Libri & Dintorni di Raffaella Bonsignori


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Lo strano caso dell'uomo che non sapeva amare

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LO STRANO CASO DELL'UOMO CHE NON SAPEVA AMARE


Il nuovo thriller del suo autore preferito, due pacchi di tagliatelle all'uovo, una punta di tartufo, un cesto di funghi secchi, formaggi vari, miele d'acacia, un filetto di manzo, qualche spiedino di cinghiale, due bottiglie di ottimo vino, un grande vassoio di pasticcini ed il suo cognac: quel weekend al mare, il primo nella sua stagione preferita, ossia l'autunno che volge all'inverno, nasceva sotto auspici fantastici, pensò Roberto mentre chiudeva dietro di sé la porta di casa, una pesante porta di legno massello laccato, varco per quella che amava definire la sua "spelonca blu", blu come il colore del mare incorniciato dalle finestre, tutte affacciate sul punto più bello e solitario della baia, blu come le tende, il divano, i bicchieri poggiati sul mobile bar, le candele. Quella casa era il suo rifugio solitario e l'aveva arredata con la fantasia e la giocosità cromatica che amava di più. Sul dominio assoluto del blu, infatti, spiccavano anche vortici di pennellate fantasiose d'altri colori, come l'arancione delle poltroncine sistemate di fianco al camino, il giallo delle cornici di bambù, il bianco ed il verde della libreria a grandi riquadri e le diverse sfumature di viola dei cuscini che gli aveva regalato Sonia, la sua Sonia, o, meglio, la "non più sua" Sonia. Si erano lasciati da più di sei mesi e, nonostante fosse sicuro d'aver preso una delle decisioni migliori della sua vita, sebbene nel modo peggiore, il ricordo di lei gli mordeva ancora l'anima col dubbio d'aver perso una grande chance, quella di vivere un sentimento travolgente con una donna che in molti gli avrebbero invidiato. Non si soffermava mai troppo a rifletterci su, tuttavia. Del resto, ormai stava con Valentina ed era felice così, continuava a ripetersi, benché non fosse, certo, con lei, quel giorno. Nonostante, infatti, avesse acconsentito d'accompagnarla ad una cena di compleanno a casa di suoi amici, cosa che lo rendeva sempre un po' annoiato ed infastidito, con un colpo di coda da maestro era infine, riuscito a svincolarsi per abbracciare la sua amata solitudine, quel weekend: lontano da tutto e da tutti; in compagnia di se stesso. Sentiva di averne bisogno ed, ovviamente, gli sembrò ragione più che sufficiente per farlo.
Valentina, come prevedibile, aveva messo il muso, ma le sarebbe passata presto, ne era sicuro: non voleva certo che si stancasse di lei proprio ora che era convinta d'essere ad un passo dal matrimonio o, quanto meno, dalla convivenza e, magari, dalla comproprietà di una delle sue case. Roberto, ovviamente, aveva ben capito i suoi progetti e, pur non condividendoli affatto, evitava con cura di affrontare apertamente l'argomento: finché lei avesse continuato ad illudersi, avrebbe del pari continuato a sforzarsi di non assumere atteggiamenti aggressivi o recriminatori, mostrandosi sempre comprensiva ed accomodante. A volte celano un che di confortevole le eretiche fantasticherie femminili! amava ripetersi, come sempre indulgente fino in fondo verso se stesso ed il suo iceberg di solipsismo maschilista.
Il telefono squillò e gli sembrò un'offesa alla sua perfetta serenità.
"I rompiscatole non sono mai stanchi di comporre numeri telefonici" si disse, andando a staccare la spina. Il trillo cessò in un istante.
Di nuovo pace.
Posò la spesa in cucina, si tolse la giacca, una caldissima ed orrenda giacca di lana cotta che, solitamente, indossava con i suoi pantaloni preferiti, quelli di velluto un po' sformati, ed una calda, morbida camicia di vayella. Considerava un assoluto privilegio rifugiarsi nella sua casa al mare potendo indossare solo indumenti comodi a prescindere dai dettami della moda e dalla maschera di classe e raffinatezza che si costringeva ad indossare con gli altri, non riuscendo solitamente a farsi apprezzare per quello che era, ma solo per quel che appariva.
Aprì il vino, se ne versò un calice e si sedette sul divano, guardandosi attorno soddisfatto, come sempre gli accadeva, quasi quella casa fosse una tana, un guscio, una parte di sé. Passò in rassegna con gli occhi le lampade, i libri, le riviste, i dvd, lo stereo, i soprammobili, le candele. Le candele … non le aveva viste poc'anzi sull'altro mobile? Si girò a cercarle altrove, ovviamente non trovandole, e sorrise di sé e della propria stanchezza mentale: quel weekend di assoluto riposo si stava rivelando sempre più necessario, pensò.
Un brivido gli attraversò la schiena.
"Comincia a fare freddo. Meglio accendere il camino" si disse, incoraggiandosi a vincere la pigrizia col prospettarsi il calore e la bellezza che ne avrebbe ricavato. Aveva un effetto ipnotico, il fuoco, su di lui. Avrebbe potuto trascorrere ore ad osservare le fiamme danzare, dando vita a diverse figure, alcune leggiadre, altre terrificanti, tutte estremamente fugaci. Ancora non sapeva che, di lì a poco, avrebbe avuto occasione d'osservarlo da vicino, quel fuoco; molto, molto vicino.
Il calore avvolse presto la stanza; quanto al resto di casa i termosifoni erano al massimo. Non si poteva, certo, dire che facesse freddo. Tutt'altro. Eppure ancora un brivido lo attraversò, come se una nuvola di gelo lo seguisse, lo avvolgesse, lo schermasse dal calore della vita, gli accadde di pensare, rievocando le immagini descritte nei libri o nei film che parlano di fantasmi, presenze infestanti che inizialmente si manifestano con un abbassamento repentino della temperatura. Il pensiero lo fece sorridere, ma un altro brivido percorse il suo corpo, lungo la schiena, ed il sorriso si trasformò in una smorfia.
"Probabilmente sto incubando un raffreddore. Meglio prendere un'aspirina" si disse e si recò in bagno a frugare nel cassetto dei medicinali cercando, più che altro, il rimedio meno impegnativo ad un problema che non era assolutamente pronto a prendere in considerazione, figuriamoci a fronteggiare. Del resto con l'aspirina, nella sua vita, aveva superato molti brutti momenti: raffreddori, influenze, mal di testa, delusioni, ansie, tristezze. Un'aspirina ed a letto presto, ripeteva a se stesso, cercando di rievocare antichi affetti materni, gli unici che avessero lasciato un segno nel suo cuore essenzialmente arido ed ingeneroso, quanto meno con tutte le altre donne della sua vita.
Si infilò nuovamente la giacca e, deciso a non lasciare che qualche brivido rovinasse quella sua tranquilla giornata aperta ad ogni piacevole pensiero, si sedette sul divano, allungò le gambe sul tavolino ed accese uno dei suoi sigari, aspirando una boccata di fumo con estrema voluttà. L'aria s'impregnò subito d'un profumo dolce ed intenso.
Le note di Stairway to Heaven inondarono la stanza di ricordi. Aveva collegato allo stereo il proprio MP3, in egual misura pieno di compilation di musica classica ed operistica e di canzoni degli anni settanta, i tempi della sua incoscienza, della sua spensieratezza, delle certezze assolute, della conoscenza del mondo, della gente, della vita. Il pensiero volò verso improvvise lontananze: un insieme di ricordi affastellati alla rinfusa nelle segrete della sua memoria e riaffiorati con una sorprendente casualità. Fu così che, nel palcoscenico della rievocazione, emersero gli anni dell'università, ma anche quelli del gioco, degli scherzi, delle scazzottate con quello che sarebbe diventato, poi, il suo migliore amico; gli anni dei suoi viaggi senza meta e senza soldi; dei desideri realizzati calpestando, a volte, l'altrui ingenuità; gli anni delle donne mature da conquistare per fare carriera e quelle giovani da conquistare per "diritto di pene", come se ad usarlo con assiduità egli potesse provare a se stesso, sin da allora, d'essere ciò che non era mai compiutamente diventato, ossia un uomo.
"There's a lady who's sure all that glitters is gold and she's buying a stairway to heaven", cantavano i Led Zeppelin. Certi ricordi riaffiorarono e non si trattò di ricordi piacevoli: si rese conto d'aver fatto del male a molte donne con la sua codardia sentimentale, con la sua superficialità; donne che, come in quella canzone, avevano creduto fosse oro ciò che luccicava di lui, grave errore; donne del suo passato, come Gilda, Cristina, Amanda e donne del suo presente come Sonia e Valentina.
Eppure, niente di tutto ciò sembrò disturbarlo più di tanto. Ok, qualche spiacevole memoria era riaffiorata dall'oblio, ma nulla che non potesse essere cancellato con un'altra piena, gustosa boccata di fumo.
Fu così che il disagio di pensieri sbagliati svanì in un niente, assieme alle ultime battute di quella canzone. Ormai erano le note di Everything's all right a fluttuare nell'aria, foriere di nuove rimembranze. Più che altro una sola rimembranza, un solo ricordo: splendido, sensuale, pieno di emozioni. Una donna davvero speciale, Abigail: misteriosa ed intrigante, bellissima, sensuale e, soprattutto, innamorata perdutamente di lui. Era esattamente come la Maddalena di Andrew Lloyd Webber: tranquillizzante, carezzevole … "Try not to get worried, try not to turn on to problems that upset you. Don't you know everything's alright, yes, everything's fine …".
"Chissà se vive ancora a New York" si chiese, pensando che avrebbe cercato di rintracciarla attraverso internet. Certo, il ricordo che aveva era quello di una splendida ragazza di vent'anni; ora ne avrebbe avuti quasi sessanta e, probabilmente, non avrebbe riconosciuto i suoi delicati lineamenti sotto le rughe, né il suo corpo sinuoso sotto l'adipe che, spesso, le donne, dopo la menopausa, accumulano insieme ad ingiustificati accessi d'ira e caldane. "Forse è meglio di no. Dopo tutto …" e ripose l'idea di chiedersi che fine Abigail avesse fatto. Era ancora un suo sogno, perché rovinarlo con la verità?
Si allungò verso il portacenere e posò il sigaro, avvicinando delicatamente le labbra al calice di barolo, un pregiatissimo barolo del '97, senza berne, però, limitandosi, in un primo momento, a percepirne solo il bouquet, etereo e complesso. Un ventaglio di essenze si avvicendò sotto il suo naso avido di profumi: dalla violetta alla rosa, fino alla liquirizia, alla cannella, alla vaniglia, con un retro aroma aranciato dovuto all'invecchiamento. Guardò attraverso il calice, agitando quel piccolo lago rosso rubino ed, infine, assaporò quel vino asciutto ed austero che gli riempì la bocca, pervadendo i suoi sensi con estrema rapidità.
Il display del cellulare s'illuminò e vi comparve una piccola busta da lettera: un sms. Aveva tolto la suoneria, ma non aveva avuto il coraggio di spegnere del tutto quell'ultimo filo di contatto con il resto del mondo. D'altronde, del mondo faceva parte anche suo figlio, benché quasi sempre portatore di infauste e seccanti notizie riguardo alla sua ex moglie.
"Un fragile ed intenso pensiero, nonostante tutto … Vale"
Il messaggio presentava una corteccia di dolcezza, una profonda e tetra fessura di perdono ed una nascosta radice di ricatto e rimprovero che, a volerle rispondere, avrebbe determinato l'ingaggio di un aspro scambio di messaggi, sicuramente non destinato a migliorare i rapporti. Nel suo complesso, un albero sul quale non tentare neppure per sbaglio di salire.
Perché mai dovrebbe "perdonarmi" per il mio sacrosanto diritto di trascorrere un weekend da solo? Lei sapeva che quello era uno dei suoi momenti di solitudine da rispettare, si disse; pertanto lui avrebbe accettato il messaggio, così come lei avrebbe accettato l'assenza di una risposta. Non aveva alcuna intenzione di trascorrere la giornata a comunicare in T9!
Posò il cellulare sul divano, in modo da vederne la luce in caso di ulteriori comunicazioni e tornò al sigaro: non gli rimanevano più di due tiri, se li centellinò per quanto possibile e lo spense con cura.
Era arrivato il momento di iniziare a leggere Lo Specchio Infranto di Jason Jefferson, il suo prediletto autore di thriller.
La trama lo aveva incuriosito non poco, già solo per le similitudini con la sua più recente esperienza: si trattava, infatti, della storia di un affascinante sottaniere che si era da poco lasciato con la sua compagna ed aveva trovato in una donna tranquilla e poco attraente una rapida sostituzione "low cost"; tuttavia, come recitavano le ultime righe della seconda di copertina: "quel che troverà lo costringerà a rivedere tutta la sua vita, scoprendo che la strada più semplice non è sempre la migliore da percorrere".
S'immerse nella lettura.

Ore undici p.m.
La luna illuminava d'una sinistra luce argentea il volto di Jennifer. Peter provò a chiudere gli occhi, pensandola ancora nuda, sotto la doccia, come due ore prima, quando avevano fatto l'amore, ma non gli riusciva di rievocare il suo corpo. C'era solo il suo volto struccato, davanti ai suoi occhi; c'erano i suoi capelli arruffati sul cuscino, le sue labbra leggermente socchiuse in una smorfia infernale, il suo respiro pesante, le palpebre calate su sogni inafferrabili, forse infelici a giudicare dall'espressione del suo volto. Il resto di lei era sotto il lenzuolo, un lenzuolo che, a guardarla così, sembrava un sudario. Stava dormendo eppure a lui sembrava uno zombi. Perché mai le donne si trasformano in simili creature, una volta struccate? Un brivido gli corse lungo la schiena. Pensò che fosse solo nervoso perché disabituato a dormire con qualcuno, da che si era lasciato con Mary. Eppure c'era dell'altro; altri pensieri, inafferrabili, che gli impedivano di prendere sonno. Si alzò ed andò a fumare una sigaretta in salotto. Doveva concentrarsi sugli ultimi eventi: il biglietto che aveva ricevuto quel giorno, quello che gli preannunciava l'assassinio imminente di una persona a lui cara, l'appuntamento misterioso che gli era stato dato in Hampton Road, la strada dove, incredibile coincidenza, pensò, abitava Jennifer prima di trasferirsi da lui, cosa che era successa da una decina di giorni circa, ed il deserto che aveva trovato al posto della donna che credeva di incontrare. Venny si era firmata.

Un incipit niente male pensò Roberto. Caro Peter, sapessi quante volte mi sono chiesto anch'io come facciano a trasformarsi così, le donne. Fanno paura quando ti dormono accanto. Non tutte, è chiaro … e volò con l'immaginazione verso Sonia. Lei non cambiava, durante il sonno. Forse perché, col volto e con gli occhi che aveva, poteva permettersi di non truccarsi neppure durante il giorno; forse perché i suoi lineamenti trasmettevano sempre e comunque dolcezza e serenità; forse perché quando stava accanto a lui era così felice ed innamorata da spargere nell'aria quelle sensazioni, come fossero invisibili particelle di pregiato profumo.
Che palle: di nuovo Sonia! Perché mai continuo a pensare a lei? In fondo è stata anche una donna problematica, difficile da capire, presa da se stessa, dalla sua arte, dalla sua cultura ... Certo, mi ha amato e, forse, anch'io l'ho amata non di meno, ma … e provò inutilmente a cercare una ragione, un sensato motivo per averla lasciata … ma … è così che doveva andare concluse soddisfatto del niente che aveva raggiunto con il suo fallace pseudo ragionamento.
Un altro messaggio telefonico. Questa volta lo visionò con un pizzico di paura: se fosse stata una mascherata recriminazione di Valentina per la mancata risposta gli avrebbe senza dubbio mandato di traverso quel suo momento di pace:
"Due anni fa eravamo nella tua casa al mare … il nostro primo bacio. Come passa il tempo, eh? Ricordi comunque piacevoli. Ciao"
Sonia.
Il suo nome gli risuonò in testa come un colpo di fucile. C'era ancora una tale magia, tra loro, che riuscivano a percepirsi a distanza. Del resto, era stata un'infatuazione davvero sorprendente, quella; per entrambi. Una storia nata per caso, proseguita per passione, finita per guerra. Due caratteri decisamente forti. Eppure i loro reciproci ricordi parlavano ancora, a dispetto d'ogni falsa scusa avessero costruito per proteggersi l'uno dall'altra, entrambi spaventati dai sentimenti dirompenti che provavano. Replicò con un altro sms:"Incredibile a dirsi, ma sono nella casa al mare … Come stai?"
Attese la risposta col telefono nelle mani ed uno strano subbuglio nel cuore, od in qualunque altra cosa avesse al suo posto, come diceva sempre lei. Si sorprese trepidante. La cosa lo preoccupò.
"Allora ancora riesco a percepirti a distanza … Che fai di bello?"
Questa volta preferì rispondere con una telefonata. Ormai era certo che quello di Sonia non fosse solo un messaggio estemporaneo, ma che celasse la voglia di comunicare con lui. Sì, era certo che non avrebbe ricevuto rifiuto se l'avesse chiamata -fattore essenziale nel suo approccio con le donne-.
"Sonia?"
"Roby, che piacere! Non pensavo di sentirti. Ti ho scritto perché stavo mettendo ordine nella scrivania e mi sono ritrovata tra le mani una nostra fotografia scattata proprio nella tua spelonca blu. E così …"
"Hai fatto bene a scrivermi. Non trovi eccezionale la coincidenza? Tu ricordi quel giorno ed io mi trovo esattamente qui"
"Già … eccezionale … e … che fai di bello laggiù?"
"Niente di che: leggo, mangio …"
"Uno dei tuoi weekend di solitudine, eh?"
"Sono così prevedibile?"
"Per me sì"
"E tu che fai?"
"Anche io non ho programmi speciali. Ho comprato qualche dvd nuovo e mi preparo ad un venerdì sera di grande passione col mio televisore"
"Quanto spreco!"
"Ti riferisci al televisore, ovviamente"
Risero entrambi, lasciando morire le proprie voci in un silenzio imbarazzato.
Fu Roberto a romperlo con una veemenza che non pensava di possedere, lasciando che le parole precedessero la mente, sì da uscire ancor prima che una parvenza di ragionamento potesse impedirlo.
"Perché non mi vieni a trovare?"
"Quando?"
"Domani. Potresti arrivare per pranzo. C'è il sole, fa freddo ed il mare è mosso: se non ricordo male il tuo paesaggio ideale"
"Sì, è vero. Tu che ricordi qualcosa? Questa me la devo segnare"
"Potresti sorprenderti a sapere quante cose ricordo di noi due"
"Noi due? Oddio e da quando siamo diventati noi due per te? Che ne hai fatto di Roberto? Chiunque tu sia, esci dal suo corpo"
"Scema! Quando avrai finito l'esorcismo posso sperare che mi risponderai?"
"Certo!"
"Certo che vieni, o certo che mi risponderai?"
"Tutti e due. Posso essere da te verso le due. Ce la fai ad aspettare così a lungo prima di mangiare?"
"Credo di sì, sempre che porti il gelato"
"Mini coni al cioccolato. Lo so, lo so …"
"Allora a domani"
"A domani, Ro"
Sorrise tra sé e sé al pensiero di quella telefonata, giunta in un momento di solitudine per fargli capire che, forse, non era la solitudine che desiderava, bensì l'assenza di Valentina. Uno stato di latente, sottile eccitazione lo pervase. Non sapeva, di certo, come sarebbe finita con Sonia; magari sarebbe stato solo un pranzo tra vecchi amici, anche se la voglia e la speranza di qualcosa di più era dentro di lui e non riusciva ad abbandonarlo. Del resto le cose erano sempre andate così, tra loro. Si rivedevano, anche dopo una lunga separazione, e la scintilla passionale che li aveva uniti tornava a bruciare come il primo giorno. Una storia infinita. L'idea di lei lo rese euforico, decisamente euforico e l'euforia, unita ad una buona dose di sensi di colpa non razionalizzati, lo indusse, come sempre gli accadeva in simili frangenti, a rivolgere attenzioni alla donna che stava per tradire, dal momento che quel pranzo, foss'anche rimasto tale, era molto più di un tradimento, era un'isola di piacere nascosto.
Prese il cellulare, dunque, e rispose al messaggio che Valentina gli aveva mandato un'ora prima:
"Un poco fragile e molto intenso desiderio di … con te. Nonostante tutto! A lunedì, piccola"
Nella speranza di non ricevere risposta, riprese il libro.

Dopo il capitolo Ore dodici p.m., venne il capitolo Ore otto a.m. e, quindi, Ore dieci a.m.: Peter, dopo aver trascorso la notte insonne a ragionare sullo strano biglietto che gli era stato recapitato quella mattina, si era recato nel suo ufficio di investigatore privato e, tra la posta, aveva trovato un altro biglietto: non aveva fatto in tempo a raggiungerlo, scriveva la misteriosa Venny, dandogli nuovo appuntamento, questa volta fuori città, nella capanna sul lago, l'Oscurità, come veniva chiamata, una casa abbandonata da anni e che si diceva infestata da presenze oscure, meta di ragazzi intenzionati a dimostrare a se stessi ed agli amici di non avere paura dei fantasmi. La conosceva bene, quella zona. Era la meta preferita di Mary e ci andavano sempre volentieri a trascorrere il fine settimana. Mary era stata la sua compagna per circa un anno. Era bella, dolce, intelligente e talmente innamorata di lui da considerarlo l'uomo più affascinante del mondo. Grave errore. Non bisognava essere né troppo belle, né troppo intelligenti, né troppo innamorate per sperare di ricevere da lui qualche degna attenzione. Fu così che, durante la loro frequentazione, lui la tradì più volte e la offese profondamente con continue manifestazioni di apparente disinteresse, dietro le quali, tuttavia, sbucava sempre, irriverente, la menzogna sotto forma di gelosia repressa e di sentimento taciuto. Infine la lasciò con un biglietto: poche mal scritte righe con le quali dirle che era interessato ad un'altra.
Naturalmente nessuna traccia di Venny neppure nella capanna sul lago. Entrò per sincerarsene. Nonostante tutte le gite sul lago con Mary, non era mai entrato lì dentro. Lei l'aveva fatto, invece; armata di un coraggio per i casi della vita che sicuramente lui non possedeva, vi era più volte entrata, raccontandogli affascinata d'un ambiente ricco di ancestrali e potenti energie. Baggianate, per uno come lui! Del resto, la fissazione di Mary per i viaggi astrali e per la possibilità d'entrare in contatto energetico con altri mondi ed altre dimensioni lo aveva sempre fatto sorridere.

La casa, tuttavia, fece una certa impressione anche a lui; gli sembrò stranamente familiare. Alcuni particolari, alcuni oggetti gli rammentavano un vago déjà vu. Non stette troppo a pensarci, ovviamente.
Nel capitolo Ore due p.m. Peter era ormai preda di un inseguimento senza speranza: continuamente sollecitato da messaggi ed appuntamenti mancati, cercava disperatamente questa Venny che sembrava conoscere di lui ogni più recondito segreto sentimentale. I biglietti, infatti, erano via via diventati indizi sulle donne del suo passato: nomi, volti, doni e, soprattutto, bugie, tradimenti, finzioni e ricercate ferite inferte al loro innamoramento. La paura che l'assassinio riguardasse una di loro si fece sempre più concreta. Peter sentiva di non essersi comportato sempre da perfetto gentiluomo, ma non voleva, certo, avere sulla coscienza la morte di una di quelle donne. Doveva assolutamente trovare questa fantomatica Venny, dunque.

Il display del cellulare si illuminò di nuovo.
"Merda! Quando dico a lunedì sto chiaramente chiedendo silenzio fino ad allora, Vale!". I sensi di colpa lo avevano già abbandonato.
Questa volta non si era sbagliato. Si trattava proprio di Valentina. Ancora una volta:
"Ti desidero tanto anche io … A lunedì"
"Bene"
si disse, quasi del tutto insensibile all'idea che quella donna lo desiderasse tanto intensamente da allontanare il senso dell'abbandono, dell'indifferenza mascherata da indipendenza, dell'egotismo estremo di un uomo assolutamente insensibile.
Quanto meno fino a lunedì starà zitta fu tutto ciò che pensò, archiviando la sua presenza nel weekend e, forse, nella sua vita, come avrebbe scoperto molto più tardi.
Approfittò dell'interruzione per bere un altro sorso di vino. Il romanzo si stava facendo accattivante ed era certo che entro la mattinata del giorno seguente l'avrebbe letto per intero. Del resto doveva riuscirci se voleva sapere come andava a finire prima di lasciarsi catturare totalmente da ben altra storia, quella che l'attendeva dall'ora di pranzo in poi.

Ore cinque p.m. fu il capitolo più complesso, la chiave di volta dell'intrigo. L'inseguimento della misteriosa donna che firmava quegli inviti tanto personali si era trasformato in una sorta di caccia al tesoro.
Nel luogo dell'ultimo appuntamento, una concessionaria d'auto, aveva trovato un biglietto dentro una Camaro nera, in tutto eguale a quella che aveva qualche anno prima, quando frequentava Patricia, una bellissima, giovane maestra d'asilo, ben sapendo che era meravigliosamente innamorata e che lui, al contrario, non solo non provava niente per lei, ma aveva una fidanzata che mai avrebbe lasciato. Il messaggio lo rinviava ad un negozio di penne. Nella scatola di una Mont Blanc, la stessa che gli regalò Charlotte, una sua collega di università con la quale aveva avuto una breve storia, finita, anch'essa, senza che Peter si fosse mai curato di quanto l'avesse ferita e mai le avesse chiesto perdono, trovò un altro biglietto dove si faceva riferimento ad un ristorante, la Cantina Aldobrandeschi; il ristorante dove aveva cenato con Christine il giorno in cui Therese, la sua splendida ed innamoratissima moglie, scoprì la sua infedeltà e lo lasciò. Lì s'imbatté in un cameriere particolarmente ligio al protocollo che sembrava assolutamente irremovibile sul divieto, per Peter, di frugare nelle cucine. Ed a nulla valsero le motivazioni professionali; furono, piuttosto, i cinquanta dollari lasciati cadere nelle sue mani a sciogliere leggermente quel rigido censore e far sì che si distraesse quel tanto da consentirgli di intrufolarsi nella cucina. Il biglietto era nella quarta padella riposta nello stipetto accanto alla macchina del gas e rinviava al cinema America, quello sotto casa sua, nel quale era solito rifugiarsi con Jennifer: sullo schienale della terza poltrona della quinta fila avrebbe trovato l'ultimo biglietto, appuntato con una spilla.
Così fu.
L'indizio sembrava davvero indecifrabile: xhhb afbzf kbhh'lpzrofqx qolsboxf af jb zfl zeb exf b zeb qf pzefxzzbox plil zlpf dfrpql i'fkdfrpql pxox.
L'aria fredda della sera lo indusse ad affrettare il passo verso casa. Si fermò da Tony per una pizza a portar via e salì nel suo appartamento, dove avrebbe ragionato su quel biglietto in compagnia di una birra fresca e di un divano comodo.
Jennifer era andata a casa di un'amica per un Bridge e non sarebbe tornata tanto presto. "Non avrebbe potuto scegliere serata migliore per togliersi dalle palle", si disse.
In tutta calma, dunque, addentò la prima fetta di pizza, ascoltando il vento che bussava ai vetri, accompagnato da uno scroscio d'acqua che iniziò a sommergere la città.
"Meglio loro che io" disse tra sé e sé, pensando a tutti coloro che ancora erano in strada con quel gelo improvviso.
Rilesse il biglietto: quell'affastellamento di lettere doveva avere un senso e doveva averlo per lui, visto che questa misteriosa Venny sembrava conoscerlo bene.
"Cosa mi collega ad un messaggio cifrato?" si chiese e gli tornò alla mente il corso di crittografia che aveva seguito in accademia, prima di entrare in polizia. Le aveva rimosse da tempo, quelle lezioni, a dire il vero: nella vita reale poliziotti ed investigatori non hanno molto a che fare con messaggi cifrati e simboli da interpretare. Era un ricordo arrugginito, quello, ma doveva ritrovarne anche solo un accenno; era certo che sarebbe stato importante per capire cosa stesse accadendo e, forse, per scoprire chi fosse questa Venny. Pensò ad una sequenza matematica nascosta, ma la sostituzione delle lettere con dei numeri non rivelava nulla di più comprensibile del messaggio originale. "Sostituzione …" pensò ad alta voce. "Sostituzione … Ma certo! Non devo sostituire numeri alle lettere, ma lettere alle lettere, cercando la chiave numerica di accesso alla griglia alfabetica!" Era piuttosto semplice; si trattava della Sostituzione di Cesare: immaginando l'alfabeto come un cursore, ogni lettera del messaggio cifrato doveva essere sostituita da altra lettera collocata un numero imprecisato di posti prima o dopo di essa. In pratica bastava scoprire il numero relativo allo spostamento e l'enigma era risolto. L'aveva usato persino Stanley Kubrik in 2001 Odissea nello Spazio, gli disse il suo professore: non volendo dare al computer un nome che pubblicizzasse la marca allora più nota, ossia IBM, il regista aveva applicato la Sostituzione di Cesare con il codice numerico -1, sostituendo, dunque, ogni singola lettera con la lettera che, nell'alfabeto, risultava precederla di un posto. La H al posto della I, la A al posto della B, la L al posto della M. Ed ecco HAL. Il computer pazzo del film altro non era che un nome in codice!
Ebbene, era probabile che il biglietto scritto dalla sconosciuta Venny recasse identica chiave. Era necessario solo scoprire il codice numerico. Con il computer che aveva in ufficio, dotato di un sofisticato programma di elaborazione dati, sarebbe stato semplicissimo. A mano, invece, era prevedibile che avrebbe impiegato giorni a risolvere il mistero. Tuttavia non ritenne affatto pensabile uscire di casa a quell'ora. Tentare dei calcoli manuali era l'unica opzione; laddove non avesse ottenuto nulla, l'indomani avrebbe proseguito con il computer. Iniziò, ovviamente, dal numero uno, tentando dapprima l'ordine crescente e, poi, quello decrescente. Passò, quindi, al due. Ancora niente. Arrivato al codice -3, però, accadde qualcosa di straordinario: ebbe conferma d'aver individuato il corretto sistema di crittografazione e fu una sferzata di orgoglio ed autocompiacimento: si trattava veramente della Sostituzione di Cesare. Tutto sembrava combaciare, benché il messaggio che compariva non sembrasse meno criptico del precedente: "alle dieci nell'oscurità troverai di me ciò che hai e che ti schiaccerà solo così giusto l'ingiusto sarà". La prima cosa che lo colpì fu l'orario: erano le nove e mezza, il che significava che in mezz'ora sarebbe dovuto uscire di casa e sotto quell'accidenti di gelo recarsi al lago. Nonostante l'assenza di punteggiatura e maiuscole, infatti, era chiaro che l'Oscurità cui si faceva cenno era la capanna sul lago.
"Merda!" esclamò, alzandosi frettolosamente dal divano ed infilandosi il giaccone. "Con questo cazzo di tempo!" Quindi addentò un'ultima fetta di pizza ed uscì di casa. L'avrebbe finita dopo, ne era certo, magari con un'altra birra fresca. Non pensò a quante false certezze accompagnino gli esseri umani, a volte.
Una cosa era sicura: non avrebbe mangiato più quella pizza.

Il mistero s'infittiva. La notte si era impadronita, ormai, della sera, nel romanzo come nella realtà. Roberto sentiva d'aver intrapreso non solo una lettura, ma una sorta di cammino parallelo a quello del protagonista del thriller. Il capitolo successivo s'intitolava Ore nove p.m. ed, effettivamente, nove rintocchi invasero l'aria silenziosa della spelonca blu. Ma, al di là della coincidenza temporale, fu circostanza, quella, che gli donò un senso di mistero e di terrore. Gli apparve, infatti, assolutamente straordinario e spaventevole che, dopo quasi vent'anni di assoluto silenzio, la vecchia pendola del nonno avesse ripreso improvvisamente a suonare, segnando i nove rintocchi.
"Ma che accidenti …?" esclamò all'aria che lo circondava. "Non è possibile. La pendola è rotta da sempre …"
Quasi a voler cancellare con il silenzio il suo stupore, l'orologio terminò l'ultimo rintocco e si acquetò nel mormorio delle lancette che si sarebbero inseguite per un'altra ora sul quadrante dorato segnato da numeri romani.
L'incredulità si era ormai spalmata sul suo volto fino a farlo diventare buffo: occhi sgranati, sorriso enigmatico, orecchie rosse. Preferì non approfondire quel che non sarebbe comunque riuscito a capire e si disse che era ormai giunta l'ora di cena. Abbandonò, dunque, la lettura e si accinse a cucinare.
Mise una pentola d'acqua salata sul fuoco ed arricciò in una padella del burro, spolverandolo con noce moscata e pepe nero ed aggiungendo i funghi, lasciati sin dalla mattina ad ammorbidire nel latte. Nel frattempo, sulla brace cuoceva il filetto, spargendo un meraviglioso profumo che era, senza dubbio, un'anticipazione del gusto. Scolò, quindi, le tagliatelle, le mantecò nella terrina dove aveva cotto i funghi, aggiungendo ancora burro, pepe e scaglie di tartufo e girò la carne.
Apparecchiò la tavola con un set all'americana ed accese la televisione: non avrebbe mai rinunciato a vedere il notiziario. Iniziò a mangiare di gusto, compatendo il Peter del romanzo, che aveva consumato solo una squallida pizza a portar via ed una birra, ma si sorprese dei suoi stessi pensieri. Quel romanzo doveva averlo catturato non poco, se stava cominciando a pensare al protagonista come ad una persona vera!
Le tagliatelle avevano un sapore fantastico, soprattutto quando annaffiate da deliziose sorsate di barolo. Né con minore gusto mangiò il filetto cosparso di profumatissimo rosmarino e la fetta di caciotta piccante su cui aveva versato una lacrima di miele d'acacia. La bottiglia di vino era finita. Sparecchiò rapidamente con l'intenzione di rigovernare la cucina la mattina seguente. Si versò una goccia di cognac e mise il bicchiere sul tavolino del salotto, accanto ad un piatto con qualche pasticcino; ravvivò, quindi, il fuoco e tornò al suo libro.

Ore nove p.m.
Peter fermò la macchina a pochi metri dall'ingresso della vecchia capanna, esattamente dove terminava la siepe incolta che la circondava. Stava diluviando, tuttavia non riuscì ad affrettare il passo più di tanto: si sentiva particolarmente stanco; stanco come non si sarebbe sentito neppure se fosse arrivato lì di corsa invece che in macchina.
Spinse la porta di legno infradiciato, che si aprì con un cigolio sinistro.
Il buio lì dentro sembrava avesse una sua vita: respirava, gemeva, aveva occhi per guardare ciò che agli occhi di un uomo era interdetto vedere: guardare l'anima, forse, guardare i pensieri, fiutando la paura e nutrendosi di essa. Certo che quei ragazzini non potevano trovare un nome più azzeccato per questa stamberga, pensò Peter, l'Oscurità. Cazzo, è davvero il luogo più oscuro che abbia mai visto!
Un rumore secco e deciso, come di un ramo spezzato, catturò la sua attenzione verso un imprecisato angolo buio dietro di lui.
"Chi … chi è?" farfugliò timoroso. Quindi, riprendendo un contegno che sentiva appartenergli di più, aggiunse un paio di parolacce, di quelle che, in certe circostanze, danno tono alla paura di un uomo mascherandola da spavalderia. "Chi cazzo è?" urlò con tono assai più perentorio. "Se questo è uno scherzo, si tratta di uno scherzo di merda. Facciamola finita. Avanti!"
Nessuna risposta.
Nessun altro rumore.
Doveva fare luce. L'ultima volta che era entrato lì era giorno e ricordava di aver visto delle vecchie candele poggiate sopra un tavolaccio che una volta, o forse mai, era stata una tavola imbandita. Si frugò nelle tasche, ne trasse l'accendino ed una debole fiamma rischiarò un poco il velo nero che abitava quel luogo. Vide le candele. Gli sembrarono lontane, quasi irraggiungibili: un'anomala stanchezza lo stava sopraffacendo. Nell'accenderle si accorse che gli tremava la mano ed appena ebbe dato fuoco a tutte e tre fu costretto a poggiarsi al tavolo per riprendere fiato. Respirava affannosamente.
Che accidenti mi sta succedendo? si chiese.
Poco distante vide una sedia. Sperò con tutte le sue forze che non fosse rotta e senza neanche verificare ci si lasciò cadere. Stremato.
Una morsa di gelo lo strinse violentemente, ma Peter non sembrava possedere più neppure la forza di rabbrividire. Ormai era in balia degli eventi ed una strana rassegnazione lo paralizzò.
Il rumore del vento sembrò sfiorarlo, come se spirasse lì dentro, invece che all'aria aperta.
"Chi è?" chiese ancora una volta, sempre più convinto di non essere solo.
"Tu chi credi che sia?" gli rispose una voce che avrebbe potuto dire femminile se non fosse stato per il tono lievemente cavernoso.
A quel punto la fiamma delle candele, come attivata da una qualche misteriosa sostanza, si intensificò fino ad illuminare interamente la stanza e fu allora che vide una diafana figura femminile stagliata sulla parete di fronte.
"Mio Dio!" esclamò, dunque, catturato in eguale misura da terrore e meraviglia.
"No. Non sono affatto il tuo Dio. Sono una donna, non vedi?"
"Chi … chi sei? Venny?"
"Puoi chiamarmi come vuoi, ma, se per te non è un problema, preferirei essere chiamata con il mio nome completo Vengeance; Vendetta; Vendetten; Venganza …"
"Vendetta? Di che vendetta vai blaterando?"
"Dunque, vediamo … il mio nome richiama l'idea della vendetta e sono una donna. Secondo te cosa sono venuta a vendicare?"
"Non lo so"
rispose instupidito.
"Ipocrita. Lo sai benissimo, è solo che non ti fa comodo saperlo. Hai sempre fatto così, nella vita"
"Per esempio?"
chiese, cercando di prendere tempo e di capirci qualcosa in più.
"Un esempio! Poverino, hai ragione: bisogna aiutarti a capire. Giusto?"
"S-sì"
"N-no, invece! Io non sono qui per farti capire, ma per punirti"
"Di cosa, per la miseria; di cosa?"
"Sono la donna che vendicherà tutte le tue donne"
"Eh?"
"Le donne che hai tradito, ingannato, sminuito … Hai presente, cocchino?"
"Le donne … ?"
"Sì, le donne. Quelle meravigliose creature di sesso opposto al tuo che, al contrario di quel che pensi tu, non sono venute al mondo per farsi calpestare da te"
"Ma quando mai ho fatto del male a …"
"Taci!"
tuonò la voce, improvvisamente potente, dura, mascolina, quasi demoniaca.
Un brivido intenso gli corse lungo la schiena e ricacciò in gola tutte quelle stupide scuse e giustificazioni che gli erano salite in bocca, pronte ad uscire, a tentare, ancora una volta, di mentire, ingannare, depredare fiducia. Quella era, senz'altro, la donna più ostica che avesse incontrato. Capì che non avrebbero funzionato le sue melliflue parole, né il suo talento ingannatorio avrebbe mai potuto sedare quella rabbia, come era sempre accaduto con le altre. Scelse di tacere, dunque. Nel frattempo, ne era certo, avrebbe trovato un sistema per uscirne. Del resto non c'era mai stata donna che non fosse riuscito a raggirare: aveva raccontato migliaia di mezze verità, aveva viaggiato sull'onda delle omissioni ed era sempre riuscito a cavarsela.
"Sei un meschino bastardo, un lurido pezzente senza scrupoli, uno sporco puttaniere da strapazzo che si permette di comportarsi con le donne, tutte le donne, come fossero momentanei oggetti di piacere. Sei un involucro senza cuore che non sa distinguere donna da donna e non sa cogliere nell'amore che gli viene riservato ragione sufficiente per comportarsi in modo rispettoso. Sei un vanesio che non sa apprezzare i sentimenti autentici. Sei un sadico assassino che si diverte a torturare le donne che lo amano, salvo farsi tradire ed ingannare da quelle che gli si avvicinano solo per interesse. Anche questa è una buona vendetta di Padre Destino, non v'è dubbio, ma per te non è sufficiente"
"Io … io ho fatto del male?"
chiese con un tono sinceramente affranto, benché affranto per se stesso, per quel che gli stava accadendo, più che per le donne che aveva maltrattato, cosa che, ovviamente, non sfuggì alla sua interlocutrice.
"Un'altra fasulla domanda come quella che hai appena fatto e l'esecuzione del tuo castigo troverà più lunghi tempi di sofferenza"
A Peter sembrò di vivere in un incubo e cercò di svegliarsi. Una risata gracchiante, allora, provenne da quella donna:
"Davvero pensi che sia solo un incubo? Che basti svegliarsi per non pensarci più? Vedo che non hai capito"
"Cosa? Cosa devo capire? Chi cazzo sei? E che vuoi?"
"Devi capire che è tutto maledettamente reale. Io sono la Vendetta e voglio la tua morte. All'inizio, a dire il vero, avevo pensato di punirti attraverso tua figlia, facendole incontrare solo uomini come te: le sue ferite, la sua sofferenza, la sua vergogna, la sua rabbia sarebbero diventate le tue e ti avrebbero schiacciato; ma, poi, ho trovato ingiusto che anche lei, donna come tutte noi, soffrisse a causa tua. Così ti ho chiamato qui affinché tu possa essere punito in solitudine"
A sentire quell'atroce progetto Peter ritrovò in sé un refolo d'energia, si alzò dalla sedia e si diresse verso l'uscita. La donna, il fantasma, Vendetta, o chiunque fosse non mosse un dito per fermarlo. Giunto alla porta, però, quella stessa fatiscente e tarlata porta di legno che aveva appena sospinto per entrare, Peter si fermò e capì che non l'avrebbe mai lasciato andare via: doveva averla chiusa a chiave, in qualche modo, perché gli era impossibile anche solo tentare di aprirla.
Ormai lasciata la paura alle proprie spalle per abbracciare un vero, sano, autentico, paralizzante terrore, si voltò verso la sconosciuta e le urlò di lasciarlo uscire e più urlava, più quell'essere sembrava rinvigorirsi, farsi più luminoso, più grande, più forte e la sua risata acquisire più potenza.
Cadde in terra, infine, sulle sue deboli ginocchia, tenendo le mani sulle orecchie per non sentirla ridere e pregando quel Dio che, fino ad allora, aveva conosciuto solo a metà, ossia quando aveva avuto bisogno di lui, dimenticando che era Padre anche delle donne cui aveva impartito gratuite sofferenze ed il cui unico torto era stato quello di aver amato l'uomo fedifrago e crudele che era.
"Non pregare, arido bastardo. Non ti servirà a niente. Tu mi hai creata, nutrita, allevata. Ora sono venuta a presentare il conto"
"Cosa avrei fatto, io?"
"Vedo che ancora non hai capito. Mi aspettavo di meglio da un investigatore"
"E dovrei sentirmi offeso per l'opinione di una donna come te?"
chiese Peter in un conato di spavalderia, sentimento di cui era pregno e che riusciva ad essere persino più forte della paura se qualcuno osava dirgli che non era un buon investigatore. Quella specie di donna poteva mettere in discussione la sua etica, la sua raffinatezza, i suoi sentimenti, ma non la sua professionalità; no, non lo avrebbe mai tollerato.
Una grassa risata riempì nuovamente l'aria:
"Ma di quale etica, di quale raffinatezza, di quali sentimenti stai parlando?"
"Tu non puoi …"
"Io non posso cosa? Non posso leggerti nel pensiero? Povero illuso. Sono dentro di te, conosco pensieri e mere sinapsi. Io posso tutto. Lo vedrai"
"Tu sei … dentro di me …?"
"Già … Ogni volta che hai fatto soffrire una donna che ti amava, hai allontanato da te ogni forma di rimorso. Almeno così credevi. Ma, vedi, io sono la prova che certe energie non muoiono e non possono essere allontanate. Vanno sempre a finire da qualche parte. Eccomi qua. Pensa a me come ad una creatura fatta di lacrime e rimorso: tutte le lacrime che hai fatto piangere alle donne della tua vita e tutto il rimorso che non hai mai provato"
"Non capisco …"
"Oh, sì che capisci. Credimi. Capisci molto bene. E capirai sempre di più, te lo assicuro. Ricordi Charlotte? E Patricia? Therese, tua moglie? Christine, la tua amante? Mary, la tua bella, intelligente, comprensiva Mary? E Jennifer? Ti ricordi di lei? E' quella che guardavi dormire ieri notte assimilandola ad uno zombie. Ricordi tutte le donne di cui ti sei approfittato, che hai abbandonato, tradito, umiliato?"
"Pressappoco …"
"Lurido superficiale. Alcune neanche le ricordi. E loro, invece, hanno pianto, per te; hanno sofferto; hanno passato notti intere, giorni, a volte mesi a chiedersi perché; a chiedersi cosa ci fosse di sbagliato in loro; a credere di non essere meritevoli d'amore"
"Anche se fosse?"
rispose nuovamente spinto dalla propria spavalderia. "Erano tutte grandi e vaccinate, se non erro. Potevano evitare di starci. D'altronde, non aver capito che le frequentavo senza essere coinvolto è sintomo di stupidità. E gli stupidi vengono sempre puniti dalla vita"
Un ruggito agghiacciante riempì la stanza.
"No!" urlo Vendetta. "Non sono gli stupidi ad essere puniti, ma i falsi, i bugiardi; i vampiri sentimentali; coloro che calpestano l'amore, che mancano di rispetto, che trattano le donne come giovenche immeritevoli dei lievi doni del romanticismo. Loro vengono puniti. Te lo giuro"
Una corrente gelida lo investì, come se un treno di ghiaccio gli fosse passato attraverso. Fu allora che si accorse che le sue mani tremavano come foglie al vento.
La donna si fece, quindi, più vicina, illuminando, con il chiarore che sprigionava, una realtà atroce: Peter vide le sue mani improvvisamente smagrite, invecchiate, tremanti e cosparse di macchie brune.
"Ma che cazzo …?"
"Cazzo?"
chiese con tono ironico la donna. "No, cocchino. A quello non sono ancora arrivata. Vedrai. C'è tempo. Abbiamo appena iniziato"

Roberto alzò lo sguardo dal libro per cercare nella stanza qualcosa che neppure lui sapeva bene cosa fosse.
Follia! Mi sto facendo impressionare da un thriller …
Eppure qualcosa, in questa semplicistica spiegazione, sembrava non funzionare. L'aria che lo circondava si era improvvisamente fatta corposa, quasi una presenza invisibile fosse intorno a lui, ovunque, piena, forte, vigile, astuta. Il respiro gli si accorciò un poco. Lo attribuì alla tensione e decise di posare il libro e versarsi un altro bicchierino di cognac. Ma, quando prese la bottiglia, si accorse che le mani gli tremavano vistosamente e sembravano invecchiate in un baleno: erano rugose, piene di macchie brune, incerte, come quelle di Peter.
"Ma che …?" esclamò impietrito, non riuscendo a terminare la frase. Si alzò di scatto per andare in bagno, ma una fitta lancinante all'altezza dei reni lo costrinse a tornare seduto. "Ma si può sapere che mi sta succedendo? Non è possibile, non è possibile …" e ripeté quest'ultima asserzione tante di quelle volte da riuscire quasi a crederci. Probabilmente era solo frutto di suggestione, una grande, grandissima, sconfinata suggestione.
Bevve il cognac d'un fiato e si allungò tra i cuscini, cercando di non pensare a quelle sue assurde allucinazioni. Chiuse gli occhi per qualche minuto e prese a respirare con regolarità: lunghi e profondi respiri, lentamente, come gli avevano insegnato al corso di yoga. S'incantò seguendo il ritmo di se stesso: uno, due … uno, due … inspiro, espiro .. inspiro, espiro … Finalmente ebbe la sensazione che il mondo non girasse più vorticosamente attorno a lui e che il gelo che fino a poco prima sembrava avvolgerlo avesse improvvisamente ceduto al tepore delle fiamme che, ancora alte, sgrigliolavano nel camino.
Aprì gli occhi e li volse cautamente verso le mani, a voler verificare se fossero ancora invecchiate come le aveva viste poc'anzi. Nulla sembrava accaduto. La sua pelle era tornata quella di prima, non giovanissima, ma neppure vecchia e, soprattutto, ancora memore di un'abbronzatura dura a cedere il passo all'inverno. Un sospiro di sollievo gli nacque dal cuore e, sorridendo di se stesso e della propria insulsa paura, riprese a leggere.
La pendola batté undici rintocchi.

Ore undici p.m.
Peter cercò di allontanarsi, ma senza riuscire a muoversi. Le gambe, infatti, sembravano pesanti ed insensibili a qualunque comando volesse impartire loro. Il panico crebbe a dismisura.
"Che mi sta succedendo?"
"Non so. Dimmelo tu. Che ti sta succedendo? Le tue gambe, forse, non ti ubbidiscono più?"
"Sono paralizzato …"
"No, non del tutto. Puoi muoverti, se vuoi, ma non esattamente con la stessa elasticità di prima"
Un improvviso stimolo di urinare lo fece piegare in due.
"Non mi dire che cerchi un bagno" intervenne Vendetta con strafottenza.
"Già … e voglio sperare che ce ne sia uno, in quest'antro delle streghe. Deve essere stata la birra …"
"No, non pensare che sia stata la birra. Se fossi in te mi orienterei sulla prostata, piuttosto. Si comincia sempre così, sai? Si marcano i gabinetti del mondo con crescente frequenza e poi …"

Peter cercò di non pensare alla crudeltà che gli stava prospettando e provò a muovere timidamente un passo, ma sentì le ossa scricchiolare sotto il peso del corpo ed i muscoli indolenzirsi ad ogni movimento.
"Cosa mi hai fatto?"
"Io? Niente. Stai solo invecchiando. Vedi, il rimorso, generalmente, toglie energie ed accelera il processo di invecchiamento. Tuttavia è anche un gran maestro: provando rimorso si impara a non fare più del male e, soprattutto, a riparare a quello fatto. Orbene, tu hai voluto sempre dimenticare il rimorso e, quindi, non hai potuto imparare da esso a vivere senza accumularne altro. In qualche modo ne hai fatto scorta per tutti questi anni ed ora sta agendo con estrema potenza sul tuo corpo, facendoti invecchiare a vista d'occhio"
"Sei una pazza criminale …"
"Considerato che sono una parte di te, mi trovi inspiegabilmente d'accordo"
Peter raggiunse a stento la sedia, vi si abbandonò ed ebbe il primo, sgradevole accenno d'una consapevolezza atroce: chiunque fosse, quell'essere infernale, aveva detto il vero. Sentì il cuore perdere battiti ed il respiro farsi affannoso. Era come se avesse cento, mille anni.
La donna si avvicinò ad una delle pareti e, con un movimento del braccio, vi tracciò un rettangolo che divenne uno specchio.
"Guardati!" gli urlò imperiosa.
"N-no" rispose Peter con una voce tremante e catarrosa che non riconobbe più come la propria.
"Guardati, ho detto" e con un gesto della mano lo costrinse a girarsi.
Lo spettacolo che si aprì agli occhi di Peter lo colpì come una freccia avvelenata. Era diventato vecchio, questo era certo; ma quel che più gli dava dolore era che non v'era traccia di serenità, in quella vecchiaia. Il suo era il volto di un uomo roso, fallito, annerito dalla vita e, soprattutto, solo. Assolutamente, irrimediabilmente solo. Sarebbe stato solo anche in compagnia di donne, di amici, di una folla di sconosciuti. Solo, sì.
Istintivamente, catturato da un moto di disperata autoconservazione, pensò a Jennifer. In fondo era ancora la sua compagna. Quando sarebbe tornato a casa l'avrebbe abbracciata e si sarebbe comportato meglio. Sicuro. A lei avrebbe dato le attenzioni che meritava, lui non sarebbe più stato così solo e quell'ectoplasma infuriato non avrebbe più avuto nulla da ridire.
Qualcosa in quel progetto non quadrava, però. Lo sentiva. In qualche modo stava prendendo in giro lei e se stesso, stava perseverando negli errori che lo avevano condotto fin lì, tra le braccia gelide e crudeli di quell'ultima donna. Vendetta.

No. Non voleva arrendersi senza lottare; senza provare a cambiare le cose. Poteva farcela, ne era sicuro. Si concentrò di nuovo a cercare una soluzione nella sua vita. Frugò nel suo cuore alla ricerca della sincerità, della verità, del coraggio. Per una volta avrebbe seguito i propri sentimenti, si disse, non il proprio comodo. Quand'anche avessero condotto alla solitudine, non sarebbe mai stata così amara e dolorosa come quella che stava provando in quel momento.
Chiuse gli occhi.
Lasciò fluire le emozioni, emozioni pure, e capì che l'Amore era la chiave. Partendo da quel presupposto Jennifer, dunque, era già fuori dal gioco, lui non l'amava; si chiese chi vi fosse dentro. Mary? Sicuramente i suoi sentimenti per lei erano sempre stati profondi, né lei -di questo era certo- aveva mai smesso d'amarlo, neppure nei più neri momenti di tristezza che le aveva inferto, benché fosse altrettanto certo che difficilmente l'avrebbe perdonato, questa volta.
No. La soluzione, ancora una volta, non era lì. Nelle vicinanze, forse, ma non lì; non tra le braccia di una donna. Fu così che capì; quasi folgorato dalla estrema semplicità del suo improvviso sentire, capì. Se aveva una speranza di salvarsi era nell'imparare ad apprezzare, a capire l'Amore, quel sentimento che aveva più volte trovato, nel cuore delle donne, e più volte calpestato; sì, se aveva una speranza di salvarsi era nell'Amore, nell'imparare a riconoscerlo, rispettarlo ed, infine, viverlo, sentendolo fluire in se stesso ed abbandonando per sempre ogni palliativo emozionale, ogni menzogna, ogni finzione, ogni superficiale approccio alla sfera dell'intimità e, soprattutto, ogni crudeltà gratuita nei confronti di chi sia innamorato, ogni gesto di indifferenza ostentata, di noncuranza provocata, di costruita infedeltà, ogni sadismo, perché chi conosce l'Amore, quello vero, ama anche quando non ama e sa non amare con delicatezza, eleganza e carezzevole riguardo per i sentimenti altrui. No, non avrebbe più agito con la cattiveria e la sconsideratezza di chi, per mancanza d'amore o per mancanza di coraggio d'amare, pugnala nel ventre una donna innamorata con un coltello forgiato nel fuoco dell'asprezza, della noncuranza, del più trionfante scherno, lasciandola in ginocchio a sanguinare, senza neppure la speranza di dimenticare.
La vita è uno scherzo, se ne stava accorgendo suo malgrado, e viverla nel coraggio di sentimenti autentici e profondi era l'unico dovere che sentiva d'avere verso se stesso e verso gli altri.

"Troppo tardi!" esclamò Vendetta ed un'ulteriore fibrillazione lo costrinse a cercare aria dove apparentemente non ve n'era più.
Le fiamme delle candele, allora, bruciarono ancora più intensamente, lanciando lapilli infuocati in ogni dove. Alcuni raggiunsero le tende lacere, che si accesero in un istante; altri caddero sul grande tappeto centrale e sul tavolo di legno secco, che presero ad arrostire, finché non si trasformarono in un gigantesco rogo; altre ancora sembrarono inseguire Peter, puntare alla sua camicia, ai suoi pantaloni, ai suoi capelli. Cercò di fuggire, ma non aveva le forze. Si diresse verso la porta, ma non riuscì ad aprirla. Nel frattempo la stanza era completamente invasa dalle fiamme e quel fantasma vendicativo danzava su di esse cantilenando la propria vittoria.
"Ehilà, c'è qualcuno nella casa?" sentì dire da lontano.
Era un'allucinazione? Non volle saperlo; gli bastò aggrapparsi alla speranza che ci fosse qualcuno, lì fuori; qualcuno in grado di aiutarlo.
"Sì, sì" gridò con quanto fiato avesse in gola. "Sono qui! Aiuto!"
"Sta bene, signore?"
"Sì, sì … credo …C'è un incendio"
"Lo sappiamo: questo lato del bosco è interamente in fiamme. Ce la fa ad uscire?"
"La porta è bloccata"
"Ok. Si faccia indietro. Veniamo a prenderla"
e, detto ciò, due vigili del fuoco si avvicinarono alla porta, che, tuttavia, non solo non oppose resistenza alcuna, ma era appena accostata. Si guardarono meravigliati: non aveva appena detto che la porta era bloccata? parvero chiedersi, ma non indugiarono oltre e lo trassero in salvo, portandolo vicino all'ambulanza.
Peter era ormai totalmente instupidito a causa degli eventi. Come era possibile che tutto il bosco fosse in fiamme? continuava a chiedersi. Era nella casa, nell'Oscurità, e Vendetta aveva appiccato il fuoco: l'incendio avrebbe dovuto essere solo lì dentro. Tuttavia i suoi pensieri non andarono oltre, poiché la sua attenzione si fermò su quella frase: nell'oscurità la vendetta ha appiccato il fuoco.
"Se riferissi una cosa del genere al mio strizzacervelli, ne andrebbe entusiasta" esclamò.
"Come?" gli chiese il vigile del fuoco che gli stava accanto. "Signore? Signore? Cosa stava dicendo?"
"Eh?"
rispose Peter, uscendo dal vortice dei propri ragionamenti psicanalitici. "Niente … pensavo ad alta voce … ma … Che cosa è successo, qui?"
"Il bosco ha preso fuoco; ancora non conosciamo le cause, ma di certo questo periodo di siccità ha favorito il propagarsi delle fiamme. Fortunatamente abbiamo visto la sua macchina parcheggiata vicino alla capanna. Sa … è disabitata … non avremmo mai pensato che potesse esserci qualcuno …"
"Un incendio propagatosi per siccità? … Non è possibile … c'era una pioggia torrenziale fino ad un'ora fa …"
"Pioggia? Ma se non piove da un mese e mezzo!"
"Non capisco …"
L'uomo fu richiamato dai suoi compagni: c'era ancora una lingua di fuoco da domare e, poi, finalmente, sarebbe finita. Tuttavia fu fermato.
"Allora, è doloso?" tuonò una voce baritonale dietro di lui.
"Ancora non lo sappiamo, signore. Per ora non abbiamo trovato tracce di combustibile, ma dobbiamo verificare quando sarà spento"
"E quella Genny che ha telefonato per avvisare? Avete rintracciato la chiamata? Spesso sono i piromani stessi che telefonano. Pentimento, soddisfazione, notorietà … chissà …"
"Venny. Venny, non Genny. E, comunque, no, signore, non siamo ancora riusciti a rintracciare il telefono da cui ha effettuato la chiamata"
"E cosa aspettate? Datevi da fare, no?"
"Sissignore"
Peter al sentire il nome di Venny si girò fulmineamente. L'uomo con la voce baritonale gli si avvicinò.
"Sì?" gli chiese con tono inquisitorio. "Ha qualcosa da dire su questa G … Venny?"
Avrebbe potuto raccontargli dei biglietti, degli appuntamenti misteriosi, della donna chiamata Vendetta, della sua vecchiaia improvvisa, inesorabile, buia, delle candele stregate e del fuoco che l'aveva inseguito, ma decise che non era proprio il caso; non con quell'uomo, quanto meno.
"No" rispose, dunque. "Non conosco nessuna Venny"
"Mmh. E lei? Cosa ci faceva da queste parti?"
"Sono un investigatore privato ed avevo ricevuto una segnalazione anonima relativa ad un caso che sto seguendo"
"Mmh-mmh. Bene. Verificheremo. Intanto dia le sue generalità all'agente che l'accompagnerà a casa e, naturalmente, non si allontani dalla città nei prossimi giorni"
"Naturalmente"
rispose con un velo di ironia che non sfuggì a quel gigantesco mastino, facendolo ringhiare di disappunto.
"Ha detto di essere svenuto?" gli chiese un medico.
"No, non esattamente. Non credo, almeno. Sono un po' confuso"
"E' normale dopo un trauma simile"
"Magari è anche la vecchiaia"
"Vecchiaia! Non le sembra di esagerare?"
Peter si guardò le mani d'istinto e, con enorme sollievo, constatò che non v'era più alcun segno di vecchiaia; quindi si girò verso la superficie specchiata all'interno dell'ambulanza e vide di nuovo il suo volto.
Sorrise.
Chiunque fosse quella Venny, fantasma od incarnazione della Vendetta, lo aveva salvato dall'incendio e gli aveva restituito il suo aspetto. Provò a pensare al perché e l'unico ragionevole motivo che gli sovvenne fu che, dopo tutto, era una donna e, come tale, a dispetto del suo stesso nome, della sua stessa natura, era sempre in grado di trovare in sé quell'ombra di perdono che conoscono solo i cuori che sanno amare!
"Guardi il mio dito, signore" gli disse il medico, passandogli l'indice da un lato all'altro del campo visivo. Quindi gli fece togliere le scarpe e passò una specie di pettine sulla pianta del piede. Dopo altri buffi ed incomprensibili accertamenti, lo fece rivestire e gli disse che, con sua somma meraviglia, date le condizioni in cui era stato trovato, non aveva riportato ustioni, né trauma cranico e che non presentava segni di dispnea conseguenti al fumo. Avrebbe dovuto mantenersi a digiuno, quella sera, riposare e recarsi in ospedale l'indomani per una tac polmonare, ma, per il resto, stava benissimo.
"Grazie" rispose Peter, convinto che la tac avrebbe confermato che era sano come un pesce.
Gli era stata data una seconda chance, del resto. E Venny non era donna che non portasse a termine le proprie imprese.

Un bagliore improvviso catturò l'attenzione di Roberto. Dal camino alcune scintille avevano incendiato il tappeto. Corse in cucina a prendere un secchio d'acqua, ma si avvide che non riusciva a camminare velocemente e che uno strano intorpidimento si era impadronito di lui.
Sono stato seduto troppo a lungo e mi si sono addormentate le gambe pensò, ma non fu un pensiero che lo convinse. Riempì il secchio e con enorme fatica lo portò in salotto ove alle fiamme del camino si erano aggiunte quelle delle candele che, improvvisamente ed inspiegabilmente accese, avevano preso a colare sui mobili, incendiando ogni cosa. In breve il suo salotto si era trasformato in un rogo in tutto simile a quello descritto nel romanzo.
Roberto indietreggiò e tentò di uscire da casa, ma la porta d'ingresso era bloccata. Corse in bagno per aprire tutti i rubinetti e lasciar colare l'acqua in terra, nella speranza di spegnere l'incendio allagando le stanze, ma giunto davanti allo specchio si bloccò terrorizzato: l'immagine che gli restituiva non era quella che lui conosceva di sé. Aveva i capelli bianchi, la pelle rugosa, gli occhi annacquati e velati di una tristezza senza eguali.
"Nooooooo!" urlò con quanto fiato avesse in gola. "Nooooooo!"
"Tesoro; tesoro, svegliati"
La voce di Valentina gli sembrò un dono del cielo.
"Ehi, stavi sognando. Tutto ok?"
Si guardò intorno spaesato. Non capiva. Era a casa, nella sua casa di Roma, accanto a Valentina. Era stato, dunque, tutto un sogno? La spelonca blu, il libro di Jefferson, la telefonata di Sonia … ?
Si alzò. Valentina lo seguì preoccupata.
"Torna a dormire. Ho avuto un incubo; niente di che. Ho solo bisogno di rischiararmi un po' le idee"
"Ok, burbero. Ti lascio solo a meditare; ma non torno a letto. Sono le otto e venti. E … senti … che programmi hai per oggi?"
gli chiese con fare apparentemente casuale.
"E' sabato … nessun programma. Forse vado a giocare a golf. Tu?"
"Pensavo di fare una passeggiata con te … "
di nuovo quel suo tono vagamente ricattatorio, seppure sempre remissivo, mai inquieto.
"Non oggi" rispose seccamente. Poi, rendendosi conto d'aver forse esagerato, addolcì il tono. "Magari domani; ok? Oggi ho davvero bisogno di stare un po' per conto mio. Lo sai …"
"D'accordo. Andrò da sola. Intanto che ti fai la doccia scendo a prendere il giornale e qualche cornetto per colazione"
Roberto sentì la porta di casa chiudersi ed un senso di sollievo s'impadronì di lui. Mi sta soffocando lentamente pensò. L'incubo di stanotte ne è un sintomo.
Non trascorse troppo tempo prima di sentire la chiave girare nella serratura e la porta aprirsi nuovamente, seguita dalla voce zuccherosa di Valentina:
"Tesoro, sono tornata. Ho una sorpresa per te!"
La raggiunse in cucina e, senza attendere che preparasse la tavola per fare colazione insieme, frugò nella busta del bar e ne trasse un cornetto, che addentò avidamente.
Valentina si girò contrariata, ma, ancora una volta, non gli concesse di provocare un litigio.
"Andando dal giornalaio sono passata davanti alla vetrina della libreria e … pensa un po'? … gli era appena arrivato il nuovo romanzo del tuo amato Jefferson. E' uscito oggi. Ti rendi conto? Non potevo non comprartelo" e, porgendogli la busta della libreria, si avvicinò per un bacio che Roberto restituì senza troppa convinzione.
In realtà sentiva la testa girargli vorticosamente e dovette appoggiarsi allo stipite della porta per non cadere: non riusciva a celare a se stesso una certa qual inquietudine nel ricevere un libro che era arrivato in libreria solo da qualche ora, ma che lui aveva inspiegabilmente letto quella stessa notte, nel suo sogno folle. Aveva quasi paura a verificare se la trama coincidesse. Di sicuro non si sentiva pronto a farlo; pertanto lo prese, ringraziò con un cenno della testa e lo posò accanto a sé sul divano, ma senza aprirlo, preferendo attendere; attendere e pensare, gustando, nel frattempo, un altro cornetto ed una tazza di cappuccino. Ma ecco che, priva d'ogni senso di discrezione e comprensione, Valentina si sedette accanto a lui, prese il libro e lesse la seconda di copertina.
"Deve essere un thriller mozzafiato"esclamò."Mi sa che, questa volta, lo leggerò anch'io, sebbene non sia il mio genere. Parla di un investigatore privato che deve rintracciare una misteriosa donna, una tale Venny, che gli lascia biglietti ed indizi senza mai farsi trovare". Quindi, leggendo testualmente dal risvolto, aggiunse: "… quel che troverà lo costringerà a rivedere tutta la sua vita, scoprendo che la strada più semplice non è sempre la migliore da percorrere"
Roberto la guardò con gli occhi sgranati, senza riuscire a profferire parola.
"Che c'è? Non ti piace?"
"E' la trama del sogno …"
"La che?"
"La trama … cioè nel mio sogno leggevo questo libro e la trama coincide …"
"L'ho sempre detto io:"
tagliò corto Valentina, che ad approfondimenti psicologici era alquanto scarsa, "dovresti concentrarti sul sei del Superenalotto, quando dormi!"
Roberto le tolse il libro dalle mani, si alzò di scatto, infilò il giaccone ed aprì la porta di casa.
"Dove stai andando?" gli chiese interdetta.
"Te l'ho detto. Golf. Poi, forse, mi trattengo lì a leggere un po'. Non lo so … Ci vediamo stasera"
"Cinema?"
urlò Valentina alla porta che si stava chiudendo.
"Forse" fu la risposta che le giunse dal pianerottolo.
Non andò a giocare a golf, ovviamente. Troppi pensieri gli affollavano la testa. Si recò nella sua casa del mare. Aveva bisogno di ripercorrere alcune tappe del sogno, vedere, capire, razionalizzare, scoprire. Quando arrivò era tutto perfetto: nessun incendio, niente di niente. Solo il suo divano, il suo silenzio.
Vi si accomodò, provando a dare un senso a quegli eventi fittizi che, tuttavia, lo stavano permeando più di qualunque reale accadimento.
"Cosa è successo, stanotte?" si chiese, attendendo che la risposta gli giungesse dal cuore invece che dalla testa.
"Un messaggio? Qualcosa tipo: niente più cattiverie; niente falsità? Un consiglio? Un ultimatum?" Cosa aveva deciso di fare Peter, in ultimo? Avrebbe cercato di capire l'Amore, allontanandosi dai non-rapporti, dai non-sentimenti, dalle non-emozioni.
"Sembra semplice. La vita, però, non è un romanzo. Conoscere l'Amore. Chi può dire di conoscerlo davvero? Come si fa ad avere la certezza di non sbagliarsi, ferendo, così, quello che provano gli altri. E' tutto troppo complicato … Status quo", si disse. "Quello che mi ci vuole è non lasciare che gli affetti si trasformino in problemi esistenziali. Di tutto ho bisogno tranne che di ragionare su chi posso o non posso avere accanto. Io penso a non farmi male; che le donne facciano altrettanto. Se stare con me le fa soffrire, possono sempre andare altrove. Per quanto mi riguarda una vale l'altra ed, anzi, cambiare spesso mi lusinga, mi fa sentire l'aria frizzante di un gioco meraviglioso. L'importante è che mi facciano stare tranquillo, mi lascino i miei spazi e non rompano le palle. La vita mi va bene così. E' assolutamente pazzesco che un sogno mi abbia creato tanti dubbi …"
Un tonfo lo fece trasalire: il libro, che aveva poggiato sul tavolino davanti al divano, era caduto in terra.
Sorrise di sé e del proprio spavento.
"Il destino si sta concentrando a terrorizzarmi. Ma non avrà facile battaglia, con me" esclamò all'aria che lo circondava.
Destino? pensò, ripercorrendo la sua asserzione di coraggio. Era una parola, quella, che gli rammentava qualcosa del sogno. Ma cosa? Padre Destino … ricordò infine d'aver sentito dire a Vendetta.
"Cazzate!" esclamò e si chinò a raccogliere il libro.
In quel momento, però, un altro rumore, decisamente più sottile, più lieve catturò la sua attenzione. Sembrava quasi uno sfrigolio lontano, uno scoppiettio. Alzò lo sguardo verso l'origine di quell'ulteriore stranezza ed il cuore gli si fermò per un lungo, eterno istante: chi aveva dato fuoco alla legna nel camino? Chi aveva acceso le candele?
Il fiato si fece improvvisamente corto, il cuore prese a battere con irregolarità. Il braccio sinistro iniziò a formicolare ed un lieve dolore toracico fu accompagnato da qualche colpo di tosse.
Un infarto, pensò allarmato. Istintivamente portò la mano destra sul polso sinistro per sentire i battiti, ma quel che vide, abbassando lo sguardo, non gli piacque affatto. Erano le mani di un centenario, quelle che vedeva; scheletriche, rugose, macchiate, ingiallite, tremanti.
Provò ad alzarsi, ma le gambe cedettero, come se le ossa non fossero più in grado di sostenerlo ed i muscoli fossero solo stracci privi di vita. La vista gli si offuscò, ma riuscì comunque a vedere le fiamme rinvigorirsi; poi chiuse gli occhi e pregò che tutto ciò fosse solo un sogno, ancora una volta un brutto, bruttissimo sogno. Pregò d'avere il tempo di cambiare; di imparare ad amare; di vivere in modo autentico; di non fare del male; di rimediare ai propri errori; pregò di avere il tempo di chiedere scusa. Sì, come Peter prima di lui, pregò "quel Dio che, fino ad allora, aveva conosciuto solo a metà, ossia quando aveva avuto bisogno di lui, dimenticando che era Padre anche delle donne cui aveva impartito gratuite sofferenze ed il cui unico torto era stato quello di avere amato l'uomo fedifrago e crudele che era".






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