Libri & Dintorni di Raffaella Bonsignori


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La Sposa Balena

RACCONTI E POESIE > Racconti

La Sposa Balena, scritto nel 2008, è un breve viaggio onirico in una realtà inquietante dal sapore grottesco. Scrivendola immaginavo scenari di animazione che ben avrebbe realizzato Tim Burton, di cui sono una grande estimatrice.

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LA SPOSA BALENA


Il giorno che l'Uomo Dissennato, vide la Donna Gentile era un giorno di sole, un sole caldo e splendente di una mattina di aprile, ma, purtroppo, all'improvviso, gli sembrò che ci fosse la luna e che la notte stesse scendendo rapidamente.
Era molto tempo, ormai, che un buio irreale, foriero dei terrificanti lidi onirici nei quali aveva preso ad approdare ad ogni nuovo sonno, invadeva non solo le sue notti, ma, con sorprendente costanza, anche le sue giornate, consentendo alle immagini morbose dei suoi incubi di invadere la realtà quotidiana, squarciando il giorno ed oscurando la luce.
Tutto era cominciato per caso un infinito tempo prima.
Una sera, dopo una passeggiata solitaria era rientrato in casa con uno strano peso sul cuore. Non che avesse mai avuto una vera consapevolezza d'averne uno, di cuore. Ma quella sera il peso non poteva essere collocato altrove: lo aveva sentito nascere poco sotto la gola ed estendersi oltre quelli che, con un pizzico di narcisistico eufemismo, amava chiamare pettorali.
Sono troppo giovane per un infarto, si era detto. Ed aveva optato, quindi, per una sorta di malinconia sconosciuta, da esorcizzare con un'abbondante cena annaffiata da un paio di bicchieri di Brunello d'ottima annata. In effetti, da quel momento, nessuna malinconia sembrò più aggredirlo.
Fu così che la notte scese su di lui dolcemente, ma il Buio, quel Buio irreale e crudele che la notte a volte contiene, si animò in fretta, volgendo il suo sonno verso un incubo terrificante.
Quando si svegliò, ansimante e sudato, ricordò più la sensazione del terrore che vere e proprie immagini.
Allora ancora non poteva sapere che sarebbe arrivato il giorno in cui quelle immagini le avrebbe ricordate bene. Molto, molto bene.
La giornata trascorse nel lieve torpore quotidiano: non troppo lavoro, non troppa sedentarietà; non troppi amici, non troppa solitudine; non troppa allegria, non troppa tristezza. Tutto come sempre. Tutto come era d'abitudine nella sua vita.
E la notte tornò.
A volte c'è da riflettere su quanto siano frettolose le ore di una giornata!
Memore degli incubi della notte precedente, si addormentò con un vago senso di disagio che coprì il primo torpore. Con il sonno il disagio si trasformò in terrore. Era di nuovo imprigionato nel suo incubo, solo che, non sapeva come, ma ne era consapevole, a quel punto. Era come se non stesse sognando, ma fosse scivolato in una sorta di realtà parallela.
Improvvisamente, sentì di avere solo tre certezze: era nel bel mezzo di un incubo estremamente veritiero, l'incubo era lo stesso della notte prima e lui non sapeva come uscirne.
Si guardò attorno.
Era in una grande piazza. Poteva vedere il Palazzo di Giustizia sede della Corte di Cassazione, quindi doveva trattarsi di piazza Cavour, benché molti particolari sembravano non coincidere. Era stato così anche la notte prima, del resto. Nel suo incubo il senso della realtà era come distorto da elementi estranei ed innesti improbabili.
La città sembrava deserta e sentiva un freddo pungente montargli dentro. Pensò all'anima, inizialmente, ma, poi, si disse che il freddo doveva essergli entrato nelle ossa. Ecco, sì, le ossa: decisamente più verosimile e più collocabile nella topografia del suo corpo: l'anima non avrebbe davvero saputo dove cercarla.
I palazzi circostanti sembravano avvolti da un velo grigio e spento che assomigliava ad un sudario, avrebbe detto, benché l'immagine di una tenda polverosa gli sembrò senz'altro più accettabile. Forse una di quelle tende che pendevano, malconce ed informi, alle finestre del suo studio legale, memoria della tristezza che aleggiava in quei luoghi fatti di reati giustificati, di inevitabili ingiustizie difese in nome dei soldi e di frustrazioni professionali infinite.
Anche il cielo era spento: senza stelle e senza luna assomigliava ad un macigno nero che incombeva sul silenzio di una città sbagliata.
Prese a camminare lungo la via che conduceva al Tevere. Non avrebbe saputo spiegare perché, ma sentiva il fiume chiamarlo.
Ancora consapevole di sognare, si disse che era normale un pizzico di follia onirica ed assecondò, così, quella strana storia che gli si svolgeva tra le dita e nei passi insicuri che muoveva sull'asfalto. Nessun rumore, però. Nemmeno quello delle sue scarpe. Era come se aleggiasse.
Il fiume emanava uno sgradevole odore di pesce morto.
Gli capitò di pensare a quanto fosse assurdo quel sogno: odore di pesce, odore di risacca stagnante. Si trattava di un fiume, dopo tutto! Tuttavia quel che vide quando si affacciò dal ponte gli ricacciò i pensieri nello stomaco e lo stomaco se ne lamentò, sollecitandolo a buttare fuori da lui tutta quella assurda storia. Un conato acido gli salì allora in gola; poi un secondo conato, ravvicinato al terzo e la bocca gli si riempì di una sgradevole poltiglia. Vomitò quello che non aveva mangiato, vomitò parole non dette e pensieri mai pensati, vomitò quel sogno stesso che era nato dentro di lui e che ora non lo lasciava andare.
L'acqua del fiume era quasi interamente ricoperta di pesci morti e nel bel mezzo di quell'alveo infestato di marciume una gigantesca balena consumava il suo mefitico pasto.
Quando il suo vomito raggiunse l'acqua la balena si voltò e, con una voce che prese direttamente dalle proprie viscere imbrattate di lische e poltiglia di pesce digerita, gli disse:
"Tu ... cosa sei tu?"
"Io sono ... io"
rispose nel tentativo di autoaffermare la propria natura umana aggrappandosi ad un pronome. "Tu, piuttosto, tu cosa sei? Cosa ci fai in un fiume? Tornatene al mare e portati via tutti i tuoi pesci morti...Tu...Tu cosa sei, tu? Va via di qui! Non senti che fetore di pesce marcio che porti con te?"
La balena emise uno sbruffo d'acqua, vago ricordo di mare ed essenza maleolente di succhi gastrici e gli rispose calma:
"Io sto dove mi pare e tu mi hai appena vomitato addosso. Come ti permetti di dirmi di andare via. Vai via tu!"
"Non...non...non posso"
rispose, titubante, nell'ulteriore pessima consapevolezza di non riuscire a svegliarsi. "Questo è il mio sogno. Tu...non sei...vera. Tu...sei...un sogno" Affermò, quindi, perentoriamente, pensando di convincerla ad uscirne.
Ma la balena emise un altro sbruffo d'acqua e di mefitici odori e lo guardò in silenzio. Il tempo sembrò fermarsi in un lungo interminabile istante di attesa. Dopo di che gli parve che quell'enorme bocca stretta su denti che sembravano dolmen ingialliti in litigio tra loro si piegasse verso un sorriso.
"Un sogno..." ripeté la balena, disabituata a sentirsi definire così e pronta a credere al lato migliore di parole confuse piuttosto che al loro senso reale, confermato dallo specchio d'acqua che, al solo guardarlo, le avrebbe restituito la propria mostruosa immagine. "Un sogno; il TUO sogno. Sì, mi piace!"
"No..." disse, allora confuso, accorgendosi in un istante del terribile fraintendimento. "No, che hai capito? No...", ma ormai una strana forza lo attirava giù da quel ponte, verso quell'acqua orribile piena di pesci-cadaveri.
"Vieni" gli disse, allora, la balena con una voce che non sembrava più provenire dal suo grasso ventre, ed assomigliava quasi ad un cinguettio soffice, accattivante, sussurrato. "Vieni da me...mio sposo. Vieni verso il tuo sogno!"
L'acqua fredda del fiume lo avvolse; una pinna gigantesca lo spinse ancora più giù, sentì mancare il respiro, iniziò a bere, ad annegare e quella bocca enorme si aprì davanti a lui per mostrare una lingua ruvida e piena di residui masticati. L'ombra di quel bacio orrendo e soffocante lo svegliò.
La mattina trascorse pigramente nel tentativo di scrollarsi di dosso quell'odore di pesce che aveva ancora nelle narici.
Il sonno notturno tornò, tuttavia, portando con sé la sua sposa balena. E lo fece ogni notte, per tante notti. Trascorsero mesi tra incubi e veglie.
Ormai aveva perso il senso della realtà e gli incubi incominciarono ad affacciarsi anche nei suoi giorni, senza che il sonno lo dovesse prima catturare. La situazione si era fatta assolutamente ingestibile. Si trovava al bar a fare colazione, ad esempio, ed, improvvisamente, una strana oscurità si impadroniva dei luoghi. Quello era il segnale; il segnale che qualcosa di assolutamente sbagliato stava invadendo la sua realtà. Le persone, gli oggetti, ogni cosa intorno a lui si faceva opaca e polverosa e la vita prendeva a scorrere con una lentezza innaturale. Particolari impossibili, quindi, emergevano da quella fredda dimora onirica: un bicchiere che cadeva senza che l'acqua si versasse; una lampadina che esplodeva continuando a fare luce; il rumore di una porta che sbatteva ripetutamente senza che si muovesse …
Molte cose fuori posto, insomma. Decisamente troppe. Inquietanti.
Ebbene, quando accadeva, sentiva un richiamo irresistibile verso l'acqua del Tevere ed, ovunque si trovasse, prendeva a camminare in direzione del fiume. Era in studio con dei clienti? In tribunale a discutere un processo? A pranzo con un amico? Sempre la stessa cosa: piantava in asso chiunque e s'incamminava verso il Tevere. E mentre camminava pensava a cosa, a chi avrebbe trovato una volta giunto sul ponte e, pur non riuscendo a fermare i piedi si sforzava di uscire dall'incubo, facendo leva su ogni barlume di razionalità che ancora si trovasse in lui. Spesso ci riusciva; usciva da quella dimensione folle e tornava a vedere la luce; annaspando e lottando contro la forza invisibile che lo trascinava sempre un po' di più sul fondo melmoso di quella follia, riusciva a riemergere.
Gli sguardi della gente, a quel punto, erano tutti su di lui ed, ogni volta, abbassava la testa e cercava di non incrociarli, tornando frettolosamente da dove era venuto e rimuovendo i pensieri che lo trasportavano verso un imbarazzante insaputo: cosa aveva fatto? Cosa aveva detto? Perché lo stavano guardando? Era certo che pensassero, di lui, che era un dissennato. Forse era proprio quella la parola giusta per definirlo, ma, ad essere sinceri, chiunque lo guardasse andava ben oltre l'uscita di senno. Mentre viveva nel suo incubo, lo vedevano muoversi lentamente, ma con una gestualità che mimava una corsa affannosa; lo osservavano mentre schivava oggetti inesistenti e non ne vedeva di reali; lo sentivano parlare con una terribile voce tenebrosa, pronunciando frasi senza senso; uno strano fetore di pesce marcio, poi, sembrava salire dalla sua pelle!
La vita divenne, per lui, un gigantesco calderone di battaglie perse. Non possedeva più una normalità cui aggrapparsi: un continuo alternarsi di realtà ed irrealtà lo colpiva senza preavviso, costringendolo a parlare con esseri che solo lui vedeva, costringendolo a fare cose che solo lui capiva, costringendolo a camminare; camminare lontano da tutti, verso un finto mare, verso un ponte dal quale tuffarsi in un'acqua fetida.
Andava ancora a lavoro, ma assaporando un'aria di vacanza forzata. Ormai non gli davano più nessun caso da seguire; gli chiedevano solo ricerche di giurisprudenza. Era chiaro che non lo ritenessero più in grado di svolgere la professione. Il tempo libero aveva ormai preso il posto di ogni altro tempo. E, si sa, quando il tempo libero è troppo i pensieri vuoti si moltiplicano e si trasformano in incubi ricorrenti.
Un Uroboros dispettoso sembrava aver circondato la sua vita, spingendola verso un atroce loop.
Venne il momento in cui smise persino di mangiare e dimagrì a vista d'occhio, assomigliando sempre di più ad una lisca di pesce.
I casi della vita, eh?
Ormai non c'era giorno che, ovunque si trovasse, qualunque cosa facesse, la vita, così come noi la conosciamo, cessava di esistere, per lui, ed immagini sgraziate della sua altra dimensione s'impossessavano dei suoi occhi, vivendogli attorno. Voci estranee e sconosciute salivano nel suo corpo e nella sua testa da profondità inimmaginabili. Ed allora capiva. Capiva di essersi di nuovo perduto.
I suoi amici gli avevano consigliato di andare dallo psichiatra, ma aveva categoricamente rifiutato: non era pazzo. Lo sapeva bene. Ne era certo. Lui era sano.
Era il resto del mondo, piuttosto, ad impazzire ciclicamente; quella parte del mondo che entrava di soppiatto nella sua testa, con i suoi abitanti inclini alla follia che vi gettavano manciate di assurdità. Non erano incubi, i suoi, dunque, ma uno sfrontato attacco sferrato nei suoi confronti dal resto del mondo. Questo, infine, aveva capito. Di questo era ormai sicuro.
Ebbene, il giorno di cui vi sto narrando non erano trascorse molte ore dall'ultima volta che gli era accaduto di vivere il suo incubo. Si trovava nel bar sotto il suo studio a fare colazione quando la vetrina, senza essere stata colpita da nulla, esplose, immillando di schegge di vetro il pavimento. Istintivamente si scansò per non essere colpito dai vetri, ma, poi, alzò lo sguardo e vide che la vetrina era ancora al suo posto, tutta intera, e che al di là di essa un innaturale crepuscolo era sceso sulla città. Fu così che realizzò di essere finito di nuovo lì, in quell'infernale laggiù, luogo ostile, nel quale il tempo non lasciava spazio ad altro che ad insensate fughe disperate. E la sua voce si fece ancora una volta piena di fango, cupa, mostruosa, pesantemente rallentata, quasi una strana forza di gravità volesse a tutti i costi ricacciarla nelle profondità dalle quali faticosamente tentava di risalire.
Solitamente accoglieva quei momenti con rassegnazione, cercando di conservare le forze per svegliarsi quando la vicenda si fosse messa troppo male, ma quella mattina l'Uomo Dissennato pensò che l'incubo fosse giunto nel momento più sbagliato tra tutti i momenti sbagliati. Il suo insorgere, infatti, non gli avrebbe tolto solo il respiro della propria serenità, come sempre accadeva, ma gli avrebbe anche strappato dagli occhi una visione perfetta: bionda, delicata, eterea come un filo di grano dorato, la Donna Gentile sedeva di fronte a lui, nel bar, ed era la donna più bella che avesse mai visto. Era assurdo e crudele che dovesse cadere nella sua oscura dimensione ignota proprio in quel momento. Non voleva. Non era giusto essere costretto a smettere di guardarla. No davvero.
Fu così che la volontà di continuare a guardarla vinse l'insorgente scenario notturno ed il sole tornò a splendere sulla sua giornata.
Che non riuscisse a farlo; che non avesse la forza di reagire con tanta immediatezza al richiamo di quella strana notte diurna; che non sconfiggesse la fatale attrazione della sua mente verso quei luoghi malsani e malvagi; che non combattesse trionfalmente l'iniziale impulso di correre verso il fiume, era tanto di quel tempo da non ricordare quanto. Di solito prima di riuscire a fermarsi aveva fatto un bel po' di strada, percependo la vita allontanarsi da sé.
Strana la vita!
Aveva sempre pensato a se stesso come ad un uomo perfetto: non troppo alto, non troppo basso, non troppo magro, non troppo grasso, non troppo intelligente, non troppo stupido, non troppo bello, non troppo brutto, non troppo romantico, non troppo prosaico. Un grande sorriso, questo sì. Un'aria da cucciolone smarrito che piaceva tanto alle donne: le disarmava, le faceva sentire infermierine adoranti; adoranti e stupite, meravigliate, attonite, basite quando il cucciolone si trasformava in un polipo ormonale: sesso dolce, sesso intrigante, sesso fantasioso. Cosa potevano desiderare di più? Pensava l'Uomo Dissennato, non riuscendo a capire che le donne non amano il sesso se non è un'immagine di estasi stagliata sul cielo terso dell'amore.
La vita è strana, dicevo. E, così, concentrato com'era a mantenere salde quelle sue perfette equazioni di "non-troppo tendente al tutto", era scivolato in questa incomprensibile commistione di giorno e notte, di luce e buio, di bene e male, dove prese a muoversi distrattamente, tra le rovine delle sue mete avvocatesche, succhiando fili d'aria, come se due grosse branchie gli fossero spuntate dietro le orecchie.
Ironia della sorte.
La punizione di Abraxas, gli capitò di pensare una volta, ricacciando quell'idea nella pattumiera dei pensieri impensabili perché troppo difficili e dolorosi.
Quella mattina, dunque, in quel bar, senza altro impegno se non quello di fare colazione, prendere tempo, dimenticando per un po' il niente che, ormai, gli davano da fare a studio, e cercare di sopravvivere, riuscì a vincere il suo incubo sul nascere guardando gli occhi di una donna. Una donna così bella da togliere il fiato. Praticamente perfetta. Si alzò per andare a pagare: un paio di tacchi vertiginosi donavano alla sua figura ed alla sua camminata un che di ancora più sinuoso. Indossava un abito rosso. Il colore della passione: gli suonò come un invito.
In breve s'incamminò verso la fermata dell'autobus. La vide attraverso la vetrina mentre andava via. Non voleva perderla, di questo era certo, ma non riusciva a muoversi: le gambe sembravano quasi immobilizzate. Finalmente pagò il conto e corse fuori per raggiungerla. La vide accanto al cartello della fermata. Indugiò ad osservarla, avvicinandosi lentamente: aveva il volto di una bambina e la sensualità di una donna; aveva un sorriso disarmante e due occhi da cerbiatta; aveva mani dolci, candide e delicate, su cui …
Oddio! esclamò dentro di sé … su cui campeggiava un'enorme fede d'oro.
Il mondo sembrò crollargli addosso. Era sposata. Era la sposa di un altro. Un altro aveva il suo amore, il suo cuore, la sua anima, il suo sorriso, il suo corpo. No!
"No! No! No!" urlò a se stesso.
A quel grido lei si girò e posò gli occhi su di lui con un sorriso dolce che gli sembrò pieno di promesse, mentre era solo pieno di una dolcezza che una donna così bella non poteva non avere.
Le si avvicinò lentamente.
Lei strinse a sé la borsa e si ritrasse.
"Non voglio farti del male" le disse lui.
"Non l'ho mai creduto" rispose lei, davvero convinta che gli altri non potessero farle del male.
"Io...voglio...voglio te" riprese a dire l'Uomo Dissennato, sfoderando il suo sorriso migliore.
Lei lo guardò spaventata.
"Io...voglio...te...te" proseguì lui.
"Va bene, ho capito, ma sono io a non volere te" rispose la Donna Gentile, tra il serio ed il faceto, ancora convinta, forse, d'essere al centro di un qualche gigantesco scherzo, di quelli organizzati dalla TV. "E, poi, cos'è questo odore di pesce che hai addosso? E' nauseante!" e si scansò con più evidente convinzione.
In quel momento gli occhi dell'Uomo Dissennato si scurirono e lei vide la notte in loro.
Non riuscì a fuggire, tuttavia, perché lui si mosse così lentamente da non sembrare affatto pericoloso. Ma fu un errore. In breve fu accanto a lei, le strinse le mani intorno al collo, forte, sempre più forte e cominciò a strapparle la vita piano piano, ripetendo incessantemente, con una voce che sembrava provenire da una lontana caverna sommersa, dove una terra umida e marcescente veniva agitata da lenti gorgoglii di acqua,
"Io...voglio...te!"
La gente intorno a lui sembrava impazzita. Chi si aggrappava alle sue spalle per allontanarlo; chi lo prendeva a pugni, chi lo graffiava sul volto cereo.
Lui non li vedeva.
Lei annaspava in cerca di un filo d'aria.
Lui stringeva ancora di più.
Lei sembrava ormai abbandonata da ogni residua forza.
Era tra le sue braccia, però. Questo pensava lui. Era finalmente tra le sue braccia e non si trattava di una balena.
Poi un colpo violento lo colse sulle spalle. Allentò la presa. Un altro colpo e la lasciò andare.
La Donna Gentile cadde in terra, ma respirava ancora e fu immediatamente soccorsa dal poliziotto che aveva tentato di tramortire il suo aggressore. L'attenzione di tutti era su di lei e, così, l'Uomo Dissennato ne approfittò per allontanarsi. Imboccò la strada che portava al Tevere, ovviamente. Stava correndo. Non si trattava di quella camminata rallentata, fatta di lunghi e lenti balzi in avanti, attorno ad ostacoli invisibili. No. I suoi piedi, questa volta, correvano veloci. Troppo veloci per essere di nuovo nel suo incubo. Tuttavia egli non se ne avvide. E correva, correva, correva. Veloce come il vento volò fino al ponte, tra le ombre allungate di un nuovo crepuscolo che era appena cominciato, ma del quale egli non vide.
"Vieni..." gli disse la balena che lo aspettava nel fiume. "Vieni da me..."
La sua voce, ormai, era suadente e non c'erano più pesci morti che le galleggiassero intorno: li aveva mangiati tutti, ingoiati come brutti ricordi, come rifiuti pesanti da digerire, come angoli di solitudine e squarci di un passato da dimenticare … ma lui non lo pensò.
Si tuffò, invece.
La raggiunse ancora una volta.
Nuotò accanto a lei, toccando il suo viscido corpo nerastro in una sorta di carezza infernale.
La seguì docilmente quando si inabissò.
Allora sentì l'acqua penetrargli nelle narici, divaricargli la bocca, riempirgli i polmoni, infiltrarsi dietro le orbite oculari, spingendo via gli occhi. Si sentì scoppiare e, per un attimo, un solo fugace istante prima che l'acqua riempisse anche la sua mente, sentì che, forse, quello sarebbe stato il suo ultimo incubo.

"Roma - Vittorio Vinto, un uomo da tempo affetto da un grave esaurimento nervoso, dopo aver tentato di strangolare una donna ad una fermata dell'autobus si è gettato da un ponte, affogando nel Tevere"

Che strano pensò l'Uomo con il Giornale. Sembra il sogno che ho fatto qualche sera fa: un uomo che corre lungo via Vittoria Colonna e, giunto sul ponte, si getta nel fiume. Esattamente come questo tizio. Poveretto, che brutta fine! E pensare che si chiamava Vittorio, proprio come me. Bah! Valli a capire i sogni!


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