Libri & Dintorni di Raffaella Bonsignori


Vai ai contenuti

Menu principale:


Una sigaretta tra le labbra. Quando in scena entra una nuvola di fumo

ARTICOLI & PENSIERI > 2000

UNA SIGARETTA TRA LE LABBRA. QUANDO IN SCENA ENTRA UNA NUVOLA DI FUMO
(del 15.11.2000)


La recente legge Veronesi, confinando i fumatori italiani in sempre più angusti recinti di mal tollerata licenziosità, senza, tuttavia, dare inizio ad un proibizionismo che priverebbe le casse dello Stato di notevoli introiti, ha nuovamente imposto all’attenzione dei cittadini quelle indubitabili ragioni che dovrebbero indurre tutti ad allontanarsi dal fumo e che, di solito, ciclicamente, catturano ancor più l’attenzione dei media, soprattutto in occasione di nuove collette per le ricerche scientifiche o della commercializzazione di qualche miracoloso farmaco antifumo.
Senza dubbio hanno ragione loro; loro che riescono a far proprio tutto quel buonsenso che trasuda dai bollettini medici e dalle leggi. Sì, hanno ragione: bisognerebbe smettere di fumare; bisognerebbe smettere di avvelenare se stessi e gli altri. Eppure, al di là degli assiomi scientifici incontestabili, nel fumo sopravvive una parte di poesia, forse ancora più irrinunciabile di qualunque dipendenza fisica.
Quel bianco rotolino di tabacco, nicotina e catrame, che chiamiamo sigaretta, donandole gusto già solo nel pronunciarne la sibilante, che evoca sospiri e sensualità, resta, infatti, nell’immaginario collettivo, un sogno proibito, legato al fascino imperscrutabile dei personaggi che, nella letteratura e nel cinema, hanno accompagnato la nostra vita, creando una galleria iconografica indimenticabile.
Ricordo che, da bambina, poco interessata all’eccessivo buonismo delle fiabe, preferivo lasciare la mia immaginazione libera di vivere avventure esotiche a Mompracem, tra le pagine dei romanzi di Salgari, e, sin da allora, non era
Sandokan ad affascinarmi, bensì Yanez, quel portoghese spavaldo, forte e coraggioso, che Philippe Leroy interpretò magistralmente per il piccolo schermo nei primi anni settanta. E mi chiedo: come immaginarlo senza le sue sigarette?
Non è facile; anzi sembra impossibile, come impossibile è rievocare le scene di alcuni tra i più bei film della storia del cinema, senza rievocare, al contempo, quelle nuvole di fumo che avvolgono l’immagine nei loro grigi cangianti, formando caratteri indimenticabili.
Le ha appena detto addio, amandola troppo per volerla con sé; cammina accanto ad un uomo con il quale condivide la speranza di una nuova amicizia; torna verso
Casablanca fumando una sigaretta. Sono immagini che vivono in noi. Sublimi. Perfette. Trasmettono l’intensità delle emozioni attraverso ogni particolare e, sicuramente, capiremmo un po’ meno Bogart se il fumo non ci raccontasse il suo pianto represso ed i suoi pensieri per un amore impossibile.
Il fumo, nel cinema come nella vita, non è solo un gesto legato ad un’assuefazione fisica, ma un mezzo espressivo che racchiude in sé una serie di cause ed effetti. Paura, vergogna, gioia, aggressività, solitudine.
In
Silkwood Maryl Streep fuma perché è l’unica valvola di sfogo rispetto ad una vita lavorativa pericolosa e poco gratificante, anche sotto il profilo della solidarietà tra colleghi, ad un amore in fallimento, ad un’amica cui, per sua natura, non può dare l’amore che chiede; la Hayworth, in Gilda, fuma perché è sola, infelice e disperatamente innamorata di un uomo troppo orgoglioso per amare; le sue sigarette entrano nella trama stessa del film, lasciando intuire il disagio celato dietro l’indiscutibile fascino di una donna perduta; un fascino cui il cinema, dalla Dietrich alla Thurman di Pulp Fiction, fino alla femme fatale dei cartoni animati, Jessica Rabbit, non ha mai saputo resistere, di volta in volta creando dark ladies sempre più aggressive, che nella sigaretta non dissolvono solo le proprie passioni, ma l’essenza stessa dell’emancipazione femminile.
In
Chiedi la Luna, un road movie italiano estremamente raffinato, Margherita Buy lega al fumo le proprie insicurezze, mostrando aggressività e sfrontatezza, ma, in fondo, cercandosi continuamente; mentre Giulio Scarpati, che interpreta un perbenista intristito da una vita matrimoniale del tutto insoddisfacente con la prima ed unica donna della sua vita, inizia a fumare solo alla fine del film, nel momento culminante della sua crescita interiore, proprio quando la Buy decide di smettere, perché, forse, ha trovato quel che stava cercando.
L’immagine cinematografica, dunque, crea insondabili abissi meramente intuibili ed il fumo in scena aiuta ad esprimere emozioni, entra nella storia, sostituisce una battuta, si rende protagonista di un messaggio.
Al Pacino è Michael Corleone e sta in piedi sulle scale di accesso dell’ospedale in cui è ricoverato suo padre; accanto a lui Enzo il pasticcere; entrambi salvano la vita al
Padrino (The Godfather) mostrando di avere una pistola in tasca che, in realtà, non hanno. Immaginate cosa vuol dire? Vuol dire esporsi ad un attacco armato da parte di chi si sente minacciato, senza avere alcuna possibilità di difendersi; vuol dire paura, panico. Nessun cedimento è consentito dalla storia; tuttavia una sigaretta accesa con mani tremanti traccerà il confine tra il vero coraggio del protagonista e la mera lealtà del suo amico.
Ogni sigaretta crea il suo tipo. Steve McQuinn è l’eroe malinconico; Mastroianni un solitario; Audry Hepburn una sofisticata fanciulla; James Dean, Micky Rourke, Leonardo Di Caprio sono giovani ribelli; Sharon Stone una donna glaciale; Clint Eastwood un duro; Maryl Streep od Anna Magnani sono donne ingabbiate negli eventi drammatici della vita.
Mutano gli stereotipi, forse, ma non l’efficacia descrittiva delle immagini: Clarence, l’angelo di Frank Capra ne
La vita è Meravigliosa, trova trasgressivo bere del vino cotto con molta cannella, mentre l’arcangelo Michele, interpretato da John Travolta per il Michael di Nora Ephron, fuma senza soluzione di continuità. Qual è il messaggio? Forse risiede nel fatto che anche gli angeli, quando scendono sulla terra, amano macchiarsi di qualche innocente peccato, di qualche errore. Li fa sentire vivi, li fa sentire uomini. Ed, allora, quale più gustoso errore di una sigaretta, soprattutto in questi tempi in cui l’opinionismo salutista sta trionfando anche nell’industria cinematografica?
Film come
Insider denunciano apertamente i danni del fumo e destabilizzano i magnati del tabacco, portando alla conoscenza del grande pubblico una storia vera che vede la Philip Morris protagonista di un clamoroso processo.
Non si fuma, questo è il suggerimento. Ma cosa accade, in realtà, sotto la spinta dei buoni consigli?
Il fumo non è stato bandito dai film, ma è diventato un mezzo espressivo meno poliedrico, uno strumento di minore fascino, costituendo essenzialmente un elemento di contestazione, difficilmente, ormai, collegato all’immagine dei personaggi “positivi”. Brutti, sporchi, cattivi e fumatori, dunque.
Gli hanno tagliato via la faccia, lasciandogli solo tessuti grondanti di sangue, eppure la prima cosa che Nicholas Cage fa al risveglio dal coma è accendersi una sigaretta; non vogliamo neppure immaginare come, ci basta sapere che lo fa, definendo, così, ancor più efficacemente, il personaggio: in
Face Off di certo è lui il cattivo! Non vi sono dubbi, così come non ve ne sono guardando lo smoker Dannis Hopper in Waterworld. Il cattivo? E’ sicuramente quello con la benda sull’occhio, la faccia cattiva e la sigaretta in bocca.
In buona sostanza, il sodalizio tra cinema e fumo non è mai finito, né finirà mai. Sono solo cambiati gli schemi di rappresentazione della realtà: la sigaretta ormai è il simbolo di un personaggio di frattura, di quelli su cui Tarantino, Jarmush, Wang o Buscemi costruiscono i propri film. Del resto l’essenza stessa della negatività è cambiata rispetto agli anni precedenti e quei personaggi che prima sembravano risiedere al di là del confine con la “normalità”, oggi ne fuoriescono: i contestatori nostalgici, i viaggiatori in cerca di se stessi, i contemplativi di una vita che scorre apparentemente senza di loro non fumano più, o, meglio, Kasdan e Salvatores ci dicono che prediligono qualcos’altro, qualcosa di simile, forse. Ma quello è tutto un altro fumo!


Menu di sezione:


Torna ai contenuti | Torna al menu