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ARTICOLI & PENSIERI > 1985-1995
L'EREDITA' DI SARTRE
(del 30.11.1988)
Sono passati vent’anni dalla infiammante e rivoluzionaria polemica politica di Jean Paul Sartre, che fu indiscusso protagonista, nel maggio del ’68, di due memorabili incontri: quello con gli operai della Renault di Boulogne Billancourt, che lo vide in piedi sopra un fusto di benzina -sicuramente meno esplosivo delle sue idee-, e quello che seguì, con gli agitati studenti universitari in un’aula occupata della Sorbona.
Ebbene, cosa rimane, oggi, di questo intellettuale assoluto, che non si limitò ad operare solo sul fronte del pensiero filosofico astratto, della critica, della saggistica, della drammaturgia, della narrativa, ma che seppe, soprattutto, scendere in piazza, accendendo gli animi di una folla che poteva, forse, rimanere insensibile ai suoi romanzi, meravigliosi e complessi, ma non alle sue idee?
Molto; praticamente tutto.
Egli incarnò i sentimenti e la coscienza di un’intera generazione per la quale valeva più avere torto che ragione, se la ragione doveva essere quella propria della borghesia; e, come tale, ha lasciato un’eredità cospicua nella storia del pensiero. Un’eredità lasciata all’intellettuale come all’operaio, fatta di grandi e piccole idee urlate o scritte, mascherate o dirette, giuste o sbagliate, idee tutte autentiche e coerenti, forti, anche quando manifestate in termini negativi attraverso il rifiuto, il più clamoroso dei quali fu quello del premio Nobel nel 1964. L’eredità di uno stalinista degli anni sessanta, dell’uomo della stretta di mano a Castro, ma anche del protagonista intimo e denudato di un sorprendente epistolario con Simone de Beauvoir, che è stata la sua compagna per la vita.
Nasce a Parigi nel 1905. A soli ventisei anni insegna filosofia in un liceo di Le Havre e, successivamente, a Parigi. Si dedica presto alla letteratura, trovando nella de Beauvoir un valido sostegno.
Nel 1938 pubblica La Nausea, il suo primo, vero successo. Facendo propria la struttura del diario, già di Svevo e di Berto, tra gli altri, egli sfrutta l’idea dell’eroe negativo in modo del tutto originale. Il suo Roquentin accoglie il lettore con le sue considerazioni amare e grotteche sulla vita perbenista di un paesino di provincia in cui è costretto a vivere per lavoro, conducendolo, lentamente, verso la demisitificazione totale dell’individuo, riconosciuto sempre e soltanto in quei valori, sociali od universali, incompresi, estranei ma accettati, che non lasciano spazio alla sua autodeterminazione, all’affermazione di un Io razionale che si sappia imporre autentico, operando le giuste scelte e costruendo la propria individualità, così come il proprio ruolo sociale.
Ne La Nausea è tutto lo smarrimento dell’uomo che “si sente di esistere”, ma la sua angoscia non arriva a precludere una via d’uscita: l’autodeterminazione è il riscatto. Solo quando l’uomo vivrà delle proprie scelte autentiche, quando non si limiterà a far proprie le scelte che qualcun altro prima di lui ha operato, riuscirà a sostituire alla nausea il desiderio di dare un senso alla vita, perché la vita non è altro che una grande, breve avventura che ha bisogno di un senso e ne ha bisogno prima della sua fine. Non si può tornare indietro: “penso che accetterei -anche se fossi stato in pericolo mortale, anche se avessi perduto una fortuna od un amico-, penso che accetterei di rivivere tutto, nelle medesime circostanze, dal principio alla fine. Ma un’avventura non si ricomincia, né si prolunga”.
Ed è alla luce di ciò che anche il suo comunismo appare non come una mera accettazione, bensì come espressione di critica, dialettica e trasformazione, crescita dell’idea e dell’ego.
Irriducibile nel suo ateismo, l’uomo di Sartre -arrivo a credere- non giunge a negare valore neppure alla cristianità, se muove in modo autentico e nient’affatto pedissequo i propri passi all’interno di un’ideologia che, come appunto per il suo comunismo, non si restringe più nell’ambito del dogma e del precetto. Egli trova nelle proprie mani, come il credente in Dio, l’unico mezzo di redenzione per la propria esistenza e quel che è ancora più sorprendente, anche per l’esistenza altrui: “l’uomo che si impegna e si rende conto ch’egli non è soltanto ciò che sceglie d’essere, ma anche un legislatore che sceglie insieme se stesso e l’umanità intera, non può sfuggire al sentimento della propria totale, profonda responsabilità”.
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