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ARTICOLI & PENSIERI > 2000
MORFOLOGIA DEI DESIDERI FEMMINILI
(del 30.11.2000)
In questi giorni, sul grande schermo, il concretizzarsi di uno dei più arditi ed illusori desideri femminili, quello di essere realmente comprese da un uomo, ha il bel volto ed il fisico curato di un non più giovanissimo Mel Gibson. Quello che Vogliono le Donne (What Women Want) si intitola il film, ma, forse, è il caso di guardare un poco più in là di una frase ad effetto incollata sulla tipica commediola rosa pallido a lieto fine, piena di retorica maschilista e di finta autoaffermazione femminile.
In realtà, la mancanza di comprensione tra uomini e donne, i disturbi di sintonia sui canali di comunicazione non sono, certo, un soggetto di pura fantasia, ma un dato di fatto originato dal differente modo di vedere la vita e di viverla, questa vita, anche fisicamente.
"Hai visto quella come si muove? Sembra fatta di gelatina. Se io mi dimenassi così mi perderei i pezzi. E’ inutile: è un sesso del tutto diverso” esclama Jack Lemmon in tacchi a spillo e gonna a pieghe, mentre osserva il corpo di Marilyn Monroe molleggiare sinuosamente in A Qualcuno Piace Caldo (Some Like It Hot), del 1959. Ed è innegabilmente vero; tanto vero da sembrare scontato, ma non è così. Non c’è nulla di scontato nel gioco della conoscenza reciproca, se non i moduli espressivi utilizzati. Ad esempio: qual è il messaggio di un film come Quello che Vogliono le Donne, oltre agli occhi azzurri di Gibson, ovviamente? Forse che l’uomo in grado di prestare una maggiore attenzione al lato femminile della realtà è un uomo migliore? Ce l’avevano detto in molti, questo, e con argomenti ben più interessanti. Dustin Hoffman, in Tootsie (1982), dopo aver recitato per tutto il film nei panni di una donna ed aver provato sulla sua pelle ogni tipo di giudizio e pregiudizio, dice a Jessica Lange di essere stato un uomo migliore con lei, come donna, di quanto non sia stato, come uomo, con tutte le altre. Anche Robin Williams, in Mrs Doubtfire (1993), riesce in un’impresa analoga, indossando gli abiti di un’attempata governante, la cui saggezza, ahimè, sembra crescere in misura direttamente proporzionale alla malinconia del pubblico per l’affievolirsi dei caratteri più frizzanti della sua personalità maschile.
In entrambi i casi ci troviamo di fronte ad un escamotage. E’ naturale, infatti, che l’immaginario collettivo, influenzato dalla sindrome dello struzzo, voglia proteggere con una maschera, un travestimento utilitaristico ed occasionale, o con gli effetti di un evento straordinario, l’uomo che si affacci concretamente e sinceramente sulla soglia dei desideri femminili, tutelando, così, la parte ottusa ed insensibile della sua “virilità”, alla quale, alcuni uomini, sono tanto affezionati, ma la trasformazione di Hoffman e Williams, quanto meno, è più verosimile e divertente della lettura del pensiero e, nella sua semplicità, si rivela un sentiero catartico disseminato di buona recitazione. Guardandoli lo spettatore pensa: “Caspita! Gli abiti femminili sono solo una trovata scenica; in realtà, se io divento amico di mia moglie, se inizio a parlare con lei, a comprendere le sue insicurezze, le sue fragilità, le sue gelosie, le sue paure, allora posso farcela anch’io a suscitare di nuovo la sua ammirazione!”; mentre la donna che gli siede accanto si chiederà se, tornando a casa, non sia meglio scoprire più a fondo la sensibilità di suo marito, offrendogli la chance di palesare i suoi dubbi ed il suo stupore per le cose che ama.
In buona sostanza l’argomento presenta così tanti aspetti umani da indagare, che sembra assurdo andare a scomodare il fato, i fulmini divini, la lettura del pensiero, o persino Belzebù.
E già, è successo anche questo. Qualche anno fa Blake Edwards ha chiamato in causa il diavolo in persona, con tanto di olezzo di zolfo. Nel suo film Ellen Barkin è l’incantevole involucro dell’anima di un egoista ed egocentrico omuncolo sottaniere che, dopo essere stato ucciso, torna sulla terra Nei Panni di una Bionda (Switch, 1991), al fine di trovare almeno una donna che lo ami, evitandogli, così, di finire all’inferno. Ma di quale inferno si parla? Di quello con le fiamme, i diavoli cornuti, i forconi appuntiti e tutto il resto, oppure di quello che si agita nell’anima del defunto alla fine del film, quando colto da una sorta di dissociazione post-traumatica, chiede in prestito un po’ di eternità per decidere se spendere il resto di essa come uomo o come donna?
Paradiso, inferno, reincarnazione, insomma è stato usato di tutto pur di riproporre il solito vecchio schema della perfezione raggiunta soltanto attraverso l’integrazione degli opposti.
Per la miseria, io credo che tutta la faccenda sia più semplice e decisamente molto, molto più intrigante! Porgere una sensazione, catturare un pensiero, accostarsi ad una verità, equivale a scardinare i confini dell’assurdo ed a compiere, ogni giorno, un lungo viaggio in un cosmo surreale fatto di attrazioni infinite, di idee, di illusioni, certo, ma anche di emozioni, che, come ombre, afferriamo, perdiamo e torniamo a cercare; continuamente.
E’ vero: non v’è donna al mondo che non sogni un uomo in grado di ascoltare le parole che tiene chiuse nel suo cuore, un cuore spesso timoroso, confuso, memore di antiche ferite, di chiusure difensive, di falsa aggressività che è debolezza, vulnerabilità, ma quello che pochi osano spiegare è cosa accade se e quando il sogno si avveri. Mel Gibson, nel film, non sembra suggerire molto più di una buona dose di banalità. Ma, forse, è giusto così; forse la trama di Quello che Vogliono le Donne è intessuta di una qualche involontaria brillante intuizione che porta al trionfo del semplicismo: se l’evoluzione psicologica degli esseri umani non ha ancora prodotto l’affrancamento dalle incomprensioni tra uomo e donna, è perché un sogno è bello finché resta tale ed ogni tentativo di realizzarlo non lascerebbe più spazio alcuno per la fantasia e la speranza, vera ed unica linfa vitale per chiunque.
In Tutti Dicono I Love You (Everyone Says I Love You), del 1996, la figlia di Woody Allen è un’adolescente ribelle della New York bene che ascolta segretamente le sedute di una psicanalista, della quale Julia Roberts è paziente. Woody, che s’innamora fatalmente della bella Julia, conosciuta casualmente a Venezia, sfrutta, per conquistarla, ogni particolare che la figlia gli rivela su quel che le piace, dalle escargotes gustate in piena notte con un bicchiere di ottimo vino alle opere del Tintoretto, dalla mansarda a Montmatre alle gerbere regalate evocando la delicatezza della quarta sinfonia di Mahler. La conseguenza è inevitabile: lei lascia il bellimbusto narcisista e distratto con cui è sposata e si abbandona tra le braccia dell’uomo comprensivo e sensibile. Eppure qualcosa nella perfezione sembra non funzionare: “… è che ho sempre avuto questa fantasia, che un giorno avrei incontrato l’uomo perfetto, che avrebbe realizzato i miei sogni e che avrei avuto una vita perfetta. Ma questa fantasia faceva parte dell’insoddisfazione che provavo verso Greg e verso la mia vita. Poi sei arrivato tu e sembrava che conoscessi ogni segreto di me. Mettiamola in questo modo: io ho visto tutti i miei sogni avverarsi e le mie fantasie non mi torturano più; riesco a gestirle!”. Ecco perché decide di lasciare Woody.
In conclusione, mi chiedo, noi donne vogliamo davvero avere qualcuno che sappia interpretare tutti i nostri pensieri? Vogliamo un uomo che sappia entrare nel nostro cuore al punto da toglierci il gusto di non svelare, se non in parte, le nostre fantasie?
Non so.
Forse il sale di una storia d’amore sta nell’idea della perfezione e non nella perfezione stessa: “noi donne non diciamo quello che vogliamo, ma ci riserviamo il diritto di romperci le palle se non lo otteniamo” diceva Jeanne Tripplehorn in Sliding Doors (1997).
Eccolo qui: si chiama gioco di seduzione. Io non credo che le donne siano così pazze da rinunciarvi. No davvero. Quindi coraggio, donne incomprese e donne incomprensibili, mettiamocela tutta: cerchiamo, sì, di concretizzare in ogni modo il sogno di un uomo che ci capisca, che sappia lusingare le nostre fantasie con un’intesa perfetta, proseguiamo caparbie nella disperata ricerca di una sua capacità relazionale matura e sensibile che, ahimè, non gli appartiene, ma, vi prego, vi scongiuro, continuiamo a non riuscirci!
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