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ANGELI DISTRATTI E DIAVOLI DISPERATI
Capitolo primo
La città sembrava addormentata: tutto taceva, anche il canto malinconico dei grilli s'era sopito nell'afa. Le lucciole, avvolte nell'umidità, sembravano imprigionate in uno scrigno d'alabastro e s'inseguivano affannosamente tra le foglie degli alberi e nei cespugli ispidi di Monte Mario, vagando come anime perdute, senza una meta apparente, in balia del vento caldo che soffiava da Est.
Per qualche istante seguii con lo sguardo i fili argentei che il loro volo stava tracciando nell'aria e pensai allo scrigno invisibile che teneva prigioniera la mia anima, perché, se davvero ne avevo avuta una, a quel punto della mia vita, ormai, era perduta. Ma il vento, quella sera, fu la mia medicina e spazzò via facilmente il fardello che mi appesantiva le spalle.
A tratti il silenzio si faceva così profondo da avere quasi la sensazione di poterlo toccare. Lo conoscevo bene io: un letto di spine dove versare le lacrime del dubbio, della solitudine e sentire quell'irrazionale impulso di cingere l'amante mortale! Eppure lo trovai morbido, quella sera: un cuscino di nulla dove riposare le incertezze; fluttuante e lieve come un soffio d'aria tiepida. Eh sì, quell'anno l'arrivo dell'estate sembrava davvero denso di buone nuove!
Poco prima della mezzanotte rincasai.
Avevo fatto una lunga passeggiata in compagnia dei miei pensieri. Avrei avuto bisogno di parlarne con qualcuno, condividere sensazioni che sembrava stessero riemergendo in me dopo un lungo torpore, ma mia moglie era fuori Roma per lavoro, la mia psicologa era in vacanza, mia figlia, che, nonostante i suoi sette anni mi capiva molto più di ogni altra persona, stava trascorrendo l'estate in montagna con i miei genitori, e del mio migliore amico avevo perso le tracce da più di una settimana, da quando, cioè, aveva riallacciato i rapporti con la moglie di un suo collega. Sapevo che l'avrei rivisto di lì a pochi giorni, ossia non appena lei avesse nuovamente deciso che quella storia le creava troppi sensi di colpa. Avevo provato in più di un'occasione a dirgli che quella donna non valeva nulla e che sarebbe stato senza dubbio più salutare evitarla, ma, in fondo, io ero la persona meno indicata per dispensare consigli sulle donne e non potevo certo biasimarlo se sistematicamente sceglieva di non ascoltarmi.
Il fatto è che la natura mi aveva giocato un brutto scherzo donandomi grande acume e sensibilità per ogni relazione umana che non mi vedesse coinvolto in prima persona. Negli altri ero in grado di individuare tutti gli errori, le storture patetiche ed i ridicoli eccessi che nei miei rapporti, invece, non riuscivo mai a vedere, almeno non prima di ritrovarmi, ancora una volta, gabbato dal destino, o, forse, solo da una donna senza scrupoli. Ma non è così per tutti gli esseri umani? Quanti errori potremmo evitare se solo riuscissimo a vedere negli altri una parte di noi; a specchiarci nella loro vita, cessando una buona volta di credere che ogni nostra passione, ogni sentimento, ogni avventura goda dell'assoluto privilegio dell'unicità!
Tentai di parlare almeno con me stesso e lo feci buttando giù qualche riga, nella speranza di riordinare le idee e soffermarmi sugli eventi che avevano reso amabilmente inusuale la mia giornata.
Tenere un diario era quanto di più improbabile mi potesse accadere; lo trovavo un escamotage adolescenziale per fuggire dalla realtà. Mi attendeva ancora una lunga strada da percorrere prima di scoprire la palese assurdità della mia convinzione: covare fantasmi nella mente era senz'altro più facile per me, che fingevo di ignorarli, di quanto non lo fosse per un adolescente che dialogasse con loro attraverso un pezzo di carta. Allora ignoravo del tutto l'esistenza di quei lunghi corridoi oscuri nascosti dentro di me, nei quali, inconsapevolmente, nutrivo le mie illusioni, protetto com'ero dal fragile scudo della logica e delle certezze riottosamente estranee alla duttilità dell'indeterminatezza. Heisenberg sembrava diventato il guru della mia vita, allora, ed io non me ne ero accorto.
In realtà non c'è logica nelle passioni, né i moti dell'animo rispondono a quelle leggi matematiche, immutabili e perfette, che permeavano e dominavano, allora, la mia vita privata ancor prima di quella professionale. Percepivo ogni accadimento come la risultante di una catena di cause ed effetti dalla quale era esclusa ogni situazione pluri-ipotetica: non mi concedevo astrazioni, nessuno spazio riservavo all'istinto atavicamente annidato sotto la mia epidermide di australopiteco evoluto; neanche uno sguardo volgevo verso i nembi inconoscibili che fluttuavano dentro di me e le ragioni degli altri, quando non coincidevano con le mie, mi sembravano solo fandonie. Prigioniero della logica, non consideravo affatto la vita nella sua fatale imprevedibilità.
In quei giorni Barbara era a Milano per un convegno. A volte trovavo insopportabile la sua affannosa corsa in carriera e, se la sua immagine di donna colta ed impegnata mi aveva inizialmente affascinato, era arrivato ormai il momento di ammettere con me stesso che, in realtà, ne ero indispettito: davanti agli amici mi vantavo di essere sposato con una donna come lei, ma nel mio intimo, e senza provarne orrore, aspiravo ad un rapporto decisamente meno conflittuale: una comoda e morbida relazione con una donna che, tanto per iniziare, guadagnasse meno di me e che dimostrasse maggiore attenzione per me che per la propria intelligenza; una donna cui poter insegnare qualcosa, qualunque cosa, senza sentirmi sempre frustrato dalla sua cultura enciclopedica. Ma, soprattutto, una donna che sapesse starmi accanto, almeno tutte le volte che avessi avuto bisogno di lei.
- Ogni limite ha la sua pazienza -, questa frase, frammento di Totò a Colori, riecheggiò come una bomba nella mia mente, benché non abbia mai amato rendermi diretta fonte di simili interludi, preferendo di gran lunga attribuirli alla voce amica ed un poco cavernosa dell'Uomo del Buio, entità più o meno astratta che ha sempre parlato nella mia testa, accompagnando i più salienti episodi della mia vita con le battute dei tanti film che amo vedere e che compongono il quadro di qualcosa più di un hobby: il mio rifugio, in cui vivere tante vite diverse, ritenendone insufficiente una sola, di per sé ammantata -come è giusto che sia- da tutte quelle scelte che fatalmente diventano qualcosa ed, al contempo, la negazione di qualcos'altro.
Non sempre mi faceva bene sentirlo parlare, però. Intendo dire che, quando la vita impone dure riflessioni -proprio come accadde nei giorni di cui sto narrando-, la caustica essenzialità di una battuta cinematografica rischia di divenire odiosa. Sì, a volte lo odiavo.
- Io le sto sempre accanto quando è lei ad averne bisogno - gli risposi, dunque, in silenzio, stizzito ed infastidito dai miei stessi sensi di colpa, e tornai a pensare a Barbara.
Non mi piaceva il senso di vuoto che veniva a crearsi intorno a me quando la sera non trovavo i suoi sorrisi ad attendermi. Nei giorni di festa, poi, la sua assenza era quasi insopportabile: il letto, senza il suo profumo, senza le bianche, morbide onde del suo corpo accarezzate dalle lievi trasparenze del lenzuolo, sembrava uno sconfinato deserto ed il rituale fugace di una colazione arrangiata mi faceva quasi rimpiangere di non dover lavorare.
Fu questa la ragione, presumo, che m'indusse ad alzarmi presto quella domenica mattina.
Camminai a lungo per le vie del centro prima di giungere, del tutto casualmente, davanti a Palazzo Ruspoli, nelle cui sale era stata da poco allestita un'esposizione d'arte. Non ero mai stato un grande critico, né un pedante studioso, ma non mi accostavo, di certo, ai musei con l'atteggiamento distaccato di chi, per moda o per tendenza, finge d'apprezzarli; nella mia testa, tuttavia, erano Raffaello, Michelangelo e Caravaggio i pittori; Escher, invece, era un nome che non mi diceva proprio niente! La curiosità vinse però: pagai il biglietto ed entrai, in ciò sollecitato anche dalla prospettiva di refrigerarmi un po'.
Fu sorprendente quanto le opere di quell'artista mi colpirono. Il mio interesse, la mia curiosità crebbero progressivamente nel seguire l'itinerario tracciato dai pannelli monocromatici che dividevano le sale, formando tunnel, sentieri ed angusti corridoi, in sintonia con l'idea labirintica della vita che ogni quadro esprimeva.
In particolar modo rimasi incantato davanti a Relativiteit. Nella litografia convivevano tre piani e, dunque, tre dimensioni esistenziali differenti: tredici uomini e tre donne, tutti egualmente avvolti da una sorta di guaina che copriva anche il volto, si muovevano, perfettamente anonimi, ognuno nella sua dimensione, in modo tale che la stessa scala che uno di loro stava salendo poteva essere discesa da un altro individuo che trovava il suo Sud ad Est, ad Ovest oppure a Nord dell'altro, e, così, pur trovandosi a calpestare il medesimo elemento architettonico, non s'incontravano mai.
Ricordo che l'impressione immediata fu quella di trovarmi di fronte ad una rappresentazione metafisica di me stesso e tra quelle scale presi ad inseguirmi freneticamente. Provai, allora, un bruciante senso d'inquietudine e le mie certezze iniziarono a vacillare: non c'era nulla di più vicino alle tortuosità dell'animo umano. Immaginai me stesso salire e scendere quelle scale, passando da un piano all'altro, da una dimensione all'altra, da un universo all'altro e soffrii nel vedermi tanto inutilmente affannato a rincorrere una sfuggente ed irraggiungibile certezza.
Sedotto dal fascino della presunzione, non conoscevo altro che la mia piccola fetta di esistenza e mi aveva sempre sostenuto l'idea che in ciò si esaurisse l'universo intero, ma in quel momento le prospettive iniziarono a mutare e sentii un irrefrenabile bisogno di scrutare nei meandri più nascosti della mia mente, vagando in quei percorsi noti soltanto alla coscienza dimenticata che, pur tuttavia, riaffiora, di quando in quando, portando con sé vaghi ricordi, indistinti e lontani come mondi sconosciuti. Fino ad allora avevo fornito ai miei sonni la tranquillità aberrante di un grafico privo di variabili; quel giorno imparai cosa fosse il caos, quella forza inarrestabile in grado di distruggere ogni forma di controllo; e le scale di Escher si confusero con il nome di una donna.
La incontrai lì, alla mostra: stava acquistando un puzzle e qualche cartolina, soffermando distrattamente lo sguardo sui cataloghi che occhieggiavano dallo scaffale adiacente alla cassa. Il suo profilo mi ricordava una fanciulla di porcellana sepolta nei miei ricordi infantili: una delicata e gentile figurina ottocentesca, che mi guardava da un tavolo nel salotto della nonna.
Tentai di farmi notare in modo che si girasse e mi lasciasse contemplare pienamente il suo volto: mi allungai verso i cataloghi, urtai la sua borsa. Sembrava tutto inutile. Infine, rapito dal coraggio incosciente e fatale dell'attrazione, dissi:
- La sua pazienza mi rende profondamente invidioso: io di certo non sarei mai in grado di finire un puzzle, soprattutto trattandosi di una litografia di Escher. In realtà è già difficile che riesca a mettere ordine tra i tasselli della mia vita … non credo che ne vorrei altri da incastrare! -
Finalmente posò il suo sguardo su di me; aveva un'aria accigliata ed interrogativa, che si trasformò, ben presto, in un sorriso:
- Sono certa che non esistano tasselli che non possano essere facilmente riordinati, avendo voglia e tempo di farlo. Tuttavia non ne ho. Questo è un regalo -
- Un bambino fortunato! -
- Una bambina -
- Sua figlia? -
Non potevo credere di essere stato tanto indelicato! Volevo sapere se avesse un marito, dei figli … o, meglio, se fosse venuta a letto con me quella sera. Pensai di aver rovinato tutto, parlando in maniera tanto diretta, ma lei non sembrò affatto offesa. Ancora oggi mi chiedo se non abbia ignorato volutamente la mia mancanza di tatto, offrendomi una seconda chance per recuperare la signorilità perduta, o se, invece, quello fu solo il primo sintomo della sua eccessiva disponibilità. In ogni modo non mi soffermai troppo a pensarci e passai, senza indugio, alle inevitabili battute successive.
Fu così che le offrii un aperitivo sulla terrazza di un'enoteca a Trinità dei Monti, dove mi fu sufficiente un cenno al cameriere perché giungesse con un gustoso assortimento di tartine, quelle che ordinavo abitualmente, e con un piatto d'argento su cui campeggiavano un prezioso accendino, un posacenere ed uno dei miei sigari, assolutamente cubani. Era stupita ed affascinata dal trattamento che mi veniva riservato in quel ritrovo così esclusivo e non celo di aver provato un gran piacere nel fare sfoggio di quella mia elegante nube di morbido potere. Ripensando a quei giorni non smetto di meravigliarmi di quanto noi uomini siamo sedotti dal potere e di quanto il senso del potere ci renda ciechi di fronte ai pericoli che porta con sé.
Al termine di quel piacevole interludio, che badai bene a non trasformare in un commercio di emozioni, ci scambiammo il numero di telefono. Il più era fatto.
Caterina mi sembrò incantevole; ancora non sapevo quanto simile fosse alla Disa Ferroginea, quell'orchidea africana che, non sapendo produrre il nettare per attirare gli insetti, imita l'aspetto di altri fiori e raggiunge il proprio scopo celandosi nell'inganno.
Mi colpì come una ventata primaverile, come un raggio di sole ed, immediatamente, il desiderio di lei mi divorò.
Tornando a casa mi sentii stranamente leggero: come un gabbiano sospinto dal vento mi abbandonai alle correnti delle passioni, convinto che non ve ne fossero di proibite, poiché l'anima vola più in alto della mente. Trovai estremamente piacevole rivivere quelle sensazioni di libertà e di gioco amoroso che mi ero lasciato alle spalle il giorno in cui decisi di sposarmi.
Erano trascorsi nove anni e sembrava già un'eternità.