Libri & Dintorni di Raffaella Bonsignori


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L'Estate ed il senso dell'Amore

ARTICOLI & PENSIERI > IL CORRIERE DI ROMA (2008-2009)

L'ESTATE ED IL SENSO DELL'AMORE
(30.09.2009)


A volte capita che il più solerte spegnersi della luce pomeridiana verso il presagio di un buio che inargenta di luna le cime ispide di una montagna, le acque increspate del mare, o quelle placide di un lago, eco di un'estate che volge al termine, lasci dietro di sé una scia luminosa di nuove emozioni, girandole festose di sentimenti nati in un periodo vacanziero, sbalorditive ondate di attimi indimenticabili, ombre silenziose oltre ogni oblio, che corrono verso un ignoto destino di persistenza o di addio.
Vogliamo chiamarlo Amore? Perché no? Un nome come un altro, se ad esso non vogliamo attribuire gli eccessivi fasti che la tradizione vuole, bensì solo il turbamento, la dolce confusione, il palpitante desiderio, il pensiero insistente, l'attrazione. Tutte sensazioni che possono ben accompagnare anche un solo incontro, se particolarmente intenso. Dopo tutto, in certi magici contesti, giungano, essi, dall'atmosfera di un luogo o di un cuore, la dolce semenza d'un attimo lascia che spunti anzitempo un bocciolo pregno di tutte quelle dirompenti emozioni che, spesso, più lunghe relazioni centellinano qua e là, disseminate tra siepi di noia, di paure, di litigi, di tradimenti, di viltà. Ebbene, quell'improvvisa corrente di sensuali turbamenti che, senza apparente ragione, non di rado investe i pensieri, trapassando i corpi con ignota e mirabile intensità, fa di due sconosciuti, a volte di due amici, il simbolo di un qualcosa che ci si avvicina molto. Designati a stringere tra le braccia un destino che sfugge alla loro stessa comprensione, essi vanno ad abitare un infinitesimo mondo dorato e si lasciano pervadere dal crepuscolo di fuoco di fronte al quale si ergono, in silente contemplazione, con i loro avidi pensieri, le loro bocche affamate di parole e le loro mani distanti e pur vicine, ouverture, forse, d'un futuro gesto d'intimità. Chi non ha vissuto, almeno una volta, l'esaltante esperienza di guardare prima il tramonto e poi le stelle in compagnia di una persona speciale, perdendosi nel suo sguardo lusinghiero, orlato dalle lievi premesse di un tenero mistero?
Possiamo chiamarlo Amore o cercare, per esso, nuove parole, ma il senso non cambia. Che duri un'eternità, oppure un attimo, un giorno, una notte, il tempo dorato di una cena, di una sigaretta fumata sotto la luna, di un lungo raccontarsi, di un timido pensarsi, quando muove certi magnetismi, certe suggestioni ed alimenta i ricordi, le più intriganti malie, le seduzioni, credetemi, è così che si chiama ed è così che il nostro cuore lo ricorda, lo reclama, a se stesso lo impone:
"L'Amore dà un'impronta alla memoria" scrive la Dickinson, mia grande ispirazione.
A volte, dunque, l'estate serba, nei suoi profumi e nel suo calore, immagini d'una fanciulla gioia, di più intensi tramestii, poco importa se duraturi o fugaci. Ah, sapessi sciogliere con le parole il nodo di tali stupori predaci! Sì, li vergherei con raggi di sole sulle nuvole, sull'aria, sugli alberi, su ogni fiore. Invece temo di non saperli raccontare. Se mai ho saputo scrivere, infatti, ora che l'autunno s'appressa, col suo lesto imbrunire ovattato, disteso sopra i ricordi del più vicino passato, sembra venuta meno la mia vena descrittiva, mia sola capacità, e non mi resta che limitarmi a bandire ciò che non è quell'onda preziosa di sentimento e passionalità.
Non è la rapsodia impura di giorni che racchiudono una finzione, una sciocca imitazione di ciò che non si prova, il moto d'un cuore menzognero, o, forse, naufrago d'un altro Amore e, quindi, afflitto, affamato, stanco, derelitto, disperato, segnato dalla paura che il dardo di Cupido possa di nuovo colpire, come accade alla ninfa di Lemoyne, se per quella freccia rischia di tornare a soffrire. Nemico d'ogni sana solitudine, d'ogni riposo, d'ogni intima riflessione, s'incaglia sulla secca di un sentimento fasullo, affidando all'impostura il proprio lento sfiorire.
Non è la negazione di qualsiasi prorompente sensazione, di quello stare insieme che, a volte, si prolunga anche dopo essersi salutati ed in breve si rende interprete di un supplemento di dolci pensieri celati in un messaggio di buonanotte, in un bacio lanciato nell'etere da un cellulare, od in un fiore mattutino, in un piccolo dono, una timida espressione per farsi ricordare.
Non è l'insensatezza che nasce da quelle voci salmodianti -spesso femminili, lo riconosco a malincuore- intenzionate a condurre verso i fasti di una cattedrale qualunque Amore, anche quello piccolo, infinitesimale, un feto di poche settimane ancora beatamente immerso nella sua cenestesi prenatale. Voci di donne foriere di una promessa che in cuor mio ha l'aria d'una minaccia, d'una condanna, d'una punizione da libro dell'orrore, qualcosa come: "questa storia non deve morire". Che brivido, che terrore! Lo chiamo il "rituale del velo da sposa", una sorta di danza tribale propiziatoria praticata sin dalle prime settimane con metodica cura: sorrisi accomodanti; apparente distrazione; nessuna esplicita richiesta, se non poche briciole d'attenzione; e, subito dopo, telefonate somministrate come antibiotici mortali, ogni giorno, ad intervalli regolari, per, poi, giungere a sempre più ampi spazi della vita altrui da conquistare, con la strategia di guerriere-ragno concentrate a tessere insidiosi tramagli.
Tuttavia,
non è, del pari, il mero incontro di corpi assetati di orgasmi privi di ogni sentimento, di piaceri mutilati, di godimenti divelti dall'emozione e cercati senza impegno al di là della bellezza, della sensibilità, al di là del vero piacere, tra selve di "cosce-vulcani sotto il ghiaccio delle vesti" come scrive Majakovskij, di "messi di seni mature già per il raccolto". Qualche mio amico ne andrebbe fiero, a dire il vero; arduo il dissentire, qualora il sesso sia lo scudo per non soffrire, o per non imbattersi in quegli aracnidi minacciosi di cui parlavo, nelle velenose guerriere affamate di relazioni-mosca impigliate nelle loro tele. A volte l'erotismo fine a se stesso, senza vincoli, né doveri, non è detto che sia poi così malvagio, visto che, sicuramente, una relazione sbagliata rende la vita di gran lunga più indecente. Ma poi, pensando all'esplosione della mera seduzione, non posso non pensare anche al coniglio bollito di Attrazione Fatale. E, così, allontanando le premesse d'un tale errore, credo che, dopo tutto, è davvero da sciocchi sottrarsi all'Amore.
"Settembre tornerà, ma senza sole …" recita una vecchia canzone. Errore. Se abbiamo amato veramente, foss'anche per un solo momento, il sole resta dentro l'anima, ci avvolge, ci pervade, ci assedia ben oltre la fine del sentimento.
Come un contrabbasso che accompagni, lieve, una melodia, irrompendo in essa con subite intrusioni piene di suoni profondi, di intima armonia, accade, infatti, che l'estate porti seco un inconsueto gareggiare con se stessi verso le vette del sentire, del sorridere, dell'arrossire, del posare i pensieri su qualcuno, anche quando sia lontano.
Sì, l'estate, come in un sogno shakespeariano, a volte è teatro d'un frizzante balletto silvestre, di una delicata commedia sentimentale e poco importa quanto sia destinata a durare. E' vero: molti di questi Amori svaniscono, ma, a dirla tutta, non è la loro sopravvivenza che li rende speciali, bensì l'averli vissuti, recando con sé ricordi duraturi chiusi nel cuore:
"Allo stesso modo incantano, le parole d'amore, / quando l'albero del piacere è allo schianto: / un sorriso dolce cavano di languore, / tra l'oscurità del dolore e del pianto" scrive Keats.
Io non so esprimermi tanto soavemente, ma so che, qualunque sia il destino che l'autunno riservi al sogno romantico di un'estate, se l'emozione ha colorato il cielo che riflette l'anima, riempiendo l'aria in cui vivono le fantasie, allora non sarà trascorsa invano, quella stagione, e diverrà ricordo capace di riempire gli spazi infiniti che si allungano sulla sera poco prima di dormire, quando un cuscino si fa persona e nei suoi occhi si sceglie di sognare; sì, sarà ricordo capace di colmarci interamente così nei giorni di tensione, di solitudine, di malinconia, come in quelli di una nuova allegria, od, impudentemente, persino in quelli di lavoro, i più impegnativi, ruvidi, duri, faticosi, scabri, facendo esclamare a noi tutti, con Prévert,
"amo più le tue labbra che i miei libri"!


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