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ARTICOLI & PENSIERI > 1985-1995
MORAVIA RACCONTA SE STESSO AI GIOVANI UNIVERSITARI
(del 30.04.1986)
Roma, 16 aprile. Non sono molti gli studenti che attendono la conferenza di Alberto Moravia nell’Aula Magna dell’Università di Roma. Un simile assenteismo mi delude.
Un assalto alla cattedra per carpire qualche autografo ritarda l’inizio della conferenza. Moravia appare stanco, quasi infastidito, ed insiste perché si dia inizio a questo suo affascinante monologo letterario.
Mi avvicino rapidamente e lascio il mio registratore accanto a lui; mi sorride con aria leggermente interrogativa, che non ha niente del burbero comportamento descritto da una parte della critica.
“Dovrei parlare di me stesso e non è una cosa facile. Ultimamente, in una pubblicazione Bompiani, ho scritto trentacinque pagine intitolate Piccola Autobiografia Letteraria, ove mi sono occupato dei miei libri senza nessun riferimento alla mia vita personale o, comunque, non letteraria. Ora, cercare di fare lo stesso in pochi minuti non è certo semplice”. Inizia, a questo punto, a giocherellare con il mio registratore, cosa che, in sede di riascolto, mi creerà seri problemi a causa dei disturbi che i movimenti della sua mano sul microfono hanno prodotto. “Ho cominciato molto presto; il primo romanzo l’ho scritto che non avevo ancora 17 anni, Gli Indifferenti. Con questo romanzo ho anche cominciato a scrivere nel vero senso della parola, cioè ho imparato a scrivere. Oggi si può dire che sia stato il primo, vero romanzo esistenzialista in Europa. Che cosa intendo per romanzo esistenzialista? Innanzi tutto specifico che il romanzo esistenzialista non coincide con la filosofia esistenzialista. Nel romanzo del ‘700 ed anche dell’800, insomma nel romanzo tradizionale, era soprattutto illustrato il rapporto tra individuo e società. Fino a Tolstoj, sempre la stessa cosa: la società da una parte e l’individuo dall’altra”.
Si abbandona, quindi, ad una digressione sul Dostovieskj di Delitto e Castigo e sull’intera produzione letteraria di Kafka, in un’analisi dell’esistenzialismo letterario, che è all’origine della sua arte e della sua originalità.
Riprende, quindi, a parlare di sé e della sua prima esperienza letteraria, che definisce “una tipica opera precoce. Io non sapevo nulla, quando ho scritto Gli Indifferenti, nulla di me stesso. Ho imparato a conoscermi proprio attraverso questo libro. Non è affatto vero che io volessi scrivere un ritratto della borghesia romana o cose simili; non mi è passato neanche per la testa. La mia idea principale era di scrivere un romanzo in forma teatrale, un dramma travestito da romanzo”.
Resta, però, la filosofia che sottende il libro, dico a me stessa, e tale pensiero evoca, in me, ardite similitudini. Lo ascolto ed, al contempo, mi abbandono ad esse. “La cosa più bella che noi possiamo provare” ha affermato Einstein “è il senso del mistero”. Tutto termina e si annulla nel “perché”, un interrogativo che in sé racchiude l’universalità del sapere e dell’inconoscibile. E di “perché” se ne pone tanti anche Moravia, il quale, sulla scia dell’analisi positivista, sposta il cursore della propria indagine dall’universo all’individuo, scrutando il male dell’uomo e della società moderna, edificata sull’indifferenza e sull’errore. Rivolge all’uomo ed al suo io nascosto la stessa attenzione che la scienza, da Einstein in poi, ha rivolto all’atomo scisso ed all’antimateria. Ma non è uno scienziato e da questi “perché” non si lascerà mai troppo irretire; li schiverà abilmente, trascinando altrove la sua ricerca senza risposta, nel più recondito lato umano.
La sua voce torna a prevalere sulle mie digressioni mentali. Le sue pause tra una frase e l’altra, tra una parola e l’altra, catturano l’attenzione del pubblico in un silenzio quasi religioso, conferendogli l’aria di un consumato istrione. Parla di dramma teatrale mascherato da romanzo e non si può non notare quale consumato attore egli sia, nel parlare. Mi guardo intorno: sono tutti protesi ad ascoltarlo, pendono dalle sue labbra in una quiete scenica.
Si allontana di nuovo dal seminato della sua produzione letteraria e, continuando a tracciare le linee essenziali del romanzo tradizionale e di quello esistenzialista, introduce la figura, mai dimenticata, di Elsa Morante, recentemente scomparsa. “Elsa Morante è un nome molto vicino a me. Nei suoi romanzi vengono fuori il panorama della società con famiglie, annessi e connessi. I miei personaggi sono pochi e, quando ce ne sono, molti vanno via. Ad un certo punto, scrivendo, mi accorgo che non sono necessari e li elimino. Tutto questo è propriamente teatrale. Invece Elsa aveva un talento particolare. Paragonando il suo libro Aracoeli con Agostino, risulta che nel mio romanzo tutto è ridotto all’essenziale, cioè al rapporto tra madre e figlio, invece nel suo c’è tutta quella capacità, che io non ho, di ampliare il quadro, di descrivere, in fondo, tante altre cose. L’intera società, praticamente”.
Torna, ora, a parlare dei suoi romanzi e cita La Vita Sbagliata, “un romanzo che considero senza molto favore, se non altro perché mi è costato molta fatica ed io penso che bisogna esprimersi senza fatica, con molta passione, se vogliamo, e con molta meticolosità, ma senza sforzo”.
Coglie lo spunto per parlare di come uno scrittore debba disfarsi del proprio io accingendosi a scrivere: “la letteratura è un filtro e ciò che deve filtrare è l’inconscio”.
Discorso a parte per i tre libri scritti in prima persona ed incentrati sullo spaccato di una società popolare: La Ciociara, La Romana e Racconti Romani, ispirati ai sonetti del Belli. Qui il suo esistenzialismo sfiora il popolo e vive in esso. Tutti gli altri suoi libri, al contrario, avranno per protagonista un intellettuale. “Il personaggio che dice IO” spiega Moravia “è un personaggio del popolo che esprime il senso comune dell’umanità; invece l’intellettuale riflette, pensa e dà un ordine morale e culturale a ciò che racconta”.
Finalmente parla de La Noia, libro cui sono particolarmente legata. “E’ la storia di un amore: la cosa più banale e semplice del mondo” afferma l’Autore. “Un uomo si innamora di una ragazza che ha un certo carattere e che lo tradisce, anche se il tradimento non ha, poi, grande importanza. E’ un libro in cui, ameno così mi hanno detto, si illustra un processo psichico, la de-realizzazione, che fa parte dei sintomi psichici del distacco dal reale. E’ un romanzo d’amore nel vero senso della parola. La morale è che amare non vuol dire già desiderare che la persona amata sia come fa comodo a noi, ma desiderare che sia come fa comodo a lei, anche se questo comporta il tradimento”.
Sentirlo parlare de La Noia mi fa tornare a volare verso nuvole passeggere, infiltrazioni di pensieri altrui. In particolare mi sovviene Freud. Moravia, fuori dagli schemi del romanzo tradizionale, usa un nuovo, violento, schietto e sbalorditivo linguaggio di impatto, espressione prima dell’evoluzione cui l’uomo sta correndo incontro nell’atavico tentativo di liberare se stesso attraverso una nuova espressività, ed incentra i suoi romanzi sul più crudo aspetto fisico, ove il sesso assume diverse sembianze, tutte egualmente orientate verso un’attenzione quasi ossessiva al particolare per raggiungere i meandri di una psicanalisi che si fa indulgente.
Egli attraversa, in questo suo libro, le fasi dello stupore, della coscienzializzazione e della razionalità, che conducono all’indifferenza ed alla noia esistenziale. E vive questo pensoso iter distruttivo attraverso il primordiale e quanto mai istintivo linguaggio sessuale. “La scoperta del sesso è doppiata sopra la scoperta delle classi e diviene, così, nei termini stessi del Moravia ideologo, scoperta della realtà nelle sue dimensioni ultime: sesso e denaro. Che è quanto a dire Freud e Marx ancora una volta in strettissima implicazione” è quanto osserva acutamente il Sanguineti.
La Cecilia de La Noia si farà pagare, dopo aver fatto l’amore, accettando i soldi senza mai fiatare. Nessuno dei due protagonisti farà mai cenno a questa loro consolidata e tacita consuetudine. Ed, in questa sorta di silente prostituzione, si ritrova tutto il conflitto doloroso del sesso-denaro. Binomio che trova, ancora una volta, la sua osmotica sistemazione su quella tela di ragno, intessuta dalla società e dalla sua smania di potere ed istinto, che insudiciano la sua candida veste di “sanità morale” cui tiene tanto.
L’Autore non fa altro, dunque, che strumentalizzare le immagini di un simbolismo freudiano, più casuale che ricercato, ed erge il sesso a dominatore della debole, misera società borghese, prigioniera della sua stessa ragione di vita e di potere, imbibita della carnalità brutale e perversa -come nell’ultimo Moravia de La Cosa- o di quella annoiata ed insensibile de Gli Indifferenti, od, ancora, schiava di un corpo femminile nudo, ricoperto di biglietti di banca, come ne La Noia, appunto, ove al divertito gioco di piacere si sostituisce lo squallido desiderio di una voluttà proibita.
Moravia crea i suoi personaggi aggredendo la mente con le immagini più degradanti, stereotipi di una società borghese ormai decaduta. Nei suoi libri il sesso si congiunge con il biclassismo netto che dicotomizza alacremente la sua società, fatta di poveri e di ricchi; una società dove il dio denaro si accoppia incestuosamente con il dio sesso, generando l’ibrido aborto che è, poi, il mondo falso e superficiale della classe borghese contemporanea.
Nel corso del dibattito finale, gli verrà chiesto se il tempo abbia fatto qualcosa sul suo pessimismo, modificandolo, in un certo qual modo. “La letteratura è pessimismo. Non vi aspettate che uno scrittore vi dia dell’ottimismo, se lo fa non è un bravo scrittore!” afferma ironicamente.
Gli chiedo se ritiene che le rappresentazioni cinematografiche delle sue opere siano fedeli al suo messaggio artistico: “I romanzi sono opera di un certo artista, il film di un altro artista: non c’è nessun rapporto. Anzi, il buon regista fa un film tanto migliore quanto più infedele è la sua interpretazione del testo originario. Per ciò che concerne l’accusa di pornografia che viene mossa ad alcuni film tratti da mie opere, rispondo che la pornografia non esiste. Esiste un trattamento volgare dell’argomento sessuale, come esiste un trattamento volgare dell’argomento mondano, religioso, eccetera”. Gli pongo, quindi, la fatidica domanda che ogni scrittore aspetta e paventa, ma cui è sempre pronto a rispondere: quanta parte c’è di lui nei suoi personaggi. “Tutto e niente” mi risponde, sorridendo. “Scrivere significa dare la propria anima ed i propri pensieri ai personaggi, ai luoghi, persino alle condizioni meteorologiche, ma ciò non implica che quei personaggi agiscano o pensino come noi agiamo e pensiamo: sono pur sempre frutto della fantasia e si muovono in un contesto narrativo che richiede moduli di comportamento artificiali”.
Infine, fors’anche alla luce degli ultimi tragici eventi nel Mediterraneo, gli viene chiesto se la minacciosa nuvola atomica che incombe su S. Pietro nel suo ultimo libro, L’Uomo che Guarda, riveli la sua posizione in merito al problema nucleare: “Mi occupo del problema atomico da svariati anni. Ho fatto inchieste in Giappone, in Germania ed in Unione Sovietica. Sono stato eletto deputato europeo proprio su questo programma atomico. A me non interessa la guerra. La guerra atomica è la morte e la morte è una realtà. Quel che mi interessa è la pace, mentre ci sono 50.000 ordigni atomici nell’arsenale delle due massime potenze. Anche se, per un’utopia, dovessimo liberarci di tutte le bombe atomiche, la formula è lì e non si può disinventarla. L’uomo, perciò, è condannato a convivere con la propria morte; il problema non è più militare, ma metafisico ed interiore”.
La Conferenza si chiude con un lungo applauso ed una standing ovation assolutamente meritata per uno scrittore che ha segnato la rivoluzione del romanzo neorealista italiano.
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