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Pietrasanta s'inchina al Carducci

ARTICOLI & PENSIERI > 1985-1995

PIETRASANTA S'INCHINA AL CARDUCCI
(del 03.11.1985)

Pietrasanta, 25 settembre 1985: si apre il Convegno di studi su Giosuè Carducci, nel centocinquantesimo anniversario della nascita.
“Dolce paese, onde portai / l’abito fiero e lo sdegnoso canto / ed il petto ov’odio ed amor mai non s’addorme …”: come dimenticare questi versi e come non riascoltarli qui, nell’eco di un’aria maremmana che gli fu natale, intrisa tutta della sua poesia?
Illustri esponenti della cultura letteraria si sono riuniti sul filo di una poetica impareggiabile che ha arricchito il nostro ottocento di una voce nuova e diversa; una voce inizialmente perduta in un’eloquenza pindarica, solenne, descrittiva, tutta immersa in pazienti lavori di cesello ed arabeschi metrici, decorativi, mai pedante ma sicuramente erudita fino all’estremo; ed una voce che, successivamente si scioglie, abbandona l’ispido classicismo dei
Juvenilia per riversarsi, con toni questa volta duri e collerici -di quella collera che gli fu tratto caratteriale, ereditata fors’anche dal padre, fervente carbonaro-, verso un attivo giacobinismo, rendendosi vate dell’Italia nazionalista.
La sua poetica, dunque, pur nell’unicità dello stile, presenta molteplici sfaccettature, muovendosi sul cursore del patriottismo, dell’anticattolicesimo, dell’elegia.
E’ così che dalla sua penna nascono riflessi poetici delle alchimie metriche di uno scudiero dei classici; od, ancora, poesie impregnate dei pubblici destini, che si trasformano in invettiva ed aspra lotta, una lotta condotta da imperioso cantore civile che sopravanza gli animi dal pulpito della sua cattedra universitaria oltre che della pagina scritta; poesie polemiche nei confronti del contesto politico e civile diseroico dell’Italia postunitaria e burocratica; poesie mistiche, pur nell’estrema opposizione a certa religiosità che, tuttavia, non gli impedisce d’affermare
“un gran rispetto per Cristo”; ma anche poesie nostalgiche, frutto di un ripiegamento assorto sulle semplici emozioni dell’essere, poesie calde, elegiache, evocative di un’infanzia selvaggia e ribelle, trasposta nelle vaste solitudini della maremma, egualmente indocile, scostante e tempestosa.
Eppure, in questo mio umile tentativo di offrire, del Poeta, una testimonianza critica, frutto delle riflessioni emerse durante il Convegno di Studi Carducciani, preferisco focalizzare l’attenzione non già sulla sua esordiente passione accademica di erudito, né sulla sua febbre democratica, che trasportò tutto il suo bagaglio di splendide illusioni umanitarie e sociali in vasti schemi di rappresentazione storica, liberando un classicismo arricchito di sempre nuove e più complesse istanze. No. Sulle orme delle mie passioni ginnasiali, della rimembranza di un romantico sentire, voglio guardare, piuttosto, al suo scrivere più autenticamente poetico, che si bea del selvaggio piacere di risentire l’antica vita e di dimenticare il presente; un presente dai perduti ideali risorgimentali e non ancora maturo per il realismo.
Mi piace ricordare questo Carducci, dunque, perdendomi in una poesia non densa di grande varietà e ricchezza, ma ben illuminata da lampeggiamenti di puro lirismo. Una poesia che sono in troppi a definire “stanca” e che per me, al contrario, rappresenta il malinconico, paesaggistico ed intimo abbandono ad un fascino senza eguali, ad una bellezza superiore, in cui si risolvono più energicamente l’incontro sofferto e deciso del senso della vita e della morte, in un insieme di chiaroscuri tematici e tonalismi, per dipingere le mie sensazioni con Giorgione: la
“terra fredda”, la “terra negra” di Pianto Antico.
E sull’onda dell’intimismo -ché a voler parlare della sua poetica si dovrebbe scrivere qualche volume e non qualche colonna di un giornale-, sull'onda del rivolgimento verso le istanze del sé, vorrei spingermi ancora un poco più in là, per raggiungere Carducci, uomo prima che poeta, con i suoi entusiasmi, i suoi fervori, quelli che, a volte, chiudono gli uomini alla logica, li trasformano in puro sentire, dire, fare. C’è un angolo privato che non vorrei lasciarmi sfuggire, sì; un particolare della vita del Poeta che illumina la sua personalità, il suo ardore, il suo entusiasmo: cantore politico e uomo appassionato, trascinante e trascinato, distratto, forse, pieno di sogni. Si tratta di un simpatico aneddoto che ho scovato leggendo, da appassionata di tradizioni culinarie italiane, la trilogia di Mario Soldati,
Vino al Vino.
Si era nel 1888 ed il Nostro trascorreva l’estate in Valtellina. Ebbene, in occasione del suo compleanno, per l’innocente scherzo di alcuni amici, gli venne regalata una bottiglia di Sassella del 1884, cui era stata modificata la data in 1848. L’anno, evocatore della guerra di indipendenza che tanto il Carducci avrebbe voluto vivere e combattere, accese in lui l’animo del fervente patriota, ridimensionando quella del buon enologo quale era, che non si avvide di quanto diverso -e poco gradevole- avrebbe dovuto essere il gusto di quella “rarità” di ben trentasei anni!
In quell’occasione compose un’ode:
Ad una Bottiglia di Valtellina del 1848. E, dopo cotanto fervore poetico nessuno, ovviamente, ebbe il coraggio di confessargli quello scherzo.
Ho voluto ricordare questo episodio di un Carducci più spontaneo ed immediato perché mi sembra sempre molto difficile cogliere, tra le righe dei libri di critica e letteratura, il lato umano degli scrittori e dei poeti, che ci appaiono, al contrario, quasi disumanizzati, meri veicoli del loro stesso scrivere, esseri capaci di esprimere solo la propria eccezionalità, mentre è giusto che vengano ricordati non solo per ciò che hanno fatto, ma anche per ciò che sono stati. Una vacanza, un compleanno con gli amici, uno scherzo e del buon vino. E’ anche questo Carducci.


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