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ARTICOLI & PENSIERI > IL CORRIERE DI ROMA (2008-2009)
PENSIERI E PAROLE SUL SENSO DELLA VITA
(19.03.2010)
Riflettevo sul senso della vita, l'altro giorno: fiori che si schiudono, che profumano, che appassiscono; albe e tramonti; stagioni che s'inseguono, che sembrano tornare, sempre eguali, mentre non celano la propria diversità agli occhi di chi è capace di leggerli col cuore. Sì, riflettevo sull'alternarsi eterno dei fatti e dei misfatti del destino, quando mi è giunta la lieta notizia della nascita di una bambina, Ginevra, figlia di un amico recentemente scomparso, Tonino. Ed eccolo lì il senso della vita: tutto in quell'assurdo e crudele incontro tra un addio ed un dischiudersi alla vita; in quel delicato sfioramento di amori perenni, di cellule intrecciate ricche di memorie, di anime che si assomigliano, di incontri lontani nel tempo, di volti che non si sono conosciuti eppure si sono amati e si ameranno nel loro perenne ricordare chiuso nel più profondo angolo del cuore.
Muore la parola, appena è pronunciata: così qualcuno dice. Io invece dico che comincia a vivere proprio in quel momento, canta Emily Dickinson. Non è così anche per l'uomo? mi chiedo. Non si volta a nuova vita anche colui che giunge da straniero in quel luogo lontano che tutti abitano ciclicamente, addormentandosi per camminare nelle sue vie affollate da tanta gente, da volti del passato che rappresentano il futuro, da amori immensi, come quello del padre per Tonino, che rendono luminoso quel che immaginiamo oscuro e veritiero il sogno, che sia profano o divino? Non è nuova vita, forse, quel perenne divenire in un trionfo di emozione, di gioia, di sorriso, di un esistere che mai è morire?
Eppure non è facile per niente: su questa terra bruna battuta dal vento orribile della morte, è inevitabile restare a piangere la sorte, sciogliendo nelle lacrime l'angoscia del distacco, della perdita, del lutto, oscuro schermo poggiato sull'energia di quella nuova vita che, al contrario, viene liberata dai sentimenti più preziosi serbati nel cuore di chi se n'è andato e che diventa un arcobaleno come suggerisce Mogol, una collina battuta dal vento, un mare azzurro leggermente increspato, un cielo immenso, un prato in fiore. E, poi, l'Amore. Quella scia di luce e di calore, che fa ricordare.
Ancor più se ne serba il senso, di quella vita invisibile che pur non mentiamo a sentire vera, quando l'energia dell'anima, il suo soffio vitale, la sua essenza intima, delicata, bianca di luce e di un'ombra leggera, tinge di arcobaleni infiniti i giorni di un figlio, vivendo in esso, nel suo cuore; in lui perpetuandosi. La storia di Tonino mi commuove. Ho pianto e piango ancora quando lo penso; cedo alla disperazione. Muore un giovane padre, nasce la sua bambina: anima mia, […] nel tuo sonno non dimenticarmi urla Hikmet nella mia testa mentre cerco una ragione alla crudeltà di un incontro mancato, di un ingiusto addio mai pronunciato, tra quelle due anime che sono una sola e che continueranno a volare insieme, perché come dice Gibran, gli uomini sono angeli con un'ala soltanto e possono volare solo rimanendo abbracciati. Ed ecco che mi sembra di percepire i suoi pensieri, le sue speranze, i suoi sentimenti, tutti i suoi ieri e quei domani veri, audaci, ardenti, che riposano sul volto della figlia e con l'amato Shakespeare mi viene da dire: alla falce del tempo non hai sfida se non nei figli, quando ti rapisce. Nel figlio è, dunque, una doppia vita che immerge le proprie radici in quel che è stato, nel ricordo di chi, ancor prima che nascesse, l'ha profondamente amato.
La tua passata effige sommerge i crucci estrosi in un'ondata di calma suggerisce Montale, cogliendo l'essenza del ricordo. E la magia s'invola per giungere a chi lo sta piangendo, svelando la serenità che alberga nel suo cuore, la sua incredibile assenza di dolore; togliendo forza all'angoscia profonda per la sua vita che si percepisce lontana, grave errore, per il suo viaggio verso un mondo che ha lasciato tutti nel dolore, nel senso della privazione, dell'assenza, della negazione senza speranza, senza appiglio nel piangere un fratello, un nipote, un figlio.
Acqua delle risacche che dalle stelle si apre come una rosa immensa sussurra Neruda alla mia mente, che cerca disperatamente il segreto del passato nel futuro di un ricordo vivido, capace di volare, sulle ali del vento, oltre la vita, oltre la morte, oltre il tempo. E' tutto lì, il segreto dell'esistenza, nel perenne divenire, nel costante amare, in quel che continua a vivere di un uomo, in quel che non si può cancellare, che resta nel cuore e nella mente delle persone che l'hanno amato; ed, infine, teneramente, in quel venire alla luce, morbido e delicato, di una nuova vita che da lui arriva ed in lui ritrova le radici della propria presenza, nel fluire del fiume antico dell'esistenza. Ed egli è ancora, dunque; è sempre; è ogni giorno. Ogni giorno nei sorrisi di chi resta, nei loro successi, nelle cadute, in ciò che vedranno, in ciò che, lieve, volerà loro attorno e che porterà il suo nome in un costante ritorno. Ogni giorno. Ogni giorno.
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