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ARTICOLI & PENSIERI > 1985-1995
SAMUEL BECKETT TRA ASSURDO E VERITA'
(del 01.02.1990)
Ha inventato Godot, operando una semplice crasi tra le parole God e Pierrot, ossia tra Dio e burattino, ed ha regalato al teatro del Novecento questo suo neologismo come l’incarnazione delle crisi, dei dubbi, dei misteri, delle attese e delle disillusioni, dell’assurdo esistenziale, della fatuità dell’uomo.
Sì, ha inventato Godot, ma in esso non ha esaurito il suo viaggio all’interno dell’impossibile e dell’irragionevole che sedimenta sull’esistenza degli uomini. Beckett ha parlato anche attraverso la voce di Winnie, la protagonista di Giorni Felici: conficcata nella terra fino alla vita, al centro di un palcoscenico perfettamente disadorno, non sembra curarsi troppo della sua angosciante posizione di impotenza ed accetta la sua condizione, come ogni uomo è costretto a fare con la propria vita, continuando a sprofondare impercettibilmente, nel nulla. Od, ancora, ha parlato, in Finale di Partita, con la voce di Hamm (forse il Joyce dei suoi ricordi), cieco e paralitico, e di Clou, suo servitore, che, per opposizione complementare all’infermità del suo padrone, non può sedersi: due personaggi legati dal paradosso; un paradosso quasi sempre rude, cattivo. Walter Chiari, che nel 1986 impersonò Hamm sul palcoscenico, dichiarò, infatti: "i suoi personaggi giocano ad odiarsi, ma l’odio è autentico”.
Né lo stile con cui serve il suo nichilismo al pubblico muta nelle opere narrative, in verità relegate nella sua produzione minore, o nella sola filmica che abbia realizzato, icona, tuttavia, della storia del cinema. Si intitola semplicemente Film, dura poco più di venti minuti ed ha come protagonista Buster Keaton, interprete sublime dell’assurdità metafisica, esattamente come l’antieroe chapliniano, da lui sempre profondamente ammirato. Il tema è legato al senso dell’esistenza come effetto dell’essere percepiti dagli altri, esse est percipi. Il protagonista, Og, è un vecchio quasi cieco che tenta di sfuggire alla percezione altrui, quella di Oc, l’osservatore esterno. La sua fuga lo porta a chiudersi in una stanza, dove fa allontanare il gatto ed elimina persino gli specchi, in quanto la sua stessa percezione lo induce ad esistere. Identità tra Og ed Oc, dunque. Il tema della cecità, come nelle grandi tragedie e nei miti dell’antichità, si ricollega alla conoscenza, talché è possibile che la conoscenza di sé e, dunque, il percepirsi nel profondo, sia ciò da cui l’uomo vuole fuggire. In realtà “è possibile” rappresenta una locuzione chiave, quando si commenta l’opera di Beckett, poiché tutto è possibile e permane possibile il contrario di tutto.
“Spiritosa crudeltà” definì Keaton la scelta di Beckett di fargli interpretare il protagonista di Film, considerato che, ormai vecchio e dimenticato dai più, egli, al pari del suo personaggio, stava scendendo, anche nella vita, la strada del silenzio nella negazione dell’esistenza e dell’identità.
Autore complesso, senza dubbio.
Oggi si è tornati a parlare di lui nella triste occasione della sua morte, avvenuta il 22 dicembre scorso a Parigi; si è tornati a parlare della sua vita, del teatro, per molti erroneamente legato al solo Godot, della sua affascinante personalità.
Nacque nel 1906 a Foxrock, nelle vicinanze di Dublino, e, dopo aver compiuto gli studi di Lingua e Letteratura francese ed italiana, si trasferì a Parigi, dove per un breve periodo insegnò alla Sorbona. Qui incontrò Joyce, del quale, più tardi, fu sul punto di sposare la figlia; un incontro, questo, che tanta parte ebbe nella formazione individuale ed artistica di Beckett: dal grande maestro di distruzioni logiche, infatti, egli ebbe modo di apprendere i segreti della vita che si scompone nel nulla.
Più tardi si sarebbe parlato di “assurdo”, ma questa era una definizione ed, in quanto tale, era inaccettabile per Beckett, che puntava ad entrare nell’astrazione pura: il nulla non consente definizioni. Ecco perché, forse, la sua è stata la pagina più aperta e variamente interpretata del mondo letterario moderno: ognuno poteva inventarsi il suo Beckett, poiché egli non si curava delle definizioni e bonariamente rideva di tutti i tentativi critici creati per circoscrivere la sua arte in uno stile, in una corrente, od anche per tirarla fuori di lì in base ai caratteri, pur sempre delimitanti, della sua originalità.
Del resto bisogna anche dire che la sua variegata personalità, la sua esistenza riottosamente chiusa e riservata, non fecero che alimentare nuovi tentativi di classificazione non solo delle sue opere, ma della sua stessa vita. Amava scandalizzare attraverso un irresistibile senso del tragico e del macabro. Non era religioso, né ateo: unica sua ragione di vita era diffondere la propria insoddisfazione, il proprio disfattismo.
Amava di sé l’immagine di scorbutico, chiuso nella roccaforte della sua casa dalle altissime mura di cinta, ma c’è anche chi vedeva nei suoi conati di solitudine un’impotenza nell’affrontare, capire o costruire la vita, di lottare per essa.
Peggy Guggenheim, che condivise con Beckett un profondo rapporto di amicizia, lo descrisse come: “eccessivamente gentile, ma assente, evasivo, goffo; non si preoccupava del suo aspetto ed accettava la vita fatalisticamente, come se non fosse in grado di modificare nulla”.
Nel 1969 ricevette il premio Nobel. La motivazione, però, dovette sembrargli un ulteriore tentativo di odiata schematizzazione della sua opera: “Trae motivo di elevazione nella messa a nudo del dissolvimento dell’uomo di oggi”. Non andò a Stoccolma a ritirare il premio e devolse in beneficenza l’ingente ricompensa di denaro assegnatagli.
Nelle sue opere, in realtà, appare molto più di quanto succintamente esplicato nella motivazione del Nobel. Beckett è l’interprete dell’incessante, ancestrale ricerca dell’uomo orientata verso se stesso ed il senso dell’esistenza, sì; ma è anche l’autore dei dubbi senza risposta e delle risposte solitarie, quelle che escono perché hanno atteso invano una domanda per troppo tempo e restano lassù, sospese a mezz’aria, tra la veglia degli increduli ed il sonno dei fiduciosi; è l’autore di dialoghi spesso scarnificati, ridotti all’essenziale, ingoiati, respirati, troncati dal silenzio e di parole assenti che sono lì a rendere visibili coloro che hanno rinunciato a parlare. E’ inutile, per l’uomo, affannarsi a comunicare, ché vive nell’incomprensione e le parole sono solo tanti gradini verso il nulla, tanti interrogativi destinati a rimanere senza risposta.
Mi ricorda qualcosa.
Nell’innocenza, nella solarità e nella veracità di una Napoli sicuramente distante dai paesaggi freddi e lunari, tipicamente beckettiani, ma non meno disincantata, ritrovo questo stesso atteggiamento tra le righe di un teatro firmato De Filippo. Le Voci di Dentro, ove uno dei personaggi, stanco di sprecare parole che non servono a nulla, arriva a comunicare solo attraverso il rumore dei mortaretti; Gli Esami non Finiscono Mai, ove il protagonista, convinto anch’esso dell’inutilità del linguaggio, decide di non parlare più e giunge addirittura al punto di farsi curare dal veterinario, che è l’unico medico, sottolinea con amara vena comica, abituato a curare chi non sa dirgli dove sente dolore.
Ma dietro a Beckett e De Filippo c’è più di un caso: c’è Pirandello e tutto il teatro post-naturalista, che guarda all’uomo ed alla sua fatuità.
Nichilismo, dunque; assurdo; ricerca della verità celata nell’inesistente …? No. La morte di Samuel Beckett non può, non deve essere un’occasione in più per tentare di definire, inquadrare, schematizzare. Semmai è solo una circostanza per un saluto, silenzioso però, in rispetto a tutto ciò che, fino a ieri, egli ci ha voluto dire non dicendo.
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