolavoro. Si tratta di una serie di quadri di vita indiana in cui si coglie l’unitarietà del filo narrativo invisibile che rende un racconto un romanzo.
Kipling non fu solo vate di una stirpe eletta, l’anglosassone, nell’esaltazione del sistema al di sopra dell’individuo, né solo creatore di una mitologia per ragazzi, ma fu anche sensibile, raffinato ed acuto osservatore dei sentimenti umani; e, tra tutti, la mia femminilità ed il mio romanticismo vogliono scegliere l’Amore e la Donna. Le sue sono raffigurazioni tragiche, spesso senza speranza, come in Lispeth, una piccola Butterfly indiana, straziata dal suo amore innocente e non corrisposto, che ritornerà, come un flash, al termine di Kim, nell’immagine di una donna ormai matura che non ha mai dimenticato il suo sahib.
Ed è proprio su questa delicatezza di immagini che opererei la dissolvenza tra la sua narrativa e la poesia. Molti sono coloro che la definiscono -secondo me a torto- una mera ballata medievale, creata con il proposito di raccontare una storia, di suscitare un’emozione, di parlare, ancora una volta, dei suoi ideali politici.
C’è molto di più, invece.
If, del 1910, ne è l’esempio, rappresentando la summa dei suoi versi. Già nel titolo è racchiuso il significato più profondo: la vita dell’uomo è e non può non essere fatta di se, di condizionali, di scelte incessanti che costruiscono, istante dopo istante, la sua strada e fanno di lui ciò che è, un misto di sogni, ideali e concretezza, di coraggio di rialzarsi di fronte all’infrangersi di ciò cui si è votata la vita, e di equilibrio. Cosa c’entrano imperialismo e razzismo in tutto ciò? Noin sembrano etichette dal limitato ed errato confine definitorio? Non c’è chi, almeno una volta nella vita, non abbia desiderato di riuscire a realizzare tutti quei “se”, sognando di diventare l’uomo che, con straordinaria compiutezza, Kipling ha intessuto nella trama dei suoi versi, in una magia che si rende cangiante nei diversi momenti e nei diversi stati d’animo del lettore. Non c’è politica, in ciò, ma antropologia. C’è l’uomo ed il suo modo di vivere, seguendo cuore e razionalità.


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