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LA QUINTA PROFEZIA
Era domenica; una dolce domenica di dicembre. Il Natale era passato da pochi giorni e si attendeva l'alba del nuovo anno.
Giulia passeggiava con cauta attenzione alla gioiosità che la pervadeva, assaporando il tepore di quella splendente giornata romana che si apriva all'aria frizzante d'un inverno mai troppo rigido, pur se affacciato sugli splendori di un carosello di festeggiamenti, di luci, di colori; un inverno profumato di agrifoglio, disciolto in un tenue gioco di fragranza e magica atmosfera che si posava sulla città, sugli squarci di luce bianca e soffusa, esaltandone il chiarore, e persino sulle ombre, cancellandone gli oscuri presagi che solitamente vi si annidano; una giornata davvero meravigliosa, che si levava lieve come un soffio, attribuendo alla vita il credito d'un bene neppure lontanamente immaginabile per l'innanzi.
I suoni attutiti di quella mattina la stavano, dunque, accompagnando come un corso di petali chiamati a rendere vellutato il cammino. Aveva deciso di regalarsi del tempo. Un dono sempre gradito. Il primo passo era stato concedersi una gustosa colazione nel suo bar preferito, dove, a dispetto della dieta che faticosamente sceglieva di seguire, sebbene a fasi alterne determinate dal suo narcisistico piacere nel guardarsi anche con qualche chilo in più, aveva scelto ben tre piccoli lieviti per accompagnare il cappuccino.
Poco dopo prese a camminare verso il mercatino dell'antiquariato di piazza Mazzini, dove avrebbe cercato delle lampade in stile veneziano per una sua cliente, acquistando, ove ne avesse trovati di interessanti, altri oggetti, di quelli che usualmente teneva in studio in attesa di trovar loro la giusta collocazione in casa propria od in uno degli appartamenti dei quali avrebbe curato la ristrutturazione. Era un architetto per passione, lei. Interior designer. Aveva buon gusto, senso artistico ed una gran voglia di scoprire sempre nuovi accostamenti, di quelli a metà strada tra l'antico ed il moderno, dove il tempo sembrava incontrarsi a formare una cupola di fisica irrealtà, una capsula spazio-temporale forse, una membrana di separazione tra universi paralleli. Le sue ispirate ristrutturazioni erano attraenti suggerimenti del tempo.
Sì, amava profondamente il proprio lavoro e girare per mercatini ne costituiva uno degli aspetti più divertenti: si dilettava come una bambina ad andare alla ricerca di piccole antichità, mobilio e suppellettili, che, usualmente, abbinava ad arredi moderni e complementi di design contemporaneo, sia italiano che statunitense. I suoi preferiti.
Un uomo si fermò per guardarla intensamente, palesando un apprezzamento del tutto fuori luogo: approfittando del momentaneo allontanamento della donna che lo accompagnava, interessata a conoscere il prezzo di una lampada ad olio di pessima fattura, le aveva, infatti, sussurrato "Complimenti …!", accompagnando l'esclamazione con una malcelata occhiata diretta al suo seno.
Giulia non lo degnò di una parola, limitandosi a guardarlo con sufficienza.
Patetico! pensò, come sempre infastidita da coloro che, privi del senso della decenza e della dignità, si pavoneggiano ai margini di una non richiesta attenzione e di un perenne tradimento nei confronti delle donne distratte che li accompagnano, come se in tutto ciò potessero trovare la chiave per diventare uomini.
Tuttavia non lasciò che i complimenti sgangherati di uno sconosciuto le rovinassero la mattinata. Del resto, passare inosservata non era prerogativa che le si attagliasse: era molto bella, alta, formosa, con due grandi occhi color nocciola ed un sorriso solare; era inevitabilmente avvezza a ricevere complimenti più o meno gradevoli e graditi.
Archiviò presto, dunque, quell'osservazione molesta e si allontanò, sentendo gli occhi di quell'uomo ancora su di lei, nonostante la sua compagna dal discutibile gusto artistico gli si fosse fatta vicina per chiedergli di pagare la costosa ed orribile lampada che le piaceva così tanto.
Il fatto era che, quand'anche si fosse trattato di un complimento gradevole da parte di un uomo degno della sua attenzione, non si sarebbe comunque sentita sfiorata dal piacere nel riceverlo: ultimamente poco le importava degli apprezzamenti che le giungevano già solo perché non le giungevano dall'uomo dei suoi sogni; l'uomo, cioè, al quale, negli ultimi tempi, aveva dato un solo volto, quello di Mario, l'unico -di ciò era assolutamente convinta- che portasse con eleganza tutta pucciniana il prestigioso nome del pittore Cavaradossi, protagonista di Tosca. Né mai alcun ideale accostamento di nomi avrebbe potuto dirsi più giusto: entrambi erano appassionati melomani e seguaci della raffinatezza musicale classica, di cui, peraltro, egli era anche sublime interprete, quando nel tempo libero si concedeva di sedersi al pianoforte e di perdersi nei suoi spartiti. Giulia lo seguiva oltremodo affascinata sin da quando, in una delle prime sere che trascorsero insieme, egli le dedicò il Liebestraume di Liszt, trasformando il loro incontro in un Sogno d'Amore.
Nonostante lui avesse nove anni meno di lei, condividevano un'intensa, lunga amicizia che, infine, si era trasformata in una splendida storia d'amore; una storia iniziata in sordina, un po' per l'intimità assoluta che il fiorire di un simile sentimento impone, un po' per le attenzioni di cui Mario era allora oggetto da parte di una dolcissima e simpatica comune amica, purtroppo preda di una non corrisposta infatuazione. All'inizio, infatti, non riuscendo ad ignorare il richiamo del loro reciproco amore, ma non volendo del pari ferirla -ché le volevano sinceramente bene- furono costretti a fingersi solo amici in sua presenza: non facile situazione pregna di autentico rimorso, sebbene accarezzata anche dal beneficio di vedere, in tal modo, meravigliosamente amplificata la loro complicità. Del resto, cosa non avrebbe potuto generare intima condivisione in due persone tanto innamorate?
Fu così che nel lago del loro immenso, reciproco sentimento, Giulia e Mario disciolsero, infine, la sottile punta d'amaro che arrivava dalla sofferenza della loro amica per quell'amore non corrisposto. Del resto, "tutto ciò che si fa per amore lo si fa sempre al di là del bene e del male" si disse Giulia, trovando nell'aforismo nietzschiano quel giusto barlume di perdono per se stessa e di consolazione rispetto al nascondimento cui s'era costretta dinanzi all'amica: lei e Mario si amavano così profondamente, in modo così vero, travolgente, assolutamente irrefrenabile che nessuna colpa poteva macchiarli. L'unica certezza che Giulia sentiva d'avere era che, se solo così non fosse stato e se la sua amica avesse condiviso anche solo il sospetto d'un reciproco sentimento con Mario, per nulla al mondo avrebbe mai messo in pericolo un'amicizia a causa di un uomo: era una donna, lei, non una femminella qualunque.
Ebbene una così intima e profonda relazione, finita da poco più di un anno, non era del tipo da lasciare solo vuoto e malcontento; piuttosto sembrava votata a trasformarsi in qualcosa di ancora più bello.
"O sarò tuo marito, o sarò il tuo migliore amico" le ripeteva continuamente; e Mario non era uomo indegno di fiducia. C'era da credergli.
Fu così che, quando si mossero sulla scia di qualche inevitabile incomprensione, come spesso accade sul finire di un rapporto; quando incardinarono i propri pensieri su differenti esegesi del futuro, su contrastanti segnali della vita, forse, su direzioni che, senza volere, avevano preso a divergere, non abbandonarono tutte le condivise, profonde sensazioni mai sopite che li condussero verso un perdurante, reciproco affetto. Lasciarsi, a quel punto, era diventato un dovere, se si voleva far salva l'amicizia. E così fecero.
Eppure, come a volte accade quando l'onda di un amore s'infrange sulla battigia del ricordo, tornando indietro per qualche istante prima di lasciare che il mare se ne impadronisca per sempre, a momenti di distacco seguivano rigurgiti di sentimento ed attrazione, di quelli che, nel tempo, rendono l'amicizia che segue l'amore un qualcosa di assolutamente, rigorosamente e meravigliosamente diverso dall'amicizia! Giulia lo percepiva ogni volta che si guardavano negli occhi, ogni volta che sfioravano argomenti personali, ogni volta che provavano ed evitarsi, senza riuscire a stare mai troppo lontani l'uno dal pensiero dell'altra, forse turbati dall'idea di quel che avrebbe potuto essere e non sarebbe stato.
Quella mattina, poi, Mario sembrava giganteggiare in lei con prepotente vitalità. Avevano avuto un randez-vous indefinibile, la sera prima, di quelli a metà tra l'amicizia, la seduzione, l'amore e l'eternità! Quando le accadeva di rivederlo, serbava in sé, per giorni e giorni, un tale tramestio di sensazioni da non avere spazio per il senso del fastidio e nulla l'avrebbe mai potuta distogliere da quella perdurante felicità, da quella nube di sorriso ed emozione intensa che l'avvolgeva delicatamente. Ovvio, quindi, che, tra quei banchi pieni di "anticaglie e petrelle", come usava chiamarli per tradizione romana, le sembrò di vedere molti oggetti ancor più interessanti del solito. Tracciò, così, il suo percorso sfiorando allegramente mobili, porcellane, cristalli, monete romane, bijoux americani anni venti e libri, sua grande passione.
Adorava leggere e, più che mai, adorava leggere libri usati. Avere tra le mani quei volumi che, per morte o per abbandono, erano stati separati dal loro proprietario aveva qualcosa a che fare con l'adozione, con la protezione di un indifeso, con il magico ricongiungimento di due anime divise, di due amici, forse, di due compagni di viaggio sulla strada della vita. Ne possedeva a centinaia: romanzi, saggi storici, biografie, trattati scientifici, libri di musica, di cinema, di psicologia, di archeologia … un piccolo universo di sapere che amava sbocconcellare durante il weekend o nelle serate solitarie, ossia tutte le volte che non vedeva Mario.
Toh, Mario! Ancora lui, così forte da far sembrare presente il passato.
Appassionata di fisica quantistica e di viaggi interdimensionali, Giulia pensò alla Teoria delle Stringhe, alle undici dimensioni di cui Witten ha matematicamente provato l'esistenza: le tre dimensioni spaziali, quella temporale, altre sei dimensioni proprie delle stringe, ossia dei filamenti che vibrano, come corde di un violoncello, in ogni più piccola particella dell'universo, e quella propria della stringa-membrana, in grado di espandersi oltre i limiti conoscibili per la finita mente umana, creando universi paralleli, vicini come fette di pane sopra un tagliere, eppure estranei l'uno all'altro. Imparare ad attraversarli potrebbe significare non solo viaggiare nel tempo, ma da un universo all'altro, da una realtà all'altra. Ecco, continuava a ripetersi Giulia dalla sera prima, a Witten manca la dodicesima dimensione: l'amore, in ogni sua manifestazione, anche amicale. E' una forza che ti fa viaggiare nel tempo in un istante. Che differenza c'è con un tunnel quantico?
Effettivamente, in quell'ultimo anno da che si era lasciata con Mario, i suoi viaggi nel tempo attraverso l'amore erano talmente coinvolgenti che non lasciavano molto spazio ad altri uomini. Forse era per questo che, nella sua solitudine, si trovava tanto bene. Era come se il ricordo di Mario e delle più recenti occasioni di trascorrere pranzi, cene, cinema, teatri e passeggiate insieme, sebbene correttamente lontani dalle esplosioni di passionalità, la appagassero completamente e per un tempo indefinito, un tempo che si allungava fino al loro successivo incontro, la seguissero, la investissero della indimenticabile fragranza di un vissuto meraviglioso.
Nessuno stupore, dunque, nel sentirsi tanto felice, quella domenica mattina; solitaria e felice per una giornata che prevedeva un aperitivo con Cecilia, la sua migliore amica, ed il resto della giornata trascorso nel guscio ovattato della sua casa a leggere, ricamare, ascoltare musica classica.
Pregustando, attraverso il pensiero, quel che sarebbe stata la sua domenica incrociò tre tavole piene di libri di ogni genere e, naturalmente, si fermò a sfogliarne alcuni.
C'era di tutto: romanzi americani di terz'ordine, classici italiani in edizioni super economiche, libri di cucina, libri animati per bambini. Poi, finalmente, un piccolo settore catturò la sua attenzione. Si trattava di un angolo davvero remoto del grande tavolo di esposizione, un angolo collocato nel punto più lontano da quello in cui si trovava lei; eppure anche da lì era riuscita a percepire la bellezza di quelle rilegature a filo in pelle leggermente malconcia od in una tela qua e là macchiata dall'usura e dal tempo, l'odore della colla naturale, le pagine un poco ingiallite, rose da qualche dispettoso animalino artefice di fantasiosi arabeschi. Li raggiunse. Ne godette un poco l'aspetto prima di sfiorarli, di aprirli con la massima cura, di leggere i titoli, gli autori, saggiarne gli incipit come un buongustaio assaggerebbe un tortino di cioccolato che all'interno racchiuda una calda crema di cacao amaro: il cucchiaino affonderebbe una prima volta nella soffice pasta spugnosa della torta, portando al palato solo il sapore delle uova battute con lo zucchero e montate con una scorza d'arancia, una spolverata di cacao in polvere, una goccia di rum, un poco di farina e di lievito, ma la seconda volta andrebbe a pescare nel cuore bollente di cioccolato fuso dal vago aroma di cannella e porterebbe con sé l'estasi. Ecco, per Giulia aprire un libro antico corrispondeva ai primi due cucchiaini di un tortino al cioccolato, né esempio sarebbe mai stato più indovinato, dal momento che, a parte l'idea di Mario, riusciva ad amare solo la buona cucina quanto i suoi libri!
Fu così che si ritrovò tra le mani una prima edizione delle poesie di Emily Dickinson. Quale immensa gioia! Le aveva lette e studiate più volte, ovviamente, ma trovare la prima edizione era un pregio che non poteva non cogliere. Diede una rapida occhiata alla traduzione del sonetto Tu mi lasciasti, mio Re, due retaggi, che, nelle edizioni moderne, non l'aveva mai trovata concorde, e vide che quelle tre parole capacious, eternity e consciousness erano state tradotte esattamente come le aveva sempre tradotte lei. L'entusiasmo d'aver trovato quella deliziosa rarità fu tale che non si avvide, lì per lì, delle glosse e degli appunti che il testo conteneva in calce a buona parte delle poesie; né la cosa l'avrebbe fermata, dopo tutto: anzi avrebbe avuto un motivo in più per amarlo, quel libro, che recava in dono le parole di una persona sconosciuta, vicina, come a Giulia piaceva pensare, al di là delle leggi del tempo e dello spazio.
Lo acquistò, dunque, senza indugio e la curiosità di andare a leggerlo quanto prima la indusse a terminare più rapidamente del solito il suo "giro delle pulci". Telefonò a Cecilia, anticipando di una mezz'ora l'appuntamento che avevano, e si diresse a grandi passi verso il loro bar.
Cecilia era una donna incantevole, dotata di un'invidiabile, naturale piacevolezza fisica ed un'incredibile ricchezza interiore. Era insegnante di letteratura inglese all'università e, quando vide l'edizione della Dickinson acquistata da Giulia, rimase esterrefatta, manifestando giocosamente tutta la sua invidia per quel prezioso acquisto, lei che l'invidia davvero non sapeva dove fosse di casa.
Accantonarono presto il discorso, però, per dedicare la loro attenzione alla telefonata di Gianni, ex fiamma di Cecilia, che circa due anni prima aveva deciso di ritirarsi dalla loro storia sentimentale per dedicare le proprie attenzioni ad un'altra donna, una donna che presto scomparve, come una meteora, per lasciar spazio a ciclici ritorni verso di lei, massacranti come sempre, a volte incomprensibili ed insostenibili. Giulia l'aveva ribattezzato lo "stronzo narciso", Cecilia, ancora innamorata di lui, ne aveva dato un epitaffio persino peggiore, cattivo in misura direttamente proporzionale all'amore provato, e lo aveva ribattezzato il vampiro.
"In verità, credo che non si sia ancora staccato da te" disse Giulia, convinta che quella telefonata fosse un bizzarro e, forse, inopportuno modo di manifestare il suo perdurante interesse per lei.
"Hai visto Mario, ieri?" le chiese l'amica, improvvisamente.
"Sì … " rispose perplessa Giulia, non sapendo come facesse Cecilia a saperlo e perché mai avesse tirato fuori l'argomento.
"Si vede"
"Che vuoi dire?"
"Lenti rosa"
"Eh?"
"Lenti rosa, quelle dell'amore. Quando vedi Mario ti comporti come se tutto il mondo fosse innamorato"
"Non è vero! E, poi, siamo solo amici. Mi spieghi che c'entra l'innamoramento?"
"E' vero, dimenticavo. Siete solo amici. E' per questo che non ti ha ancora detto che sta frequentando un'altra, giusto?"
"No. Probabilmente non l'ha fatto perché …"
Lo sguardo interrogativo di Cecilia la indusse a riconoscere che, effettivamente, era strano davvero, quel silenzio, soprattutto perché, attraverso le inevitabili indiscrezioni degli amici comuni, era venuta a saperlo, e perché era palese che non rappresentasse una realtà scomoda, avendo avuto anche lei un'altra storia ed avendogliene parlato. Le venne in mente che potesse essere un sistema per non trasformare il fatto in realtà, lasciando, così, sopravvivere intatto, almeno tra loro, il ricordo della storia vissuta. Tuttavia le sembrava più convincente l'ipotesi residua, in base al quale la soluzione più semplice è quella tendenzialmente vera: non ne aveva parlato perché si trattava di una frammento privato della sua vita e lei, semplicemente, non ne era più parte; od, ancor meglio, perché non gli era venuto in mente.
"Comunque l'innamoramento non c'entra niente. Dicevo solo che Gianni, a volte, mi sembra un brav'uomo ingabbiato nelle sue paure, che ancora non sa come dimenticarti"
"Posso ricordarti che, fino a ieri, lo chiamavi stronzo narciso?"
Giulia sorrise al pensiero che, forse, l'amica aveva ragione, almeno in parte. Non tout court, ovviamente, ma quanto bastava a farle venire il sospetto che il suo giudizio su Gianni, quella mattina, potesse essere influenzato dalla gioia autentica e dal ricordo vivido di un sentimento profondo che l'incontro con Mario le aveva lasciato dentro.
"Ok, hai ragione, è ancora uno stronzo narciso. Tuttavia …"
"Tuttavia?"
"Beh, se ti cerca un motivo ci sarà. Sono passati più di tre anni da quando è iniziata la vostra storia e mi spieghi per quale ragione dovrebbe continuare sistematicamente a chiamarti con fare seduttivo se non fosse attratto da te?"
"Per tornare a farmi del male in modo da sentirsi meglio! Guarda che stiamo parlando di Gianni il sadico, Gianni il seduttore seriale, Gianni il perfido fedifrago. Stiamo parlando dell'uomo che prima fotografa uno splendido leone e poi gli spara e lo trasforma in uno scendiletto"
"E' vero. Questa del leone dovrei sempre tenerla a mente. In effetti, uno che riesce a fare una cosa del genere in una battuta di caccia è probabile che faccia lo stesso nella vita, con qualunque essere gli si presenti di pari bellezza e regalità. Proprio come ha fatto con te. Sì, hai ragione: è uno stronzo narciso!"
"Ok. Resta su questa lunghezza d'onda, ti prego"
"Sono sintonizzata"
"Bene. Allora, che ne pensi?"
"Di cosa?"
"Della telefonata di Gianni!"
"Gianni, sì. Dunque … io direi che … Insomma, tesoro, non ci riesco!"
"A fare cosa?"
"A dirti che ti ha telefonato solo perché ti vuole fare del male. Sono passati tre anni ed, in un modo o nell'altro, non riesce a staccarsi da te. Io credo che ti abbia chiamata perché ha piacere di sentirti; perché, evidentemente, conserva interesse ed una forte attrazione per te; perché … perché è un uomo e gli uomini ragionano come amebe, secondo il rasoio di Occam: mi fa piacere sentirla = la chiamo; non mi fa piacere sentirla = non la chiamo. E lui, alla fine, ti richiama sempre; è probabile che lo faccia perché gli fa piacere, no?"
Silenzio.
Difficile lasciare una donna come Cecilia senza parole. Ne aveva sempre per ogni occasione. Bevvero il loro aperitivo e tornarono a parlare dopo un paio di lunghissimi, eterni minuti.
"E' sempre affascinante?"
"Può darsi che lo sia; perché, se ti richiama, non provi a proporgli una pizza, così lo vedi e senti anche cosa vuole?"
"Tu sei più svitata di un tappo. Io con quello non ci esco neanche se si fa verde"
"Colore di moda, però"
"Cretina"
"Sei tu che ti stavi chiedendo se fosse ancora affascinante"
"Intendevo Mario. E' sempre affascinante?"
"Ah, Mario. Beh … come potrebbe non esserlo? Il suo sorriso, lo sai, sa comunicare più delle parole: puoi leggervi dolcezza, affetto, simpatia, verità"
"Verità?"
"Esatto. Quanti uomini sanno trasmettere verità?"
"Direi pochi"
"Ebbene, lui è vero in ogni cosa che fa, in ogni cosa che dice. E, poi, è così elegante …"
"Quando veste per andare a lavoro, forse; ma nel tempo libero? Io lo ricordo con jeans scoloriti, felpe e scarpe da runner"
"Non parlo di ricercatezza, ma di eleganza. E lui lo è sempre, qualunque cosa indossi. Si muove nel mondo con naturalezza e raffinata semplicità"
"Non è decisamente il giorno giusto per chiederti un parere su Gianni"
"Non sto parlando sotto l'effetto di un qualche sentimento, men che mai dell'innamoramento, come pensi tu. Sono estremamente obiettiva"
"Può darsi. E come sta?"
"Bene. Ha composto una magnifica ninna-nanna: è celestiale, la sua musica. Non capisco proprio come un pianista così raffinato possa entrare nei panni di un avvocato! Ma tant'è: lui ci riesce"
"Una ninna-nanna … per chi?"
"Un futuro figlio, credo"
"Lungimirante o sulla via per sposarsi?"
"Lungimirante. Almeno spero … Voglio dire … sarei felice per lui, naturalmente …"
"Naturalmente!" ripeté Cecilia con tono ironico. "Del resto è fidanzato, ormai; sarebbe anche naturale. Non era lui che diceva che non si può stare con qualcuno più di tanto senza sposarsi?"
"Sì, forse" replicò Giulia stizzita più dal senso di perdita del possesso che da una vera e propria gelosia. "L'unica cosa di cui sono certa è che Mario non è tipo da sposarsi per abitudine, o perché tutti intorno a lui l'hanno fatto. E' un uomo intelligente"
"Giusto. L'intelligenza è un argomento che non era stato ancora toccato"
"Perché, lo reputi uno sciocco?"
"No, nient'affatto. Volevo solo soddisfare la tua naturale esigenza di completezza e mancano ancora intelligenza e sensualità"
"Dieci e lode in entrambe"
"Fantastico. Vi rimetterete insieme?"
"Non credo"
"Perché?"
"Perché siamo amici"
"Sì, ed io sono una Romanov"
"Occhio a Rasputin"
"Finiscila"
"Parliamo seriamente di Gianni?"
"Forse è meglio di no"
"Giuro che sarò obiettiva. Niente lenti rosa"
"Non è questo. E' che … semplicemente non vale la pena parlarne. Sai, sentendoti descrivere Mario mi è venuto in mente che io non saprei davvero cosa dire di buono su Gianni. E non credo dipenda dal mio astio. Il fatto è che un amore grande come il vostro, noi non l'abbiamo provato e qualunque altra cosa fosse non ha lasciato nulla dietro di sé se non rancore ed immondizia"
"Scusa"
"E di cosa?"
"D'aver straparlato su Mario e non averti sostenuta sul giusto, giustissimo risentimento per Gianni. In effetti, non ha molto senso che ti abbia chiamata, se non per riagganciarti ancora una volta, continuando a tenerti in panchina, quando, invece, rispetto a lui ed alle donne che la vita gli mette a disposizione, tu non sei solo un giocatore titolare, ma il capitano della squadra!"
"Esatto. E non voglio concederglielo mai più"
"Brava. Non ti uccide nessuno: sei troppo forte"
"Già … eppure qualche ferita me l'ha fatta e non sai quanto ancora fa male"
"Conosco la cura"
Cecilia la guardò con aria interrogativa, sospesa tra il serio ed il faceto.
"Dario"
"Chi?"
"Un tizio che ho conosciuto in palestra. Trent'anni, alto uno e novanta, master in Economia. Mi ha chiesto di uscire una di queste sere e potresti venire con noi. Da cosa nasce cosa"
"Direi che soprassiedo"
"Perché mai?"
Cecilia guardò l'amica come a dirle: non sono pronta ad aprirmi ad un'altra storia fallimentare, visto che da due anni a questa parte ne ho collezionate almeno tre nella vana speranza di scordare Gianni, tornandoci insieme sistematicamente, con la stessa malevola sorte di un fante a Caporetto; e, soprattutto, non ho voglia di conoscere uno che ha chiesto a te di uscire e che, con ogni probabilità, si sentirebbe messo in mezzo se gli presentassi una tua amica.
Si capirono al volo, questa volta, e, senza aggiungere una parola, cambiarono discorso, passando a commentare la mostra di Magritte al Museo Bilotti.
"L'Impero della Luce mi dà i brividi: è di una compostezza ed, al tempo stesso, di una eccentricità senza eguali"
"Vero. Magritte è il pittore surrealista che prediligo"
"Sai cosa prediligi, tu? Una casa come quella, immersa in un bosco oscuro, un solo lume acceso ed un'infinita solitudine. Poi dici a me di uscire con quel Dario? Perché, invece, non ci esci tu e non ci passi una bella notte di sesso sfrenato? A parte Luigi, che è ormai storia, non mi sembra che ti sia presa molti svaghi. Io almeno qualcosa ho combinato!"
"La solitudine mi è amica. Che c'è di male?"
"Chiedilo alla monaca di Monza cosa c'è di male. E' semplicemente innaturale che una bella e giovane donna faccia l'eremita per vocazione"
"E cosa dovrei fare? Non ho la vocazione dell'eremita, ma nemmeno quella di suor Gertrude"
"Potrebbe essere stimolante, invece"
"Sì, va be': la smetti di prendermi in giro?"
"Mai, ovviamente"
"Buono a sapersi"
Ancora un sorso di aperitivo a riempire un breve silenzio e la voce di un uomo, calda e sensuale, s'insinuò tra loro:
"Signore, buongiorno!"
"Franco! Che piacere rivederti" esclamò Cecilia, seguita da Giulia non meno entusiasta di vederlo.
Lo invitarono a sedersi con loro, ovviamente, e lui non se lo fece ripetere due volte.
Era un amico di Cecilia da molto tempo; un'amicizia, tuttavia, davvero particolare, fatta di seduzione nascosta, di piacere reciproco, di enorme affinità intellettuale -anche lui docente alla facoltà di Lettere, Storia Medievale- e di inesplosa attrazione, di quelle che, solitamente, si tengono a dormire sotto una cenere di passione solo per il timore di rovinare tutto.
La situazione richiedeva una spinta, pensò Giulia, cui l'incontro con Franco non sembrò affatto casuale, rispondendo, piuttosto, alle leggi dell'attrazione e della sincronicità junghiana. Pertanto accampò una scusa e si dileguò presto, lasciandoli soli a parlare e, così segretamente sperava, ad innamorarsi l'uno dell'altra.
Tornando a casa mandò uno short message telefonico all'amica: Sulla strada dell'amicizia c'è l'amore, a volte. Ed è meraviglioso! Del resto, lo sapeva bene, lei. La sua storia con Mario era nata da un'amicizia ed era tornata ad essere una bella amicizia. In mezzo: un addio civile, sebbene languido e malinconico, ovviamente. Questione di una sera, ma assolutamente inevitabile. Sicuramente avevano conservato sin da subito un profondo, reciproco rispetto ed avevano cercato di dare un nome alternativo al sentimento che li legava, ma quella sera, quando si lasciarono, lacerarono il loro amore per sempre e non può esserci immediatamente amicizia in un simile dolore. Davanti agli occhi le fluttuarono, allora, immagini ben diverse dalla strada che la stava conducendo a casa; fu come se un film le scorresse in testa. Dovette sedersi sopra una panchina e lasciare che quella sera lontana tornasse nel magma di dolorosi e pur splendidi ricordi.
Mario si era trasferito da poco nella sua nuova casa, in via del Pellegrino. Adorava quella sottile confusione che lo circondava, che filtrava dalle finestre a sfiorare il sonno quando il sabato cedeva il testimonio alla domenica mattina; amava le colazioni a Campo de' Fiori nelle soleggiate domeniche primaverili, ad assaporare il silenzio di una città addormentata; amava il sogno che aveva costruito su quella casa, piena di mobili non ancora sistemati e di immense aspettative. Giulia condivideva solo in parte il suo entusiasmo. A lei piacevano quartieri un po' meno caotici, sebbene non fosse di certo estranea al fascino che quella zona esercitava su chiunque vi si avventurasse. Del resto, in quel luoghi, riposava il cuore di Roma, un impareggiabile triangolo di storia e di arte, di suggestioni antiche, di evocazioni lontane: piazza Navona, Campo de' Fiori, piazza Farnese.
Quel pomeriggio si erano incontrati per parlare, un modo alternativo per dirsi che non poteva andare avanti. Che strano: a rievocare quei momenti Giulia non avrebbe saputo ripetere cosa si fossero detti. Sicuramente sentiva il peso di parole a metà, cercate nel forziere di una chiarezza chiamata a non chiarire nulla, ma solo ad emettere suoni che celassero a se stessi il tramestio infernale che l'idea stessa della fine stava provocando in loro, entrambi depredati di un piccolo tesoro che, fino ad allora, avevano serbato nel cuore. Si salutarono con la morte negli occhi. Un bacio, l'ultimo; poi le mani che si strinsero, allontanandosi lentamente, quasi a prolungare quel tocco, quel dolce sfioramento, memore di una passione ancora viva; e, quindi, un ultimo sguardo prima di girarsi e prendere ognuno la propria strada: lei lungo corso Rinascimento, lui verso S. Andrea della Valle, la chiesa di Tosca, ironia della sorte, dietro la quale "svanì, sgattaiolò per sua stregoneria", come canta il Sagrestano quando la bella Floria, infiammata dal sospetto del tradimento, gli chiede dove sia il suo Mario.
Finalmente quella tempesta emozionale finì e Giulia riprese la via di casa senza che il riaffiorare allucinatorio di quei momenti le impedisse il cammino.
Si chiuse la porta d'ingresso alle spalle e consentì al suo confortevole salotto di accoglierla con il più rassicurante senso di protezione. Gettò borsa e buste sul divano e, per prima cosa, andò in camera da letto per spogliarsi ed infilarsi in una comoda tuta da ginnastica; quindi preparò il pranzo. Poche, gustose pietanze seguite da uno dei suoi lunghi, lunghissimi caffè americani da sorseggiare lentamente, sprofondata sulla sua poltrona preferita a sfogliare il nuovo acquisto.
Un particolare colpì immediatamente la sua attenzione: sul frontespizio, autografato da una certa Elisabetta, era disegnato un rudimentale ex libris. Uno strano disegno, invero: una civetta ed una farfalla e sullo sfondo la luna piena. La civetta le fece venire in mente un essere capace di vedere quel che gli altri, solitamente, non vedono, dal momento che caccia di notte; la farfalla, invece, le sembrò l'icona di una vita brevissima, ma intensa. Sotto il disegno una scritta:
Da quando ho letto questo libro gli incubi non mi hanno più abbandonata. E' come se, nella mia mente, parlassero fantasmi non ancora nati, come se le vittime di non so quale crudele destino mi urlassero in testa e nel cuore, tutte quante insieme. E' atroce. Succede ogni volta che scrivo annotazioni a queste poesie. Non so cosa significhino le mie parole: una voce dentro di me le detta alla mia mano. Sono in grado di coglierne solo il dolore. Per quattro volte ho già vissuto quest'inferno. La quinta annotazione, quella che ho scritto oggi, è la più orribile e mi impedisce di respirare. Non capisco. Sento solo il dolore dentro di me. Sono allo stremo. Questo libro è maledetto. Voglio morire. Elisabetta (Roma, 31 dicembre 1959)
Quelle parole le trasmisero immediatamente un'angoscia senza eguali: assomigliavano ad un testamento, un lascito terrificante, una maledizione, forse.
Ancora non poco turbata da un simile incipit, si avventurò, preda della propria curiosità che la rendeva sempre avida di forti emozioni, nella lettura delle poesie e, soprattutto, in quella dei commenti, che, mano a mano che sfogliava il libro, si componevano in uno straordinario itinerario di annotazioni, scritte dalla stessa mano che aveva vergato la prima pagina.
Lesse il commento a Mi colpiva ogni giorno; la sensazione fu quella di addentrarsi in un libro di poesie alternativo, in un microcosmo di impressioni surrealiste, proprio come i quadri del suo amato Magritte. Le parole di Elisabetta terminavano con due versi della Dickinson, quasi un filo di congiungimento con la sua poesia, sottolineati a rendere quel filo visibile anche agli occhi di un estraneo:
Undici dopo la fine dell'ottavo. Oh come brucia la pelle e l'acciaio si fonde! Crollano le speranze e le alte ambizioni. E le urla mi invadono la mente. Il cielo se ne riempie in un volo di morte. L'uccello d'argento venuto da lontano brucia la notte e mi tortura in sogno.
Un turbamento improvviso e violento la pervase e dentro di lei prese ad agitarsi una strana inquietudine che la indusse a posare il libro, quasi a visualizzare quelle parole nell'aria che la circondava.
Si alzò per andare in bagno a rinfrescarsi il viso, stranamente gremito da un anomalo calore.
Come posso essermi spaventata per una poesia? si chiese, interpretando quel che le stava accadendo come l'effetto di un qualche moto di paura che doveva essersi levato da quelle parole disperate e cercando di ragionare sul senso di costernazione e disgrazia che le avevano trasmesso; era come se, improvvisamente, non esistesse più uno spazio vitale che potesse accoglierla, come se l'aria che la circondava fosse divenuta insufficiente per respirare, per muoversi, per vivere. Qualcosa, una morsa invisibile, la stava stringendo sempre di più, schiacciando sotto il peso di macerie intrise di urla e di sangue. Girò la manopola dell'acqua fredda, ma le parve uscisse un liquido rosso e denso. Sangue! esclamarono i suoi pensieri in preda al terrore e fece un passo indietro repentino. Quindi alzò lo sguardo verso lo specchio e quel che vide la terrorizzò ancora di più: lei era scomparsa per lasciare posto al volto di un'altra donna, una donna che urlava senza che dalla sua bocca uscisse il minimo suono. Ancora un passo indietro, quasi un balzo; gli occhi fissi dinanzi a sé, poi come un click nella sua mente le fece abbassare lo sguardo verso il rubinetto, dal quale aveva ripreso a fluire limpidissima acqua. Alzò lo sguardo nuovamente verso lo specchio e vide il proprio volto.
Sono un'idiota! E' mai possibile che io mi lasci influenzare in questo modo da una poesia scritta da una sconosciuta? Per quanto opprimenti siano, quei versi, la mia reazione è davvero folle. E' ora che torni dal mio analista!
Rassicurata dai suoi razionalissimi pensieri, si diresse verso il salotto per riprendere quella lettura che, dopo tutto, la incuriosiva ed intrigava, come sempre accade quando qualcosa di ignoto e, forse, temibile prende a sfiorare la nostra vita.
Giunta in prossimità della porta del bagno, però, dovette fermarsi bruscamente, di nuovo preda di allucinazioni infernali: ai suoi piedi, infatti, si era aperto un vuoto terrificante, come se fosse sul ciglio di un precipizio. Sotto di lei si animavano fumo e caos. Un vociare indistinto di diversi dolori saturava quel corposo abisso.
"Mio Dio!" urlò. "Che mi sta succedendo?". Ma quasi in risposta alla sua invocazione di paura, l'orripilante visione svanì così come era venuta e, dinanzi a lei, ricomparve il pavimento. La testa le girò vorticosamente e dovette poggiarsi allo stipite della porta per non cadere. Era madida di sudore. Davvero inspiegabile. A tentoni tornò verso il lavabo per sciacquarsi la faccia sperando con tutta se stessa che dal rubinetto uscisse acqua e non un fiume di sangue.
Fu fortunata, così pensò, inondando il proprio volto con l'acqua fredda. Si tranquillizzò rapidamente, rimuovendo con sorprendente rapidità se non il ricordo delle visioni, quanto meno il senso di malessere che aveva provato, e tornò a leggere il libro.
Cambiò pagina nervosamente e lesse un'altra delle poesie chiosate. L'acqua fa molti letti. I versi scritti a matita da Elisabetta erano ancora più inquietanti dei precedenti ed anch'essi terminavano con un verso della Dickinson sottolineato:
Ventiquattro prima dei morti. Presago di un'eco lontana, s'avvicina furtivo ed invadente, poi corre lungo un letto oscuro, coprendo di sé ogni ricordo di vita. Libera e quieta torna a piangere l'aria, il cui spazio non violano orologi, né mai vi giunge il sussurro dell'alba.
Un'emicrania balorda la catturò in un istante.
Chiuse il libro e si sdraiò sul letto, ma un incubo venne a turbarla, o, meglio, una sequenza di immagini disastrose e pregne di un'indicibile pena. Più che sognare, ebbe la strana sensazione di svegliarsi in un mondo parallelo: era perfettamente lucida e consapevole di trovarsi da qualche altra parte, in un posto freddo, solitario, denso di un'energia di morte, terrificante. Stava camminando; poteva vedere i propri piedi nudi inseguirsi lentamente sulle assi di un pavimento sconosciuto. Alzò lo sguardo e constatò quel che l'aveva già invasa come una forza dirompente costruita di incerte certezze: ovunque si trovasse non era luogo a lei noto. Si trattava di un sala immersa nella penombra, una camera arredata alla buona: mobili scadenti e, sui muri, manifesti di luoghi esotici e città lontane. Uno, in particolare, colpì la sua attenzione: New York. Al posto del World Trade Center due fasci di luce tagliavano il cielo della parte bassa di Manhattan.
Un urlo agghiacciante si fece strada nel silenzio; sicuramente una civetta, pensò. Istintivamente, tuttavia, come a seguire l'illogica modulazione di pensieri propria dei sogni, si nascose dietro una colonna di muro. Doveva difendersi, disse a se stessa. Capire da chi o da cosa era affare davvero troppo serio perché la sua confusa mente sbalordita da allucinazioni ed incubi potesse anche solo provare. Seguì semplicemente l'istinto che la portò a celare se stessa al buio che la circondava. Nessun rumore seguì quel verso stridulo. Il rapace era volato via, evidentemente, e l'oscurità non celava altre insidie, al momento.
Ma i trabocchetti onirici -si sa- non tardano mai ad arrivare, soprattutto quando se ne teme il prorompere indiscreto e spaventoso. E così fu. Quando tornò a camminare nella stanza, infatti, questa era completamente cambiata. Le mura erano di pietra e, sulla parete di fronte, c'era un grande camino in disuso. Tutto sembrava abbandonato ed un penetrante odore di muffa accompagnava un'aria umida e stagnante: assi di legno infradiciato erano inchiodate alle finestre e, sul tavolo disadorno, ancora due piatti da minestra, rotti ed incrostati di una qualche sostanza antica e maleolente.
Il lugubre lamento del vento s'insinuò nella stanza e Giulia percepì una strana densa acquosità dell'aria salire dai piedi fin nelle ossa. Fu così che abbassò lo sguardo e si accorse di avere le estremità completamente immerse nel fango.
Cosa accidenti sta succedendo? Dove sono? Questo non è un sogno … questo non è un sogno … ripeteva a se stessa con una cadenza affannata, resa serrata dall'ansia che le stava montando dal cuore alla gola e dalla gola al cervello, accompagnata da un calore anomalo e da un sudore freddo che ricordava le ondate di panico che la portarono quasi alla pazzia una tragica sera di quarant'anni prima, quando, durante una vacanza estiva in Trentino, si perse nel bosco che fiancheggiava la villa di alcuni amici dei suoi genitori.
Vi era entrata inseguendo una bellissima lepre dal manto bianco fiammato qua e là da sprazzi di marrone e di arancio; ben presto, però, scoprì che il sentiero che aveva alle spalle era identico a quello che aveva di fronte e di lato: indistinguibili l'uno dall'altro. Ma non si perse, certo, d'animo. Sapeva che i suoi sarebbero corsi a cercarla una volta che si fossero accorti che non era più in giardino in compagnia di quei due antipatici dei figli dei loro amici. Bisognava solo facilitare loro il compito e non lasciarsi prendere dal panico. Tuttavia vampate di calore e di sudore freddo la invasero senza che potesse fare nulla per fermarle, se non cercare a ritroso le proprie orme, badando bene a non incrociare serpenti, prestando attenzione all'ululato dei lupi, che, da quelle parti, si davano spesso convegno, e, soprattutto, cercando di percepire ogni minimo suono provenisse dal mondo che viveva al di là di quel bosco, il mondo delle case e dei genitori. Inutile dire che fu ritrovata, rimproverata ed abbracciata in una rapida sequenza di sollievo e rinascita. Ma quell'esperienza le si stampò nella memoria in modo assolutamente indelebile. Ebbene, non era in un bosco e non aveva cinque anni, ma le sensazioni erano le stesse, proprio le stesse: paura, senso di perdita di affetti e profonda solitudine, idea vaga di morte.
Recuperando un poco di coraggio dal fondo di una razionalità fortemente lesionata dal contesto onirico od eterico in cui si stava muovendo, continuò a guardarsi intorno. La civetta tornò ad urlare, ma questa volta Giulia non si rifugiò da nessuna parte, riuscendo, piuttosto, a svegliarsi di soprassalto, portando con sé la sensazione che quel sogno fosse la chiave per scoprire qualcosa. Ma cosa?
Improvvisamente le sembrò di aver afferrato il margine d'un pensiero importante. Lo inseguì in un estremo tentativo di rievocazione. Vide davanti a sé il poster che aveva sognato: due fasci di luce che giganteggiavano al posto delle distrutte torri gemelle. Ma certo! Come aveva fatto a non pensarci? Undici dopo l'ottavo poteva ben indicare una data, undici giorni dopo l'ottavo mese, ossia l'undici settembre, infausto giorno in cui le torri gemelle di New York vennero abbattute. Il resto delle parole sembravano confermarlo: la pelle che brucia, l'acciaio che si fonde, le ambizioni che crollano e l'uccello d'argento che viene da lontano. Un particolare, però, non quadrava: la data. Stando a quanto scritto sul frontespizio, Elisabetta, la donna cui il libro della Dickinson era appartenuto, aveva stilato quelle annotazioni nel 1959. Dunque avrebbe descritto il crollo delle torri gemelle prima che accadesse?
E l'annotazione alla seconda poesia? A cercare un'esegesi analoga, non poteva che essere anch'essa la descrizione di una tragedia. Ma quale? Il senso di quelle parole le sfuggiva. Cercò di scavare nel ricordo del sogno un indizio, ma non riuscì a trovare nulla che potesse aiutarla a capire. Sicuramente aveva a che fare con quella stanza abbandonata ed invasa dal fango, ma non le sovveniva un'idea praticabile. Rileggerla, tuttavia, era sicuramente fuori discussione, in quel momento: le aveva fatto troppo male, doveva prima riprendersi.
Accantonato per un poco quel libro inquietante, dunque, accese il computer e cercò in internet notizie sulla misteriosa Elisabetta, autrice di siffatte prepotenti e dirompenti poesie.
Insoddisfatta dei risultati, decise che si sarebbe recata presso l'emeroteca della Biblioteca Nazionale per approfondire la ricerca. Aveva solo un nome, una data, un luogo e la dichiarazione di un intento suicida -voglio morire concludeva la sconosciuta-. La sua ipotesi era che questa Elisabetta fosse una sensitiva, che premonisse grandi eventi luttuosi, e che, ossessionata dalle proprie visioni e dal dolore che le si accumulava dentro a causa di esse -come anche lei ben sapeva, data la sua reazione ed il dolore percepito- si fosse suicidata. Cercò, dunque, sulla cronaca romana dei giornali di quel mese e del successivo ogni possibile notizia di suicidi.
Un solo aggancio, su Il Messaggero del 1 gennaio 1960:
IERI ELISABETTA CALDERANI, MOGLIE DEL NOTO IMPRENDITORE EDILE ROMANO FRANCO BALDINELLI, SI È GETTATA DAL QUINTO PIANO DEL SUO PALAZZO. LASCIA IL MARITO ED UNA FIGLIA, GIOVANNA, DI POCO PIÙ DI DUE ANNI. LA CALDERANI SI DICEVA PERSEGUITATA DA VOCI INCOMPRENSIBILI E DALLA SENSAZIONE DI UNO SCONFINATO, INSOPPORTABILE DOLORE …
Era lei, senza dubbio; tuttavia la stanchezza vinse sulla curiosità e Giulia decise di tornare a casa. Senza cedere all'inevitabile moto di aprire nuovamente il libro, si distese sul divano in cerca di una serenità perduta. Sentiva che avrebbe avuto bisogno di distrarsi, di pensare a qualcosa di piacevole. L'occasione non tardò a giungerle, inviata dal passato.
Le telefonò Stefania e, senza volere, parlando di un suo imminente viaggio a Parigi per un Congresso di psichiatria ove sarebbe stata relatrice, aprì nei ricordi di Giulia uno squarcio di luce e di immenso diletto.
"Ola, bimba. Come stai? Ti disturbo?"
"Ciao, tesoro. No che non disturbi. Stavo sul divano alla ricerca di qualche pensiero che mi potesse distrarre da una strana ossessione"
"Ossessione per cosa? O, forse, dovrei chiedere per chi?"
"Nessuna delle due, o, meglio, entrambe"
"Spiegati meglio"
"Un libro, una donna misteriosa che vi ha segnato sopra alcuni appunti nel 1959 ed il prorompere di strane, forti, a volte deflagranti sensazioni al solo leggere quelle parole"
"Stai parlando per enigmi, te ne rendi conto? Un libro, una donna uscita fuori dal 1959, sensazioni deflagranti …"
"Non ho altro modo per descrivere quello che sto vivendo"
"Ti senti bene?"
"Benissimo … ora"
"Mi stai facendo preoccupare"
"Non devi. Lo sai che mi intrigano certe storie di misteri passati. Probabilmente me ne sto costruendo una su misura"
"Vuoi un parere professionale?"
"Meglio di no. Sento che non sarebbe un consiglio piacevole"
Risero entrambe, segnando, così, il cambiamento del discorso.
"Il primo weekend di gennaio vado a Parigi per un Congresso. Vuoi venire?"
"Accipicchia, Parigi! Mi piacerebbe tanto … Ma … come faccio?"
"Stai dicendo che trascorrerai i prossimi fine-settimana a casa a ragionare sulla tua nuova ossessione, oppure hai da lavorare?"
"Lavoro. Devo assolutamente consegnare la casa a quella rompiballe della mia cliente della Camilluccia: un'arpia dotata di pessimo gusto e sconfinata presunzione. Non fa che contestare le mie scelte, imporre orribili cambiamenti e, quindi, tornare alla mia idea iniziale, fingendo che sia sua"
"Uccidila"
"Magari potessi! A volte vorrei la licenza di 007"
"L'avvocato che ti difende lo hai già"
"Spiritosa!"
"L'ho incontrato, stamattina"
"Ah, sì?" chiese Giulia con apparente disinteresse, come sempre le accadeva quando parlava di Mario con Stefania, la quale, già solo per la sua professione, tanto bene decodificava i suoi tentennamenti, mettendola di fronte a scomode realtà. Era per questo che aveva deciso di non dirle che era uscita con lui la sera prima.
"Sì. E' leggermente ingrassato. E' ancora più bello"
"Smettila"
"Di fare cosa?"
"Di parlare di lui in questi termini. Dovresti aiutarmi a dimenticarlo, non fomentare la mia passione"
"Evviva! Ci siamo riuscite, finalmente, a riconoscere che provi ancora passione per lui"
"Non intendevo dire passione"
"Già. Intendevi dire pallone. Lo so … capita. I palloni, si sa, sono tondi e rotolano sempre in mezzo ai discorsi"
"Ne avrai ancora per molto?"
"Prima di abbattere la tua fase negatoria? Probabilmente tutta la vita. Non mi sembri tipo che cederà mai nel riconoscere i propri sentimenti, una volta che ha deciso di considerare finita una storia"
"La storia con Mario È finita"
"Beh, come credi. Allora che fai? Vieni a Parigi?"
"Non penso che potrò muovermi, ma grazie infinite per il pensiero e … divertiti. Andrai in una delle città più belle e romantiche del mondo"
"Sulla bellezza concordo, sul romanticismo un po' meno: dipende dalla persona con cui la visiti. Certo, l'ultima volta che ci sei andata eri con Mario …"
"No. Non ti permetto di ricominciare. Ciao, brutta"
"Ciao, scimmia. Ci sentiamo domani"
"Ok"
Dispettosi, i ricordi, a volte fluiscono quando meno ce lo aspettiamo. Quella sera, nella memoria di Giulia tornarono Mario e Parigi e, per un poco, gli ossessivi componimenti poetici di quella tale Elisabetta, svanirono nel più vago nulla.
Che viaggio indimenticabile!
Era il quindici febbraio, il loro primo anniversario. Parigi li attendeva a stringerli in una morsa di gelo accompagnato da un sole invernale particolarmente luminoso e da magnifici tramonti, campioni di deferenti fantasticherie liriche che volavano sui cieli bigi de La Boheme, da dove Rodolfo vedeva "fumar da mille comignoli" la città.
Quella fu la prima opera che videro insieme: Mario volle donarle quell'emozione unica. Effettivamente, accanto a lui, le sembrò di non averla mai ascoltata prima.
Né la scelta di festeggiare l'anniversario a Parigi fu estranea alle rimembranze pucciniane che avevano segnato la loro storia. In qualche modo, in quell'unione, c'era sempre l'eco di un'aria, di una tenera romanza che si levava dolcemente a renderli protagonisti d'un romanticismo delicato e desueto, pregno del mistico sognare d'un amore eterno.
Le sembrò quasi di sfiorare quei giorni lontani eppure ancora tanto vicini, di accarezzare i petali della rosa che le aveva regalato la sera prima, in quel ristorantino sulla rive gauche dove si era ubriacata di bordeaux: "così gentil è il profumo di un fiore" cantava Mimì nei suoi ricordi. Sì, le sembrò di essere lì, di udire ombre jazz salire da quella specie di grotta medievale dove si suonava dal vivo; le sembrò di percepire lo sciabordio della Senna che aveva accompagnato le loro passeggiate serali, mano nella mano, come se l'universo risiedesse in quelle dieci dita intrecciate e non vi fosse nulla, proprio nulla che potesse essere foriero di maggiore appagamento; le sembrò di vivere di nuovo quelle loro notti di amore, di intrecci di corpi pregni di passione, di sonno, di piacere.
"Parigi" sospirò, mentre il telefono squillò di nuovo, cancellando parte di quella splendida rievocazione.
"Ciao, sono Mario. Come stai?"
Ci mise qualche istante a rispondere. Non era possibile, si disse. Questa si chiama telepatia. Lo diceva sempre, lui, che tra loro esisteva un feeling esoterico, ma, di solito, succedeva il contrario: era lei a chiamare quando lui la stava pensando. Non aveva mai provato la sensazione d'esser lei ad avere i pensieri trasparenti al punto da essere letti con simile maestria.
"Mario!" esclamò, quindi.
"Ti disturbo?"
"Certo che no. Stavo giusto pensando a …" … a te, al nostro primo anniversario, al nostro viaggio a Parigi … ma un'ondata d'orgoglio la investì repentinamente e la indusse a celare i suoi veri pensieri in una lunga pausa silenziosa.
"A che stavi pensando?"
"Al fatto che non avevo voglia di mangiare ed avrei tanto voluto fare due chiacchiere con un amico"
"Eccomi"
"Che mi racconti?"
"Ho visto Stefania, stamattina"
"Ah sì?" proseguendo sullo stesso sentiero mistificatorio ormai intrapreso, le sembrò senza dubbio migliore idea quella di non dire che Stefania le aveva riferito di quell'incontro, cosa che palesava il sopravvivere di un interesse per lui. Quando mai due amiche sprecherebbero tempo a parlare di un uomo che non significhi nulla per almeno una di loro?
"Non te l'ha detto?" la interrogò deluso.
"No. E … come è andata?"
"Ci siamo trovati a fare colazione a Campo"
Questa era davvero una novità. Stefania non le aveva certo detto che quella mattina si trovava praticamente dietro casa di Mario; niente di più strano, dal momento che abitava in Balduina.
"E che ci faceva Stefania da quelle parti?"
"Mi ha detto che stava aspettando che aprisse un negozio di stampe antiche, quello che fa angolo con il lungotevere. Ti ricordi? Anche tu hai acquistato qualcosa, lì, se non sbaglio"
Non sbagliava affatto e la cosa non tardò un secondo a colpire l'attenzione di Giulia. Era passato più di un anno e lui ricordava un episodio tanto ordinario ed insignificante? La loro storia doveva essergli rimasta dentro almeno quanto era rimasta dentro di lei. Immediatamente si sentì tanto gratificata da non volersi più curare del suo incontro con Stefania.
"Sì, una piantina di Mantova"
"Già … Come stai?"
Di nuovo quella domanda. Come dovrei stare? Avrebbe voluto rispondergli. Come pensi che io stia? Vuoi sapere se la nostra cena di ieri sera può avermi fatto più male che bene? Se mi ha fatto camminare a ritroso nel tempo, ritrovando un interesse per te che credevo perduto e, dunque, una nuova occasione per soffrire, visto che tu stai con un'altra anche se non ti sei mai degnato di dirmelo? Tante parole le si affollarono in testa, ma riuscì solo a rispondere:
"Sto bene, perché?"
"No, così … Abbiamo mangiato bene, ieri"
"Già … carbonara fantastica …"
La conversazione stava scadendo in un affastellamento di banalità a voler celare il vero intento di quella chiamata. Entrambi si trasformarono nella pallida brutta copia di quel che erano stati la sera precedente: entusiasti, piacevoli, complici ed intriganti conversatori. Quella telefonata non aveva senso; ma poco prima di chiuderla, accampando una qualche scusa cui Giulia aveva già cominciato a pensare, le venne in mente di raccontargli del libro, delle visioni, degli incubi. Ne parlarono a lungo e Mario si rivelò seriamente preoccupato, tanto da strapparle la promessa che non avrebbe aperto quel libro prima del pomeriggio seguente: sarebbe passato a trovarla verso le cinque ed insieme avrebbero cercato di capire.
Nonostante fosse dotato di razionalità e pragmatismo, Mario, volendo bene a Giulia, da sempre avvezza a gestire strane intuizioni ed episodi apparentemente inspiegabili, non era estraneo all'accettazione di fenomeni paranormali, sempre che non eccedessero i limiti della credibilità, anche solo potenziale.
Giulia promise, sapendo che non avrebbe mantenuto la promessa: mancava ancora un'infinità di ore alle cinque del pomeriggio seguente. Come resistere alla tentazione? Si salutarono, dunque, con la buona nuova di un loro secondo incontro, ma senza che, da parte di lei, uscisse tutta la verità.
La notte non trascorse affatto tranquilla. Nuovi, atroci incubi le torturarono l'anima. Sentì urlare nomi di persone, di luoghi e, quindi, voci indistinte presero a pregarla di portare ai parenti un ultimo saluto. Bambini gridavano la loro paura e genitori piangevano, impotenti a lenire quella sofferenza. Poi la visione di corpi gonfi di acqua, seppelliti nel fango, la pervase orribilmente: ovunque c'era odore di morte e di perdurante dolore.
Il risveglio, ovviamente, fu brusco ed affannoso. Erano le cinque del mattino. Oscillando tra l'idea di prendere ancora sonno e la paura di farlo, si rigirò nel letto per una buona mezz'ora prima di decidere di alzarsi ed andare in cucina a bere un bicchiere d'acqua, rinfrescandosi un po' le idee. Raggiunta la cucina, sentì la voce di una bambina provenire dalla camera da letto:
"Dov'è la mia mamma?" chiedeva. "Dov'è la mia mamma?"
Il panico lasciò presto spazio alla disperazione e, quindi, ad una sorta di fatale accettazione di quanto non avrebbe potuto cambiare, come sempre foriera di un ignoto coraggio. Decise che avrebbe reagito cercando di scoprire più verità possibile. Corse, dunque, in camera da letto ed accese la luce, ma non vide nessuno. Sentì, però, quella stessa vocina piagnucolare ancora, solo che, questa volta, proveniva dal salotto, ove, pochi istanti dopo, Giulia irruppe con un carico di energia e terrore, ma non vide nessuno neppure lì. Decise, allora, di non pensarci per non impazzire ed uscì a fare jogging, portando con sé il lettore MP3, ma neanche le cuffie dello stereo la isolarono da quelle voci, che creavano una continua interferenza. Quasi tutte avevano a che fare con stordite richieste di notizie su parenti ed amici, come se un esercito di zombie confusi si fossero dati appuntamento nella sua testa per implorare il suo aiuto: dov'erano finiti i loro affetti?
Si sedette in terra e sfogò nelle lacrime lo stress ed il disagio che tutto ciò le stava provocando. Si erano fatte le sette. La città si stava svegliando.
Tornò a casa, ma la giornata non migliorò affatto: le voci non cessarono di torturarla e Giulia, non sapendo come mandarle via, provò a sfinirsi di moto, girando per la città come un automa delirante.
Ben presto faticò a distinguere le visioni oniriche dal mondo reale; più volte le capitò di "aiutare qualcuno a non morire", non rendendosi affatto conto che, in realtà, aveva appena afferrato il braccio di uno sconosciuto che camminava per strada senza che alcun pericolo lo minacciasse e stava trascinandolo dove non era sua intenzione andare. Alcuni reagirono male e si divincolarono, riportandola bruscamente alla realtà con uno scossone e qualche parola forte; altri, riconquistata la propria strada, si limitarono a scuotere la testa in segno di disapprovazione; altri ancora, quelli dall'indole infermieristica, la compatirono e si offrirono di accompagnarla dal suo psichiatra, convinti che non potesse non averne almeno uno.
Preoccupazione e malessere la indussero a chiamare Mario, affinché nel raggiungerla si portasse qualcosa per trascorrere la notte da lei: avrebbe preso sicuramente dei sonniferi, ma non voleva comunque restare sola in casa. Gli parlò delle voci che la ossessionavano; gli raccontò del suicidio della precedente proprietaria del libro, cosa che aveva sapientemente omesso fino ad allora; fece accenno alla profezia che non aveva ancora saputo interpretare, alle voci che la stavano perseguitando, agli "aiuti" offerti ad alcuni passanti che l'avevano giudicata una folle; gli disse che la veridicità di quei sogni la preoccupava e che sempre più cresceva in lei il timore che in quel microcosmo allucinatorio potesse seriamente farsi del male.
Mario le apparve come l'unico che potesse davvero comprenderla e starle accanto, sicuramente più di quanto non potesse fare Luigi, l'uomo che aveva frequentato dopo la fine della loro storia; sicuramente più di quanto potessero fare le sue amiche, o, quanto meno, diversamente da loro. La verità era che con lui riusciva a sentirsi talmente tanto se stessa da non temere di confessare persino le verità e le paure apparentemente più assurde.
Mario, ovviamente, un po' per il profondo, confuso sentimento che non aveva mai smesso di provare per lei, un po' per l'amicizia che li aveva sempre uniti, un po' per il senso stesso della generosità che lo contraddistingueva, acconsentì a trascorrere la notte da lei, confermandole l'appuntamento delle cinque che avevano concordato il giorno precedente. Sapeva bene che una simile decisione gli sarebbe costata un litigio con Daniela, la sua compagna, ma non riteneva vi fossero diverse opzioni.
Al solo sentirgli fare quel programma, Giulia si tranquillizzò e pensò, non senza una punta di amaro rimpianto, che egli non aveva mai smesso di essere la sua ancora emotiva, il rifugio della sua anima.
Mancavano ancora tre ore all'appuntamento. Provò ad assaporare la blandizie di un generoso relax. Si preparò un tè e si accomodò in poltrona, dedicandosi alla lettura di un romanzo che, da qualche tempo, cercava forzosamente di terminare. Tuttavia, come se quel pensiero ne contenesse in sé uno nascosto, invece del romanzo afferrò il libro della Dickinson e lo aprì su Molto inoltrato era il nostro viaggio, un altro dei sonetti chiosati da Elisabetta:
Nella ventiquattresima luna del tre, viene dall'ombra e nell'ombra sparisce. Reca con sé lamine infuocate; e passi inesistenti segnano la via. La strada muore nel cuore; si apre un mondo sotterraneo, dalle ignote fughe. E Dio ad ogni porta
Non fece in tempo a finire di leggere che, violento, l'eco di un boato si rovesciò sulla sua mente provata: immagini di fuoco, rumore di lamiere che si contorcevano e di corpi che perdevano la vita si susseguirono con estrema rapidità. Poi altre voci nella sua testa, più concitate delle precedenti, la incitarono a correre; correre per non morire. Il dolore la pervase completamente ed iniziò ad urlare.
Quasi inseguendo se stessa fuori di casa, si precipitò in garage, salì sul motorino e si diresse verso lo studio di Mario. L'unica sua certezza, in quel momento, era di non poter attendere le cinque per ricevere la protettiva comprensione di cui egli sarebbe stato foriero. Tuttavia la strada che si allungò sotto di lei sembrò essere diversa da quella che voleva prendere, né lei era in grado di fermarsi, guidata, ormai, da una forza oscura e pressante verso altri luoghi. Durante il tragitto le capitò di parlare a quelle voci, di urlare loro di tacere, di non assillarla, di non confonderle i pensieri in quel modo. Urlava senza rendersene conto:"Non così, non così. E' troppo forte. Non posso, non posso. Dove stiamo andando?" . La gente si girava a guardarla, ma nessuno ebbe la forza od il coraggio, od anche solo l'incoscienza di fermarla, di approfittare di un semaforo rosso per aiutarla a scendere dal motorino, accompagnarla da qualche parte, svegliarla dal suo incubo.
"O soave fanciulla; o dolce viso di mite, circonfusa alba lunar …" canticchiava tra sé e sé Mario, avvicinandosi a casa di Giulia e scoprendosi, così, ancora preso da un romantico ardore per lei.
Con una puntualità che non gli apparteneva e che, sicuramente, aveva recuperato dal bagaglio di preoccupazione che Giulia gli aveva riversato addosso con quella storia folle di ossessioni e possessioni, Mario suonò il campanello alle cinque e cinque, ma non gli rispose nessuno. Attese qualche secondo e suonò di nuovo. Forse stava riposando, pensò, e non sentiva il campanello. Provò a telefonare sul cellulare, ma lo trovò spento; quindi tentò al numero di casa, ma, anche in questo caso, ottenne solo una mancata risposta. La preoccupazione si trasformò prima in agitazione, quindi in paura ed, infine, in panico. Prese la macchina e si recò allo studio di Giulia, ma nessuno l'aveva vista dal giorno prima, gli dissero; tornò, quindi, a bussare alla sua casa, ma niente. Decise di attenderla lì, seduto sulle scale, con il cellulare in mano nella speranza di ricevere una telefonata risolutrice. Sei e trenta, sette, sette e trenta: il tempo sembrava dilatarsi senza misura. Di Giulia ancora nessuna traccia.
Finalmente una sua telefonata. Si erano fatte le otto e trenta. Le chiese, allarmato, dove fosse. Si trovava all'ospedale: mentre si stava recando da lui era caduta dal motorino.
Trasportato dalle sue gambe, ché la testa lo aveva preceduto accanto a Giulia, la raggiunse: fortunatamente non aveva riportato lesioni gravi, ma il viso era una maschera di graffi e tagli. Fu trattenuta in ospedale, sotto osservazione, a causa del trauma cranico riportato. Mario, che era riuscito a farle avere una stanza singola, non volle sentire ragione e si fermò con lei, che, nonostante lo shock, non presentava segni di sonnolenza: la paura sembrava, infatti, sostenerla nell'assenza di sonno. Trovarono modo, dunque, per parlare di quanto accaduto:
"Non ero sola. Non ero sola. Erano tutti con me. Mi dicevano di correre" ripeteva Giulia in modo sconnesso. "Corri, dicevano. Corri. La morte sta arrivando. Corri".
Mario cercò di acquietarla, facendo sì, contestualmente, che descrivesse la situazione in modo più chiaro:
"Tesoro, stai calma. Ora non ci sono più; non urlano. Siamo solo io e te" e le accarezzò la testa, coccolandola con la tenerezza e la coraggiosa delicatezza che gli appartenevano e che lei amava tanto.
Tesoro … pensò Giulia, assaporando quella dolce parola che la riportava ai suoi giorni con lui e che aveva uno strano effetto su di lei, quasi fosse la quintessenza della tenerezza e della protezione: le piaceva da morire sentirsela dire e lui lo sapeva.
Finalmente si calmò un poco.
"C'era l'incrocio …" riprese a dire. "Non l'ho visto arrivare. Ero girata a dir loro di tacere. Non ho sentito neppure il rumore del motore".
Mario azzardò una domanda apparentemente ovvia:
"Chi erano?"
Ma Giulia non riuscì a rispondere ed esplose in un pianto convulso finché non si fu addormentata.
La mattina seguente, passarono a trovarla le sue amiche: Stefania, Cecilia e Debora. Mario raccontò loro delle allucinazioni di Giulia legate al libro della Dickinson. Debora azzardò l'ipotesi che Giulia fosse nel centro di un'intercapedine temporale. Nessuno sembrava condividere le sue certezze, né poteva essere diverso, dal momento che lei era una ricercatrice di fisica e, pertanto, era l'unica a poter cogliere il complemento scientifico di tutta questa storia, sospesa tra la magia ed una seria patologia dissociativa, cui nessuno voleva ancora pensare.
"Di che stai parlando?" le chiese Stefania.
"Di un tunnel spazio-temporale spontaneo, attivato da energia mentale. Giulia, in qualche modo, attraverso le pagine di quel libro, che potremmo definire un portale, deve aver incrociato le energie di questa Elisabetta ed essere giunta ad un livello di interconnessione particolarmente potente da modificare il piano temporale. Giulia lo sa bene. Lei, queste cose, le ha studiate con me; le comprende. In certe condizioni, laddove sia sostenuto da una naturale predisposizione alla percezione extrasensoriale, il pensiero è una forma d'energia che, pari solamente al gravitone, può passare da una dimensione all'altra. Non è ancora stato provato, ma molti scienziati ci stanno lavorando strenuamente. Ed anch'io, nel mio piccolo"
"Stai parlando di scienza o di fantascienza?"
"Entrambe, forse. Come dicevo: è scienza la mobilità del gravitone, come, finora, è stato provato benché solo in modo teoretico, ossia attraverso formule matematiche e non con sperimentazione diretta. Quanto al resto, più che fantascienza la chiamerei intuizione e deduzione scientifica in attesa di riscontro"
"E' una follia" intervenne Mario. "Giulia è senza dubbio dotata di una forza extrapercettiva, ma non così tanto da rendere credibile un viaggio nel tempo"
"Non si tratta di un vero e proprio viaggio nel tempo, bensì di un incontro di pensieri in un piano temporale parallelo"
"Continui a non convincermi"
"In effetti è abbastanza azzardata come teoria, no?" intervenne Cecilia.
"Sono d'accordo" aggiunse Stefania.
"Può darsi" tagliò corto Debora. "Magari io mi sbaglio e Giulia non è entrata in contatto con le energie mentali di quell'Elisabetta. Allora? Qual è la soluzione? Soffre di allucinazioni? Sta impazzendo? Preferisco pensare alla fisica quantistica, alla fantascienza e, persino, alla magia, piuttosto"
Un attonito silenzio le confermò che anche loro, tutto sommato, preferivano orientare l'attenzione verso le più fantasiose soluzioni piuttosto che pensare ad una patologia psichiatrica.
L'infermiera li chiamò: potevano andarla a salutare. Le tre amiche cercarono di distrarla da se stessa con chiacchiere prive di qualsivoglia aggancio intellettuale. Argomento scelto? Gli uomini, ovviamente. Franco, in particolare, dal quale Cecilia pare avesse accettato un invito a cena per l'indomani.
"Finalmente!" esclamò Giulia. "Era ora che gli dessi una chance"
"Una chance sa tanto di elemosina" esclamò Debora.
"No. Ho voglia davvero di vedere se funziona"
"In pratica è un'uscita di prova, tipo quelle che organizzano le concessionarie d'auto all'uscita di un nuovo modello: se non ti piace non la compri" esclamò Stefania.
"Nuovo modello? Tutto tranne che nuovo" intervenne Cecilia, colta da un picco di autocritica.
Tre donne che parlano di uomini hanno sempre un che di inquietante, pensò Mario e, non volendo ascoltare per discrezione e soprattutto per paura di poter diventare, un giorno o l'altro, oggetto di identiche, caustiche parole, si dileguò per qualche minuto.
Finite le visite, ovviamente, lui si trattenne e riprese ad interrogare Giulia sull'incidente, la quale, tuttavia, non seppe riferire altro se non la sensazione vivida di un profondo malessere, una sofferenza inenarrabile. Quindi le ripeté alcune delle frasi che aveva pronunciato il giorno prima, durante il delirio post-traumatico e Giulia cominciò a chiarire, dentro di sé, gli eventi che l'avevano condotta fin lì, cercando di ricordare le annotazioni all'ultima poesia letta. Rammentò alcuni versi ed esclamò:
"Il traforo del Monte Bianco!"
Mario le chiese a cosa si stesse riferendo.
"La terza tragedia. Si tratta dell'incendio nel Traforo del Monte Bianco. Ne sono certa: ventiquattro lune del tre indica il 24 marzo. Se n'è parlato ovunque: quest'anno ricorreva il decennale. E, poi, le lamiere infuocate, il mondo sotterraneo, la chiusura d'ogni via d'uscita e … mio Dio! … quelle voci insistenti, impaurite, imploranti che mi dicevano di correre, correre per non morire". Il racconto fu rotto dall'ansia, ma non prima che Giulia riuscisse a spiegare a Mario la sensazione incomprensibile, annidata al centro del suo corpo, quasi all'imboccatura dello stomaco, dove mai si direbbe possa risiedere un nucleo di consapevolezza, di aver individuato il giusto evento.
Mario si pose, tuttavia, da scettico di fronte ad un simile racconto e le chiamò coincidenze, ma Giulia lo implorò di crederle, di darle fiducia, di non archiviare questi fatti come un mero caso clinico.
"E' il libro, è il libro che …"
Ma non riuscì a terminare la frase prima che un'atroce cefalea la aggredisse. Guardò Mario ed iniziò a piangere.
"Aiutami" lo implorò. "Aiutami, ti prego …".
Mario, assolutamente affranto per quell'impietoso dolore che la stava dilaniando, aumentò leggermente la dose di Toradol disperso nella soluzione fisiologica della flebo ed attese che si fosse addormentata per chiudere gli occhi a sua volta. Pochi istanti, almeno così gli parve, giusto il tempo di lasciare che il sonno cadesse su di lui e presto si rialzasse, lasciandolo in pace per il resto del giorno.
Un'ora dopo parlò con i medici e li persuase a consentirle di tornare a casa per la convalescenza. Il disegno, ovviamente, era quello di invitarla a rimanere qualche giorno da lui, lontana dalla casa che aveva alimentato cotanti incubi e, soprattutto, lontana dal libro della Dickinson: in tal modo avrebbe potuto tenerla d'occhio meglio. Ancor prima che Giulia accettasse aveva già predisposto ogni cosa ed aveva chiamato in studio per farsi passare le telefonate urgenti in casa. Quanto a Daniela, un'ulteriore aspra discussione aveva caratterizzato il loro dialogo; una discussione terminata con la voce di lei che, alterata e stridula, lo accusava d'essere un bastardo fedifrago, un uomo senza palle, che si lasciava manovrare dalla ex, uno che non aveva capito quanto lei valesse e quale grave errore stava commettendo a fare quel che stava per fare: l'avrebbe persa, grosso modo suonò così la minaccia; avrebbe ucciso la loro storia.
Celavano insicurezza, le sue parole, gelosia, sofferenza. Non era difficile da comprendere. In verità, sul palcoscenico del suo dolore si annidavano sentimenti feriti, peccato che li esprimesse con modi sbagliati, quelli propri di un ultimatum. Del resto di questo si trattava: aut - aut; o me o lei.
E "lei" fu la risposta.
Giulia, ovviamente, all'oscuro del tifone sentimentale che aveva appena causato a Mario, accettò con entusiasmo di farsi accogliere dalle sue lenitive attenzioni. Era sicura che non avrebbe più avuto alcun disturbo, accanto a lui. Speranza vana, ovviamente: nuovi attacchi allucinatori si avvicendarono tra veglie ed incubi. Ora si trovava in un bosco ed iniziava a piovere e sprofondava nella terra bagnata senza riuscire a scappare; ora nuotava in un mare scuro, nella notte, e più nuotava, più il mare si faceva denso e la trascinava a fondo.
Mario si preoccupò seriamente: esistevano tutti i segni evidenti di un forma iniziale di schizofrenia, come gli aveva spiegato il medico dell'ospedale poco prima di dimetterla. Con l'interessamento di un suo cliente, ex direttore sanitario di alcuni ospedali romani, riuscì a contattare il primario di psichiatria dell'ospedale in cui era stata ricoverata, ottenendo dallo stesso addirittura una visita domiciliare. Il medico ritenne opportuno sottoporla ad un trattamento farmacologico leggermente più forte, che, se, inizialmente, le diede più che altro riflessi rallentati ed una marcata tendenza al sorriso, cominciò presto a dare buoni frutti con le allucinazioni, eliminandole completamente. Non che di minore rilievo terapeutico fosse la ritrovata vicinanza con Mario. A Giulia sembrava una vacanza nel passato, quella, e decise di godersela fino in fondo, senza ragionare troppo sul perché delle sue sensazioni. Fecero lunghe passeggiate, andarono più volte al cinema, visitarono mostre d'arte antica e moderna, trascorsero serate in casa a cucinare ed a vedere la televisione e, pur senza sconfinare in comportamenti che avrebbero richiesto un mare di spiegazioni, di quelle che solitamente devono essere date prima di tutti a se stessi, si dedicarono tempo l'un l'altra in un morbido ritrovarsi.
La settimana seguente Giulia, però, dovette assolutamente recarsi a casa propria, quanto meno per prendere abiti puliti ed altri effetti personali. Mario ovviamente la accompagnò.
Mentre era intento a trovare un posteggio per la macchina, però, Giulia decise di anticiparlo e salire in casa. Grave errore. Quando la raggiunse la trovò in piedi di fronte alla libreria che fissava il libro della Dickinson. Non si accorse neppure della sua presenza.
"Cosa stai facendo, tesoro?"
"Mi sta chiamando …" gli rispose Giulia, senza distogliere lo sguardo dal libro.
"Chi ti sta chiamando?" azzardò Mario, preparandosi ad intervenire d'urgenza nel caso di una nuova crisi, avendo portato con sé la siringa di litio che lo psichiatra gli aveva lasciato in caso di necessità.
"Elisabetta … Elisabetta mi sta chiamando. Vuole che io legga ancora il libro …"
"E lo leggerai ancora" la rassicurò Mario, cercando di non contraddirla e, contestualmente, di non farle aprire quel libro che, in un modo ancora da comprendere, ogni volta la conduceva verso crisi schizofreniche "ma più tardi. Ora dobbiamo prendere i tuoi vestiti, le creme di cui parlavi, e tornare a casa a mangiare. Sai cosa facciamo? Prepariamo insieme la crostata di ricotta al cioccolato, il tuo dolce preferito. Ti va? Dai … andiamo …" e le sfiorò leggermente il braccio per condurla con sé.
A quel tocco, però, Giulia reagì con una violenza imprevedibile.
"Lasciami. Non mi toccare. Il libro. Devo leggere. Lasciami" e, nel divincolarsi, buttò in terra una lampada da tavolo ed altri oggetti che si trovavano sulla libreria. Quindi prese il libro e lo aprì sulla quarta poesia annotata, Annegare non è così penoso.
Lesse a voce alta. Il commento giunse ad entrambi come un grido violento nel cuore:
Nel secondo giorno che il Signore ha visto il sole, infradiciato dell'esangue folla disperata, s'inoltra fin dove il cammino dovrebbe prevalere e torna indietro senza speranza. Il mare. E l'eternità s'impone ottusa, come un'avversità.
Questa volta Giulia urlò con quanto fiato avesse in corpo ed agitò le braccia come a scansare qualcuno.
"Via, via; andate via. Non posso farci niente. Niente. Via" ed esplose a piangere.
Mario era accanto a lei, attonito, impietrito. Non fece nulla per aiutarla, poiché anche lui era stato sopraffatto dal dolore che arrivava dalle profondità di quelle parole. Non ne comprese il senso, ma sentì quasi la morte afferrarlo, stringerlo in gola. Molte morti, in verità. Finalmente quelle voci si attenuarono, restarono urla indistinte in sottofondo; infine più niente.
Giulia e Mario si abbracciano.
"Co-cosa è stato?" le chiese.
"Il libro" rispose laconica.
"E' come se il dolore di mille anime fosse passato attraverso il mio corpo …"
"Forse l'ha fatto. Credo di sapere a cosa si riferisca"
"A cosa?"
"Lo tsunami, quello del dicembre 2005. I segnali coincidono"
"Segnali?" chiese, totalmente soggiogato ed instupidito dal bagno di notizie fantascientifiche che stavano invadendo la sua vita, contro ogni barlume di logica che, fino ad allora, l'aveva intessuta.
"Sì. Il secondo giorno che il Signore ha visto il sole è il 26 dicembre. Il mare s'inoltra dove il cammino dovrebbe prevalere, ossia sulla terra, e torna indietro senza lasciare speranza".
"D'accordo. I segnali sembrano coincidere, ma perché non appare l'anno? Che razza di premonizione è quella che non puoi capire se non quando è avvenuta?"
"Se è per questo non è solo l'anno che manca. Una delle annotazioni è talmente criptica che non ho saputo capirla"
"Quale?"
Gli lesse l'annotazione sotto L'acqua fa molti letti e Mario non riuscì a trattenere un conato di vomito. Sputò più volte sul pavimento, come se dovesse liberarsi di un qualche ingombrante carico stomachevole. Finalmente si sentì meglio e spiegò a Giulia di aver avuto la sensazione che la gola gli si fosse riempita di fango: sentiva il sapore amaro di muffa pervadergli il corpo e non riusciva a respirare.
"Esatto: il fango!" esclamò Giulia. "Anche io, dopo averla letta, ho avuto incubi in cui camminavo nel fango. A cosa ti fa pensare?"
"Un'eco lontana che corre e copre ogni ricordo di vita e che lascia luoghi dove non sorge l'alba?Forse un'inondazione, una marea di fango che sommerge le persone … come … come nel Vajont. Ricordi?"
"Quando accadde?"
"Non lo so"
"Aspetta …" e Giulia accese il computer. Il tempo di collegarsi in rete e trovò la data della tragedia del Vajont: 9 ottobre 1963. "Ma certo! Ventiquattro giorni prima del giorno dei morti, ossia il nove ottobre. E' il Vajont!"
"Tutto questo non ha senso, te ne rendi conto? Queste annotazioni sono state scritte nel 1959. E' una follia credere che si riferiscano ad eventi successivi"
"Sicuro! E' una follia. Ma non lo è, forse, anche avere lo stimolo di vomitare del fango che non hai nello stomaco?"
"Già … Ma se si tratta di premonizioni, lo ripeto: che senso ha non avere gli anni di riferimento? Immagino che, se ti arriva una premonizione, è perché ti viene offerta l'occasione di evitare quell'episodio, no?"
"Non è detto …. Forse non si tratta di premonizioni, ma di vere e proprie profezie; di eventi che non possono essere cambiati, ma solo accettati …"
"E' atroce! Quella donna doveva farsi carico di tutto quel dolore senza poter cambiare gli eventi?"
"Forse c'era un disegno, in tutto ciò. Forse il percorso delle prime profezie doveva essere tracciato per giungere con maggiore forza all'ultima, quella più dolorosa, come la descrive lei nel frontespizio. Forse la quinta profezia contiene anche un anno di riferimento, un indizio utile ad impedire l'evento. E, forse, l'evento non si è ancora verificato: ecco perché il libro è tornato a parlare attraverso di noi …"
"Non ci resta che andare avanti per scoprirlo"
Mario non sapeva più a cosa credere, ma gli risultava chiaro, e con immenso sollievo, che Giulia non era schizofrenica e le lasciò, dunque, sfogliare il libro fino a trovare quell'ultima annotazione, redatta sotto Il vuoto di lunghi anni di distanza:
Trecentosessantacinque volte il dodicesimo rintocco ne avrà segnato la fine ed in cinquant'anni si leverà la cenere del mondo. Anche tu, mia piccola. Insopportabile tormento. Tu, tra le mie mani, nutrita e mai fiorita. Muri di cemento nascondono filamenti. Organismi violenti e devastanti, arderanno di nuovo ed intenderanno.
"Avevamo ragione!" esclamò Giulia prima di piegarsi in due per una dolorosissima fitta al centro dello stomaco. "Qui c'è l'anno" aggiunse, ma un accesso di tosse accese un fuoco nel suo torace e la costrinse ad alzarsi, dirigendosi barcollante verso il bagno.
Urla lancinanti le esplosero dentro e deflagrò in lei l'atroce sensazione che la sua temperatura corporea stesse salendo vertiginosamente. Mario non ebbe nemmeno la forza di replicare: sentì la testa leggera, come se la pressione sanguigna, in lui, non esistesse più. La stanza gli girò vorticosamente intorno e diventò progressivamente nera; al dolore della morte degli altri si aggiunse quello per la propria. Era insopportabile. Cercò di riprendersi; con tutte le sue forze tentò di uscire da quello stato di prostrazione atroce. Allungò una mano verso il vassoio del tè, ancora sul tavolino da prima che Giulia avesse l'incidente, ed afferrò la zuccheriera; quindi si versò dello zucchero in bocca, attese qualche istante e si alzò per avvicinarsi a Giulia, che, nel frattempo, si era incurvata sotto quei violenti attacchi di tosse che non accennavano a diminuire. Ben presto anche Mario cominciò a tossire, quasi da togliere il respiro, ma si fece ugualmente forza per raggiungerla; tuttavia non fece in tempo ad allungare le braccia verso di lei che la vide accasciarsi al suolo.
Il tempo sembrò fermarsi nell'immobile impotenza che lo aggredì. Non capiva; non sapeva cosa stesse accadendo loro e perché; non riusciva a trovare una razionale via d'uscita da quell'inferno.
Tentò di rianimarla, ma non ne fu in grado. Chiamò, dunque, un'ambulanza.
Giunti all'ospedale, i medici, per senza riuscire a fare una diagnosi se non del tutto incerta, ricoverarono Giulia in terapia intensiva. Al momento, lo definirono un coma post-traumatico originato dalla commozione cerebrale di qualche giorno prima. Mario, però, sapeva che così non era; sapeva che non si trattava della conseguenza dell'incidente. No. Per quanto assurdo fosse, per quanto inaccettabile alla sua mente di razionale, dovette riconoscere che Giulia era in coma perché, questa volta, il dolore che aveva percepito leggendo quel componimento era stato troppo violento, esattamente come era successo ad Elisabetta prima di lei. Aver vissuto tutte le altre morti attraverso le prime quattro profezie non era stato sufficiente a nessuna delle due per affrontare quell'ultima tragedia, la tragedia da evitare. Si rese conto con lucida drammaticità che avrebbe dovuto venire a capo dell'enigma da solo, a quel punto; che avrebbe dovuto capire quell'ultima profezia, evitare la catastrofe imminente, se avesse voluto riavere Giulia. E la voleva; decisamente capì che la voleva indietro, voleva che tornasse alla vita.
Tornò a casa di lei e consultò i suoi appunti. Quindi decise che avrebbe letto tutte le cinque profezie, non certo immemore di quanto accaduto anche a lui, ma sicuramente convinto che ne valesse la pena. Si trattava di Giulia: avrebbe fatto qualunque cosa, per lei. Provò angoscia; arrivò alle lacrime; cercò di allontanare quelle voci con la musica, con l'alcol, con i farmaci, con il fumo. Pur allo stremo riuscì a resistere, a mantenere la lucidità, o, quanto meno, quel che riteneva essere tale. Chi poteva ormai dire di cosa si trattasse?
La voce di una bambina si levò dietro le sue spalle.
"Dov'è la mia mamma?"
Il terrore gli corse lungo il corpo come un enorme cortocircuito, dove a scariche di corrente e brividi, replicava un'assoluta immobilità. La sua testa si rifiutò di girarsi, dunque, verso la fonte di quelle parole, ma la voce, più vicina di prima, pose di nuovo la sua angosciante richiesta, quasi sfiorando le sue orecchie. Lo scatto, questa volta, fu repentino: Mario si voltò, al contempo alzandosi ed allontanandosi di lì: si trattava di una bambina; aveva i capelli raccolti in una lunga coda di cavallo ed indossava una camicia da notte bianca, sebbene chiazze di fango la ricoprissero interamente. Piangeva.
"La mia mamma, signore. Lei sa dov'è? Non trovo nessuno …"
Stava per interagire con un fantasma? Non se lo chiese neppure. Decise di procedere a piccoli passi: quella bambina era lì, gli stava parlando, le avrebbe risposto. Tutto qui.
"Come ti chiami, piccola?"
"Lilli"
"Lilli, tesoro, ricordi l'ultima volta che hai visto la mamma?"
"Ero a letto. Mamma mi aveva letto la favola della Marmotta Ghiotta"
"E poi?"
"Non lo so" il pianto le invase nuovamente gli occhi.
Mario avrebbe voluto avvicinarsi a lei, abbracciarla, dirle che l'avrebbe aiutata a ritrovare sua madre, ma non si sentì pronto ad accarezzare quel volto pallido e fragile, che, sin da lì, sentiva freddo come il marmo.
La bimba lo guardava con grandi occhi terrorizzati, poi, come se un invisibile pugno l'avesse colpita al centro dello stomaco, incurvò leggermente le spalle e, continuando a guardarlo, prese a vomitare fango, una quantità indicibile di fango che fuoriusciva da lei come una colata lavica e si riversava sul suo corpo, sui suoi piedi scalzi, sul pavimento.
"Aiutami, ti prego" gli disse, pescando le parole direttamente dall'acqua e dalla terra che le riempivano la bocca.
"Come?" chiese Mario, aggredito da un senso di totale impotenza.
"Voglio la mamma"
"Tesoro, io credo che tu debba … come dire? … passare oltre" e si meravigliò non poco d'aver pronunciato quelle parole, le stesse che ripeteva sempre la protagonista di una serie televisiva che piaceva tanto a Giulia e che lui, al contrario, trovava assurda e sciocca: dotata del potere di parlare con le anime dei trapassati, la protagonista, tale Melissa Gordon, li aiutava ad andare verso la destinazione finale, consigliando loro, per l'appunto, di "passare oltre".
La bambina lo guardò con aria interrogativa. Mario pensò che, pronunciando quelle parole, si fosse reso abbastanza ridicolo con quel fantasma e desiderò di tornare indietro nel tempo per non pronunciarle. La successiva reazione di Lilli, tuttavia, lo fece ricredere e cominciò a capire cosa Giulia trovasse affascinante in quella fiction: aveva un fondo di verità che persone come lei sapevano vedere.
"La luce?"
"Sì, la luce … credo"
"La vedo, è laggiù" ed indicò un punto imprecisato verso la scrivania. "La mia mamma è lì dentro?"
"Credo di sì, piccola, ma ad essere sincero non ne sono del tutto …"
"La vedo!" esclamò il fantasma. "E' la mamma!"
Mario si girò verso la scrivania, ma non vide né luci, né altri fantasmi, restandone, suo malgrado sollevato.
"Bene, credo che tu debba andare, ora …"
"Sì …" rispose la bambina, che ormai non vomitava più ed, anzi, aveva recuperato un sorriso meraviglioso. "Ma prima … devo dirti una cosa …"
"Dimmi" replicò titubante Mario che avrebbe rinunciato volentieri a qualunque argomento in comune con un fantasma.
"Noi eravamo in casa, ora ricordo. Un grande mare di fango ci sommerse"
"Sì, l'avevo intuito. Accadde quando si ruppe la diga del Vajont, giusto?"
"Sì"
"Ma ormai è successo, cosa posso fare per te?"
"Io e la mamma eravamo insieme e siamo morte insieme; ma c'è la figlia di una donna che, invece, non deve morire. Salvala e salverai te stesso e colei che ami!"
"Chi?"
"Salvala" e, questa volta, la voce che si levò dalla fanciulla non era affatto una voce piacevole, suonando, piuttosto, come l'eco di un coro di voci indistinte, baritonali, imperative.
Quindi l'esile figurina scomparve per riapparire a pochi centimetri da lui, che, nel frattempo, si era seduto, o, meglio, si era lasciato cadere sulla poltrona; accostò il suo volto a quello di Mario, trasmettendogli un diffuso terrore, e, con la stessa voce oscura, ripeté: "Salvala".
Il cuore cominciò a battergli violentemente in gola; chiuse gli occhi per un istante e quando li riaprì vide la bambina che camminava verso la scrivania. Si girò per un ultimo saluto e quindi scomparve nel nulla.
Aveva le mani gelate ed il corpo intorpidito dal terrore.
Di nuovo ingurgitò dello zucchero e cercò di riordinare le idee.
Doveva impedire la morte della figlia di qualcuno. Che follia!
Inizialmente pensò che le pagine di quel libro fossero intrise d'una qualche sostanza allucinogena capace di intossicare l'organismo per osmosi, al solo toccarle; ma, nonostante la sua fame di spiegazioni razionali, era una teoria che non reggeva. Difficile che potesse esistere una simile sostanza e, poi, la prima volta che provò il malessere, era con Giulia e lui non le aveva toccate quelle pagine.
Improvvisamente, un'intuizione: quale dolore può portare al completo annientamento, addirittura al suicidio? Ogni profezia riguardava la morte di qualcuno, dunque anche quest'ultima profezia doveva riguardare una morte, solo che doveva essere una morte particolarmente inaccettabile per quell'Elisabetta. Ed inaccettabile, gli venne in mente sulla scorta delle parole del fantasma, è solo la morte propria e, prima ancora, quella di un figlio, soprattutto se unita alla morte di moltissime altre persone. Sentì di essere sulla strada giusta; era un ragionamento, quello, che gli suonava bene, e che spiegava, peraltro, anche il coma di Giulia ed il suo stesso intenso malore: attraverso l'acquisto del libro Giulia, che, pur inconsapevolmente, era predisposta a contatti extrasensoriali, aveva instaurato una sorta di legame con Elisabetta -ormai non si meravigliava più di pensarle, certe cose!-, vivendo, quindi, molto intensamente ciò che quest'ultima aveva vissuto prima di lei; quanto al malessere che lui stesso aveva provato ed al dialogo con la piccola Lilli, lo attribuì ad una condivisione empatica originata dall'affetto che provava per Giulia e dall'istinto forte, fortissimo di salvarle la vita. Attraverso di lei, avrebbe ricevuto la chiave per entrare in quelle profezie, riuscendo infine a sentire e vedere la morte di tutte quelle persone, compresa la propria.
Doveva trattarsi della figlia di Elisabetta. Non aveva più alcun dubbio. La figlia di Elisabetta che sarebbe morta, probabilmente con molte altre persone, compresi lui e Giulia, entro il dodicesimo rintocco del trecentosessantacinquesimo giorno di lì a cinquant'anni rispetto al momento in cui Elisabetta scrisse.
Si trattava del 31 dicembre 2009. Guardò il calendario sulla scrivania: mancavano due giorni.
Passò la notte in internet e scoprì che la figlia di Elisabetta era tale Giovanna Baldinelli, docente di virologia all'università di Roma e da anni intenta a studiare la molecola antivirale del nuovo ceppo peruviano della tubercolosi farmaco-resistente.
Deciso a far luce sulla questione ed impedire ove possibile, il deflagrare di una qualche tragedia, si recò, il giorno seguente, all'università e tentò di avvicinare la professoressa Baldinelli, ma l'istituto era chiuso. Uno dei custodi gli disse che era molto probabile che la professoressa fosse in laboratorio, perché lavorava spesso anche nei giorni festivi, ma che non c'era modo di accedervi, poiché solo lei aveva la chiave. Se voleva parlarle, poteva provare ad incontrarla l'indomani, nel pomeriggio, quando sarebbe sicuramente uscita di lì per portare alcuni campioni biologici presso un altro laboratorio; ne era certo, perché aveva ricevuto l'ordine di far passare i tecnici della FarmaLab. Se non fosse stato così fortunato da incontrarla in quell'occasione, avrebbe comunque potuto trovarla dopo le vacanze in istituto, al terzo piano.
Mario, purtroppo, non aveva tutto quel tempo. Il dopo vacanze, stando alla profezia, era una chimera per gran parte della popolazione.
Fu così che, salutato il custode con tutta la rassegnazione che il suo volto riuscisse a palesare, girò l'angolo e sgattaiolò nella facoltà da una finestra situata al piano terreno, procedendo nei corridoi bui e deserti dell'istituto di malattie infettive. Finalmente trovò la porta del laboratorio e chiamò a gran voce la Baldinelli, la quale, molto seccata per l'interruzione e non poco spaventata, gli chiese chi fosse e cercò di liquidarlo con ferma gentilezza, dicendogli che stava terminando alcuni esperimenti estremamente delicati e non voleva essere in alcun modo disturbata.
Mario le chiese di ascoltarlo: aveva bisogno del suo aiuto per cercare di capire un messaggio criptico che la riguardava e che avrebbe potuto essere connesso ad una inenarrabile disgrazia. Scelta di parole sbagliata. Decisamente. La virologa lo scambiò per uno di quei soggetti truffaldini che si spacciano per chiromanti, medium o Dio sa cosa e che girano a vendere rimedi contro la sfortuna; lo cacciò via a male parole:
"Senta non credo nelle iettature o cose del genere, per cui si tenga la sua disgrazia e vada via prima che chiami la vigilanza"
"Non ha capito, signora. Non sono un venditore di rimedi miracolosi contro la sfortuna, sono un avvocato" e, nonostante il momento tragico che stava vivendo, sorrise, dentro di sé, al pensiero che quest'ultima asserzione, fatta per tranquillizzare, nella mente di molti avrebbe potuto suonare persino peggiore della precedente. "Io credo che a lei sia legata una qualche azione che possa mettere in pericolo la sua vita e quella di molte altre persone"
"Ne dubito" rispose seccata la Baldinelli. "Sono una ricercatrice e sto approntando un importante vaccino. Alle mie azioni può essere legata la salvezza di molti, tutt'al più, non certo una tragedia. Di solito i virus uccidono ed i medici come me curano"
Qualcosa in quell'affermazione accese in Mario una luce d'allarme: i virus uccidono, i virus uccidono …
"Ma certo! Come ho fatto a non pensarci prima: il virus. Il virus che sta studiando è probabile che le sfugga dal controllo. Ecco cosa dobbiamo impedire che accada"
La pazienza della Baldinelli era giunta al limite. Abbandonata la tesi del chiromante, cominciò a pensare che fosse stato inviato da qualche organizzazione contraria alla sperimentazione scientifica o da qualche casa farmaceutica concorrente a quella per cui lei svolgeva le ricerche. Da uno scambio di battute aspre si passò ad un vero e proprio alterco. Gli chiuse la porta in faccia, raggiunse il telefono e chiamò la sicurezza. Al di là della porta Mario riuscì a sentire la telefonata e scappò prima dell'arrivo degli agenti.
Sulla via di ritorno si sentì stanco come se avesse corso i cento metri senza allenamento. Il peso del fallimento gli gravava sulle spalle senza tregua. Si recò, quindi, in ospedale a trovare Giulia: nessuna nuova sul suo stato di salute. Il medico di turno gli disse che, se avesse continuato così, avrebbe dovuto portarla a Firenze, dove c'era un centro specializzato per stati comatosi reversibili.
Firenze … pensò Mario con malinconia. Per lui e per Giulia v'era stata ben altra occasione di stare insieme in quell'incantevole città, di perdersi nei vicoli medievali, passeggiando dolcemente e seguendo le strade nel loro lento dipanarsi casuale sotto i loro piedi: Santa Croce, il Duomo, Ponte Vecchio … Già, Ponte Vecchio. Come se gli itinerari pucciniani avessero disegnato il tracciato della loro storia, dei loro movimenti insieme, gli sembrò di sentire il soave canto di un soprano nel quale riconobbe l'innamorata Lauretta che, minacciando di gettarsi in Arno, implorava il padre di rendere possibile il suo matrimonio con Rinuccio. Era l'aria più romantica che fosse mai stata scritta, dicevano sempre, e con il suo romanticismo riempì la Firenze dei suoi ricordi. Le lacrime gli scesero prima che potesse accorgersi di piangere. Le sentì scivolare sulle guance. Si affrettò ad asciugarle, si scusò con il medico e si congedò frettolosamente per raggiungere Giulia.
"Ti salverò" le sussurrò all'orecchio. "Giurò, tesoro, ti salverò"
Trascorse la notte con lei e, nonostante il coma, le raccontò della poesia, della bambina fantasma, del suo tentativo con la figlia di Elisabetta, confessandosi disperato. Sentiva di non avere più risorse e, colto da un torpore che assomigliava più ad un desiderio di oblio che al sonno, si assopì con la testa poggiata sul letto, accanto alle sue mani, ed il corpo afflosciato sopra una delle tipiche, scomodissime sedie di metallo degli ospedali. Le prime luci dell'alba, tuttavia, lo trovarono già sveglio e preda di sensazioni assolutamente contrastanti, benché vive e ricche di rinnovata speranza: come se Giulia, durante il suo breve sonno inquieto, gli avesse parlato, capì che gli restava ancora una possibilità.
Poco dopo, atteso l'iniziare della mattina, la mattina del 31 dicembre, e salutata Giulia con una promessa, quella di tornare presto, cui, forse, non credeva più di tanto, essendo ormai disposto a farsi persino arrestare pur di fermare la Baldinelli, si recò a casa di Giulia, prese il libro di poesie e tornò all'università. Nuovamente si intrufolò di nascosto nei corridoi della facoltà e raggiunse il laboratorio. Bussò alla porta: nessuna risposta. Chiamò la professoressa, dapprima piano, poi con voce sempre più sostenuta. La porta si aprì ed il volto furente della Baldinelli gli si parò dinnanzi con fare minaccioso. Teneva un cordless in mano e stava per digitare il numero della sicurezza quando Mario le mostrò il libro, o, meglio, il frontespizio del libro con la firma di sua madre ed ella si bloccò. Le salirono lacrime impertinenti agli occhi; cercò di combatterle. Le tornarono in mente i giorni immediatamente seguenti alla sua scomparsa, quando girava per la casa cercandola ovunque e chiamandola disperatamente.
"Ecco cosa volevo dirle ieri. Solo che … non avevo la calma necessaria ad esprimermi con chiarezza"
"Chi le ha dato questo libro?"
"E' una lunga storia. La prego, mi faccia entrare e le racconterò tutto"
Pur titubante, Giovanna lo fece accomodare nel laboratorio e richiuse la porta. Era a dir poco sconcertata e voleva davvero sentire quella storia, una storia che, a quanto pareva, aveva a che fare con sua madre. Si sedettero sul divano accanto allo schedario, quello su cui, solitamente, venivano ammucchiati camici, borse, fascicoli e chiavi. Tenne il cordless in mano, pronta ad usarlo, ma abbozzò un sorriso all'indirizzo di Mario e gli offrì tutta la sua disponibilità ad ascoltarlo.
"Riconosce questo libro?" le chiese, ormai speranzoso di riuscire a scongiurare la tragedia imminente grazie alla buona disponibilità di Giovanna.
La donna annuì, ancora troppo commossa per emettere suono. Poi, ripreso il controllo della propria voce, si spiegò meglio e gli narrò d'averlo avuto con sé fino ai quattordici anni pur senza avere il coraggio di aprirlo mai, visto che conteneva le ultime parole della madre; poi il padre, avendo notato che Giovanna lo portava ogni sera a letto con sé e temendo che il libro potesse "contagiare" anche lei, dal momento che tra le sue pagine riteneva fosse racchiuso il segreto della fulminante malattia mentale della moglie, l'aveva dato via.
"Non so certo quanti giri abbia potuto fare prima di oggi, ma so che qualche giorno fa è arrivato nelle mani di una mia amica" e, così dicendo, cercò, nel modo più razionale possibile, di raccontarle dell'acquisto del libro in un mercato dell'antiquariato; della connessione esoterica tra Giulia e sua madre; di come, attraverso le annotazioni di sua madre, lui stesso avesse percepito il dolore della morte; di come lui e Giulia fossero riusciti a comprendere le quattro profezie relative agli eventi che si erano già verificati, e di come avesse faticosamente decodificato quella che si sarebbe dovuta consumare di lì a qualche ora e che lo aveva indotto a ritenere lei e la sua ricerca in grave pericolo.
"Ogni indizio mi ha condotto a lei, professoressa. E' altamente probabile che la quinta profezia abbia a che fare con la sua ricerca. So che lei è impegnata a cercare una cura per la tubercolosi farmaco-resistente e che oggi pomeriggio i campioni biologici su cui sta lavorando verranno trasferiti in un laboratorio della FarmaLab"
"Ma come fa a …"
"Non importa come, ma perché. Forse lo so perché è scritto che io debba fermarla"
"Lei è pazzo …"
"Cosa accadrebbe se il virus le sfuggisse, se contagiasse lei ed altre persone, se in qualche modo uscisse di qui, all'aria aperta?"
"E' assolutamente impossibile"
"Perché?"
"Perché il mio laboratorio è dotato di svariati sistemi di sicurezza affinché ciò non avvenga"
"E durante il trasporto?"
"Senta, i contenitori sono a prova di dispersione aerea ed il camion di cui mi avvarrò è tra i più sofisticati in tema di sicurezza. La FarmaLab è all'avanguardia nella ricerca e mi sta mettendo a disposizione i suoi strumenti proprio per facilitare la mia ricerca e per far sì che si giunga il prima possibile alla sintesi della molecola antivirale. Le garantisco, dunque, che non v'è pericolo alcuno"
"Le chiedo solo di darmi il beneficio del dubbio"
La Baldinelli, nonostante la presenza di quel libro la stesse inducendo a credere nell'impossibile, stentò ancora a dargli fiducia.
"Senta, io non so niente di queste profezie e di questo libro. So solo che è appartenuto a mia madre e che racchiude le sue ultime parole. Forse il fatto che la sua amica abbia comprato il libro, che voi siate giunti a me e che me l'abbiate riportato conta qualcosa, ma non so bene cosa. Per rispetto a tutta questa strana vicenda che mi ha restituito un così prezioso ricordo stringerò un patto con lei: controlleremo insieme tutte le attrezzature del laboratorio con le quali trasporterò il virus. Nient'altro. Trovato tutto regolare, come sono sicura che sia, lei andrà via e sparirà per sempre dalla mia vita"
Non era molto, ma era qualcosa e Mario acconsentì, sperando che gli venisse in mente un modo, uno qualunque, per prolungare la sua permanenza lì; per evitare che la Baldinelli commettesse un errore fatale, forse; per riuscire a fermare la catastrofe che sentiva ancora stranamente vicina, come se tutto ciò non avesse diminuito il rischio neppure un po'.
Fu così che passarono in rassegna le fiale, i vetrini, i microscopi, i tubi di gomma, le gabbie delle cavie; ogni minimo strumento e, naturalmente, la teca dove il virus sarebbe stato trasportato. Apparentemente tutto era regolare. Si sedettero nuovamente sul divano e Giovanna cercò di consolarlo:
"Suvvia, non sia così deluso. E' un bene che sia tutto a posto. Vuol dire che non ci sarà alcuna epidemia. Forse è stata solo una storia impossibile, ma così affascinante da sembrare vera e, forse, la sua amica si è suggestionata, trasmettendole analoga suggestione. Questo libro ne ha sempre creata. Anche mio padre ne è rimasto vittima: credeva che fosse un libro maledetto perché aveva portato mia madre alla follia. Ma io non lo credo: questo è solo un libro, mia madre si è uccisa perché depressa ed i suoi componimenti non sono profezie"
"Muri di cemento nascondono filamenti. Organismi violenti e devastanti, arderanno di nuovo ed intenderanno" recitò Mario, ripetendo a memoria la fine della quinta profezia. "Non le fa venire in mente nulla? Non le fa, forse, pensare ad un virus l'immagine del filamento nascosto che si rivela organismo violento e devastante? Ed anche il riferimento a lei mi sembra estremamente puntuale: Anche tu, mia piccola. Insopportabile tormento. Come può dire che sia solo suggestione? Sua madre non poteva certo sapere che lei sarebbe diventata una virologa, eppure lo scrisse cinquant'anni fa"
"Senta, capisco che è intrigante far parte di un mistero così fitto e pensare di risolverlo, ma, mi creda, non c'è nulla di misterioso, qui. Nessuna fuga del virus, nessuna tragedia imminente"
In quel momento un colpo di vento spalancò la finestra.
"E questo cosa sarebbe un effetto scenico?"
"No, avvocato. E' solo un colpo di vento"
"Già ... peccato che oggi non sia affatto una giornata ventosa"
Giovanna si alzò per andare a chiudere la finestra. Tuttavia, all'improvviso, sembrò che le gambe le si fossero congelate.
"Che c'è?" chiese Mario.
Nessuna risposta.
"Cosa accade?" insistette.
"Venga qui" fu la sola risposta che ottenne.
Si alzò, dunque, e la raggiunse accanto alla finestra.
"Sì?"
"Il vetro" suggerì Giovanna che sembrava non avere più molte parole nel suo bagaglio comunicativo.
"Quale vetro?"
"La finestra. Sul vetro. Il riflesso"
Mario vedeva solo una parte del laboratorio che si rifletteva sul vetro della finestra, nulla di più. Provò a guardare meglio e passò in rassegna i singoli oggetti che componevano quell'umbratile quadro: in lontananza il divano, lo schedario, un angolo della scrivania; più vicino il tavolo col microscopio, lo sgabello, le gabbie, una matita in terra; in primo piano l'angolo di un bancone con sopra una borsa di cuoio piena di documenti e la teca. Fu allora che capì cosa stesse guardando Giovanna. La rifrazione della luce non solo aveva trasformato il vetro della finestra in specchio, ma in una sorta di lente di ingrandimento, talché le immagini riflesse erano più grandi degli oggetti stessi. Ebbene, fu da lì che entrambi si avvidero di una piccola crepa nell'intersezione angolare della teca con la quale il virus sarebbe stato trasportato alla FarmaLab.
Si guardarono attoniti.
Se la finestra non si fosse spalancata tanto violentemente, in risposta ad un colpo di vento che non sembrava più spirare, non avrebbero mai visto quella crepa ed, all'atto del trasferimento presso la FarmaLab, il virus avrebbe infettato Giovanna, i tecnici chiamati a coadiuvarla, quindi il personale del laboratorio farmaceutico ed, a macchia d'olio, gran parte della popolazione, dando vita ad una nuova micidiale pestilenza.
Passato quel primo momento di panico e di immobile stupore, la Baldinelli telefonò alla casa farmaceutica e bloccò il trasporto del materiale di ricerca, rinviandolo di qualche giorno ed ordinando una teca nuova.
Uscirono insieme dall'edificio.
"E' il caso che cominci a pensare ai festeggiamenti per il nuovo anno. Ho trascorso troppo tempo in questo laboratorio"
L'aria era pungente e tutt'intorno si sentiva l'eco dei primi fuochi d'artificio, chiamati a salutare di lì a poco il nuovo anno.
"Già. I festeggiamenti …" ripeté Mario pensando a Giulia, mentre un velo di tristezza volò sul suo sguardo.
"Sono certa che si riprenderà. Abbiamo … avete risolto il mistero e scongiurato la tragedia. Ancora non oso pensare a cosa sarebbe accaduto se non ce ne fossimo accorti"
"E' finita"
"Sì, lo credo anche io"
Giovanna porse il libro a Mario, il quale, tuttavia, le disse di tenerlo:
"Sono sicuro che Giulia vorrebbe così: in fondo è l'addio di sua madre che le ha appena salvato la vita. L'ha salvata a tutti noi"
Giovanna ringraziò e prese il libro con sé, stringendolo al petto.
"Non posso credere che, in tutti questi anni, abbiamo creduto che si fosse suicidata per depressione. In realtà era sopraffatta dal dolore di tutte le morti che stava presagendo, alcune inevitabili e l'ultima …"
"Già … Sono certo che, finalmente, riposerà in pace e che i suoi componimenti non recheranno più alcun dolore a chi li leggerà"
"Probabile" rispose Giovanna, aprendo il libro in cerca delle glosse materne. "Non capisco … "
"Che succede?"
"Le sue poesie, le profezie … non ci sono più"
"Che cosa?" replicò Mario, attonito.
"Guardi lei stesso" e gli porse il libro.
Mario lo sfogliò più volte, avanti ed indietro. Niente. C'erano solo i versi della Dickinson ed in calce ad essi nulla più che parti di pagine bianche. Immediatamente Mario andò a vedere il frontespizio. C'erano ancora la luna, la civetta e la farfalla, ma le parole di Elisabetta erano cambiate:
Alla mia splendida bimba, affinché trovi in queste poesie la meraviglia e l'emozione che vi ho trovato io. Non essere triste per me, mia bambina, ma godi della vita in ogni istante perché avrai molto, moltissimo tempo per essere felice.
Un bacio.
Mamma
Giovanna esplose in un pianto che nessuno, al suo posto, avrebbe mai potuto evitare. Mario si commosse a sua volta.
Non restava più molto da dirsi. Si abbracciarono e si lasciarono, perdendosi in quell'ultimo giorno di un anno che per nessuno di loro sarebbe stato l'ultimo.
Esausto, stordito da quel vortice folle di accadimenti, si recò da Giulia, si sedette accanto a lei, le accarezzò dolcemente la testa e le prese la mano, raccontandole ogni cosa. Fu allora che sentì la mano di lei stringersi nella sua. Non era possibile, si disse, era solo un riflesso incondizionato o qualcosa del genere, ma come riprese a narrarle delle lacrime di Giovanna nel leggere il nuovo messaggio della madre, la mano si strinse ancora e gli apparecchi ai quali era collegata cominciarono ad emettere un sibilo intermittente molto più rapido del precedente.
Nella stanza accorsero due infermieri ed il neurologo, i quali gli intimarono perentoriamente di allontanarsi di lì che avrebbero dovuto intervenire d'urgenza.
Temette il peggio e le sue gambe si rifiutarono di obbedire.
"Ho detto fuori di qui!" gli urlò in faccia il medico.
Preparato al peggio, uscì non prima, però, di imporre loro il proprio urgente, dirompente interrogativo:
"Cosa sta succedendo? Sta morendo? Ditemi"
L'infermiera, una bella e delicata ragazza bionda, si girò, allora, verso di lui, gli sorrise e gli disse:
"No. Si sta svegliando. Ora, la prego, attenda fuori"
Quelle parole galleggiavano ancora nell'aria, nella sua aria, quando la porta della stanza si chiuse alle sue spalle ed iniziò una lunga attesa fatta di pensieri: pensò agli eventi che si erano arrotolati sotto di lui, portandolo lontano da se stesso e da tutto ciò in cui aveva creduto fino a quel momento, capisaldi razionali, nette scissioni tra il possibile e l'impossibile; pensò alla sua vita, ai suoi contrastanti sentimenti; pensò a Daniela, a Giulia, a cosa avrebbe fatto delle sue emozioni. Nulla era chiaro, in quel momento. Di certo amava Daniela, con la quale condivideva una rara e meravigliosa intimità, seppur saltuariamente contraddittoria e spinosa; anche Giulia, però, era del pari dentro di lui ed amava l'idea che fosse stato lui l'unico in grado di salvarle la vita: il loro legame era indissolubile e sarebbe rimasto tale, qualunque decisione avrebbe preso. L'amicizia è una forma d'amore? si chiese. E gli amori, quando diversamente vissuti, definiti si escludono a vicenda? Gli sembrò di non sapere più nulla di sé, di loro, del senso stesso dell'esistenza.
"Svanì per sempre il sogno mio d'amore. L'ora è fuggita e muoio disperato …" si sorprese a cantare con Cavaradossi, ma aveva scelto un'aria sbagliata: l'unica sua certezza, a quel punto, era che, alla fine di quel lungo cammino, non era più annidata la morte, ma la vita.
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