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ARTICOLI & PENSIERI > 1985-1995
RILEGGENDO "CUORE"
(del 15.04.1986)
Dal piccolo gradino dei miei vent’anni poco posso dire di quell’eroica generazione deamicisiana che versava le sue lacrime infantili sopra le pagine di un libro ed il suo sangue sopra il tricolore, ma, come tutti, ho letto Cuore ed ho riflettuto su quelle pagine, anche con l’aiuto di mio padre, mio grande amico e fonte inesauribile del sapere umbratile che risiede ai margini della storia.
Di certo, studiare Cuore, analizzandolo spietatamente nella sua fallacia verbale, pedante e prolissa, nel suo esagerato sentimentalismo, è voler limitare a tutti i costi un fenomeno culturale che va ben al di là della cultura stessa per farsi parte del costume, icona di una società, dei valori di un’epoca dalla quale sembra ci separino non anni, ma secoli. Difficile trovare, oggi, una critica che si ponga in una posizione intermedia nei confronti di quest’opera: a fronte dell’esaltazione di cui ha goduto in passato si erge un’assoluta condanna. Non sono d’accordo con nessuno dei due orientamenti critici, tanto per cambiare, e vorrei cercare un equilibrio che s’intravede, tra quelle pagine; un incontro tra il parossismo educativo e l’assenza di insegnamento che si sono finora alternati nell’opinione dei lettori.
Non celo che, quando ancora bambina, ho dedicato il mio tempo alla lettura di Cuore, ho desiderato intensamente incontrare il piccolo Enrico per aiutarlo a scappare via da quella sua gabbia di iettatori, da quella sua atroce realtà fatta di bimbi ciechi, sordi, muti, monchi, che lavorano di notte per aiutare genitori disperati; bimbi che subiscono violenze ed ingiustizie. Non era possibile, mi dicevo, che, scrivendo il suo diario, si fosse reso protagonista di un addolorato assioma costruito con crudele sadismo, contribuendo egli stesso a torturare i lettori, a farli singhiozzare per le sorti maledette di questi piccoli, tristi eroi. Una domanda nasceva spontanea: erano solo loro a subire gli strali di una vita così disastrata, o la vita era disastrata per molti e la mia rosea esistenza era, in realtà, un dono del cielo per il quale pregare e gioire? La domanda celava in sé uno degli insegnamenti cui De Amicis mirava, è evidente: bisogna sempre ritenersi fortunati d’avere ciò che, spesso, diamo solo per scontato. Ma doveva proprio ucciderci con tante disgrazie per raggiungere questo lodevole risultato? Ecco il punto. L’intento era buono, il mezzo davvero eccessivo. Negare alla realtà una buona percentuale di tristezza e di dolore è sicuramente sciocco, perché significa non saper vivere, ma tra queste pagine rilegate di sofferenza, lo spiacevole rasenta l’inaudito. Insegnare ai bambini che la vita può essere anche sacrificio non può e non deve significare condannarli a subire l’immagine di questo sacrificio con tanta insistenza.
In quei dieci disgraziati mesi di scuola ne succedono davvero di tutti i colori. La strage imperversa, la sciagura si fa certezza per tutti, riga dopo riga; nessuno riesce a scamparla. Basta scorrere l’indice per rendersi conto che la salute, di certo, non abbonda. Si spazia dalle disgrazie congenite -“I Ragazzi Ciechi”, “I Bambini Rachitici”, “La Sordomuta”…- a quelle sopravvenute ed accidentali -“Il Muratorino Moribondo”, “Il Maestro Malato”, “La mia Maestra Morta”…-. Ci sarà stato anche spazio per altro, direte voi. Certo. “Ameni interludi” in cui i protagonisti provavano atroci tormenti accidentali: “Dagli Appennini alle Ande”, ove la ricerca disperata della madre si trasforma in un pellegrinaggio pregno di sfavore, “Il Piccolo Scrivano Fiorentino”, che narra del bimbo che, nottetempo, si sedeva alla scrivania del padre e trascriveva in sua vece gli appunti, così da non farlo stancare troppo; “La Piccola Vedetta Lombarda”, che muore colpito da una palla di cannone mentre si comporta da eroe “per la sua Lombardia”.
E noi bambini giù lacrime!
Di certo, era difficile, per noi, discernere la narrazione degli eventi dalle motivazioni psicologiche che, presumibilmente, l’avevano influenzata. Freud era noto in famiglia, ovvio, ma per chi avesse nove anni? Come fare a cogliere la falsata rappresentazione della realtà dovuta al tempo ed alla curva della memoria? Il grande Fellini, in Amarcord, ci presenta una suora nana, dove, così ci fa intendere, si trattava solo di una persona bassa; ci mostra il seno straboccante di una tabaccaia, quando si trattava solo di una donna prosperosa, ma nessuno lo taccerà di esagerazione, tutti sapranno interpretare i fatti, capire che si tratta di rappresentazioni di una realtà distorta dal ricordo infantile che ingigantisce ogni cosa. In Cuore De Amicis potrebbe aver attivato identico meccanismo esegetico della realtà e lasciando che a descrivere gli avvenimenti fosse un bimbo di terza elementare li ha caricati di senso del tragico, sviluppato, sicuramente, in modo proporzionale al senso di colpa del protagonista, fortunato, o meglio estraneo a troppa sfiga. Il problema è che il film di Fellini è diretto ad un pubblico adulto, mentre il libro di De Amicis ai bambini. E, comunque, tutte quelle morti e quelle disgrazie non possono essere solo frutto di esagerazione mnesica!
La verità è che quelle duecento pagine, distogliendo l’attenzione dai meandri psicologici felliniani, sono semplicemente un mezzo per “spremere il pianto dai cuori di dieci anni”, come ebbe a dire lo stesso Autore.
Cosa rende, dunque, ancora affascinante e leggibile questo libro, nonostante i cento anni di esposizione della sua crudele, angosciosa e sadica realtà? Forse il vedere come continui a regalare eroi veri; un mondo di buoni sentimenti, di affetti eterni, di valori; un mondo retrò fatto di coraggio, di rispetto e di educazione, di signorilità e carattere. Sì, qualcosa da salvare c’è, perché la maggior parte di queste parole sono vocaboli vuoti, oggi. Mi chiedo, infatti, cosa un piccolo scrivano anni ottanta avrebbe fatto. Avrebbe continuato ad aiutare di nascosto il padre, od, al contrario, lo avrebbe mandato a quel paese, reputandosi eroico al solo evitare di chiamare le autorità, denunciando l’incapacità del genitore a provvedere per lui? Ed, ancora, mi chiedo come avrebbe reagito un Enrico dei giorni nostri -avrebbe fatto le corna, per limitarsi a menzionare una gestualità apotropaica consentita?- nel sentire la mamma dargli il seguente consiglio: “Dà un addio di cuore a tutti quei ragazzi. Alcuni avranno delle disgrazie, perderanno presto il padre e la madre; altri moriranno giovani …”. In realtà un simile discorso le corna le suscita anche nel lettore!
Al di là di tutto credo che Cuore sia ancora leggibile perché è il documento di un rispetto per i genitori, gli anziani, gli amici e la patria, valori desueti, ma non ancora del tutto uccisi dal nichilismo contemporaneo. Strappa qualche lacrima? D’accordo, ma stilliamo da quelle pagine i valori che meritano d’essere recuperati, pur senza enfasi ed eccessi.
Del resto, perché, mi chiedo, tanta critica a Cuore proprio oggi che si lasciano i bambini a singhiozzare davanti alle altrettanto improbabili storie narrate da cartoni animati giapponesi che hanno protagonisti ai quali, quando le cose vanno bene, muoiono tutti dopo lunghe sofferenze, dove, se si parla di viaggi, si parla di affannose ricerche della madre perduta, dove abbondano sedie a rotelle per i più piccoli? Almeno Cuore prima di tutto è un libro e, come tale, parla con il linguaggio della fantasia, lasciando che in essa si esprima il lettore stesso. Ognuno di noi si è creato immagini differenti di Garrone, Franti, la Maestrina, del luogo in cui vivevano. Quale fantasia sanno, invece, sviluppare queste figure, animate male, sgraziate, disegnate con bocche esagerate ed occhi spiritati che parlano di morte e malattia?
Il mondo non cambia mai radicalmente ed ogni epoca ha la sua spietata ricerca di come “spremere il pianto dai cuori di dieci anni”. Non vogliamo leggere Cuore, almeno spegniamo la televisione!
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